Il calcio, il tifo, il valore di una folla
Riflessioni d’autore su un rito sospeso
Dimmi cos’è
che ci fa sentire uniti
anche se non ci conosciamo
Antonello Venditti
Una definizione
TIFO. Malattia infantile dell’appassionato calcistico, detto appunto tifoso. Il tifo non ha genesi, non ha spiegazioni, non dovrebbe avere limitazioni. Il tifo è, esiste, e basta. Nel nome del tifo si spostano le montagne. | Gian Paolo Ormezzano. Tutto il calcio parola per parola (Editori Riuniti)
Ci siamo noi e ci sono gli altri
A cosa pensiamo quando pensiamo al calcio? Il calcio riguarda così tanti aspetti della nostra esistenza, tutti così complessi, contraddittori e conflittuali: memoria, storia, luoghi, classi sociali, questioni di genere in ogni loro più delicata sfumatura (la mascolinità soprattutto, ma sempre più anche la femminilità), identità familiare, tribale, nazionale, natura dei gruppi, sia quelli che compongono le squadre sia i loro tifosi. Riguarda le relazioni spesso violente, ma talvolta pacifiche ed esemplari tra il nostro gruppo di appartenenza e quelli degli altri. | Simon Critchley. A cosa pensiamo quando pensiamo al calcio (Einaudi Stile Libero)
L’ultima rampa di scale
Il percorso verso lo stadio, l’ingresso, è forse il momento più intenso della condivisione, quello in cui tutto comincia. L’abbiamo fatta tutti, l’ultima rampa di scale prima di arrivare sugli spalti dello stadio. E come in Febbre a 90° – film di formazione per chi con il calcio ha un rapporto simbiotico -, quando Paul per la prima volta vive l’attesa, poi si avvicina allo stadio e inconsapevolmente recita una poesia popolare, fatta di rumori di scarpe e respiri affannosi: scala i gradoni che portano nel cuore di Highbury, settore Y. Nel sorriso sorpreso nello sguardo immediatamente rivolto agli spalti pieni c’è la scossa che attraversa Paul una volta arrivato – davvero – in una tribuna, durante una partita, mentre la gente canta, il pallone è pronto. Cammina lateralmente per raggiungere la fila, per seguire il papà. Si siede, devi ancora cominciare tutto, e al “che te ne pare?” risponde: “Quand’è la prossima partita?”. E applaude alla cieca, quando gli spiegano chi sono i “suoi“, e guarda chi si lamenta e protesta e segue tutto con innocente ebbrezza. Ma da quel giorno non tornerà indietro. | Fulvio Paglialunga. Un giorno questo calcio sarà tuo (Baldini & Castoldi)
Il tifo come terapia
Il 1968 fu, suppongo, l’anno più traumatico della mia vita. Dopo la separazione dei miei genitori traslocando in una casa più piccola, ma per un periodo, a causa di una serie di cose, rimanemmo senza casa e dovremmo stare dai nostri vicini; mi ammalai seriamente di itterizia; iniziati a frequentare la grammar school locale. Dovrei essere straordinariamente privo di immaginazione per credere che la febbre da Arsenal, in procinto di colpirmi, non avesse niente a che fare con tutta questa confusione. (E mi chiedo quanti altri tifosi, se dovessero esaminare le circostanze che li hanno condotti alla loro ossessione, potrebbero trovare qualche sorta di equivalente dramma freudiano.
In fondo, il calcio è un gran bel gioco e tutto quanto, ma cos’è che distingue quelli che si accontentano di vedere una mezza dozzina di partite a stagione, i grandi incontri, standosene alla larga dalla spazzatura – sicuramente la cosa più saggia – da quelli che si sentono obbligati a vedersele tutte? Perché viaggiare da Londra a Plymouth un mercoledì, sprecando un prezioso giorno di ferie, per vedere una partita il cui risultato si era completamente deciso nell’incontro di andata a Highbury? E, se questa teoria del tifo come terapia fa in qualche modo centro, cosa diavolo è sepolto nell’inconscio della gente che va alle partitelle del Leyland DAF Trophy? Forse è meglio non indagare).
C’è un racconto dello scrittore americano Andre Dubus, intitolato The Winter Father, che narra di un uomo che il divorzio ha separato dei due figli. Durante l’inverno il suo rapporto con loro è inquieto e teso: passano dal jazz club al cinema, al ristorante, e stanno lì a guardarsi. Ma in estate, quando possono andare sulla spiaggia, vanno d’accordo. “La lunga spiaggia, il mare erano il loro giardino; la coperta la loro casa; la borsa frigo e il thermos la loro cucina. Vivevano di nuovo come una famiglia”. … Ma The Winter Father significa molto per me perché va oltre: riesce a isolare ciò che ha valore nel rapporto tra genitori e figli, e spiega semplicemente e precisamente perché le gite allo zoo sono condannate a fallire. In questo paese, per quanto ne so, Bridlington e Minehead non sono in grado di fornire lo stesso senso di liberazione delle spiagge del New England nel racconto di Dubus; ma mio padre e io stavamo per scoprire il perfetto equivalente inglese. I sabati pomeriggio nel nord di Londra ci offrirono un contesto in cui potevamo stare assieme. Potevamo parlare quando volevamo, perché il calcio ci dava qualcosa di cui parlare (e comunque i silenzi non erano opprimenti), e le giornate erano strutturate, avevano un ordine. | Nick Hornby, Febbre a 90°
Il proprio angolo di paradiso
La gente conosce, archivia, usa tutto per difendere la propria squadra. Il calcio è diventato argomento trasversale. Il pubblico fa parte di un grande partito di promozione complessiva dell’evento, quindi un grande movimento di parte. Ma per la prima volta, in Italia e in una grande democrazia occidentale, un movimento di parte diventa una soluzione collettiva. L’errore del calcio è quello di essere di due tipi. Uno interno, cioè il tifo per la propria squadra. E uno esterno, cioè il tifo per il calcio, il movimento, la competizione che la mia squadra deve comunque vincere. Ma per difendere uno devo difendere l’altro. È uno straordinario trabocchetto morale che fa diventare il calcio un auto-regime volontario. E forse perfino felice. … In sostanza il calcio è diventato una fede senza poterlo essere. Il calcio è fenomeno, accade, non può essere al centro di troppe discussioni. A una parte di scientificità. Ma alla fine ci sono i risultati e ci sono anche conseguenze chiare che a qui risultati portano. Perché allora un pubblico che ormai ha imparato a guardare il calcio, a farne direttamente parte, non riesce a distinguere la fede dal fenomeno? Perché non hanno nessun interesse a farlo. Anzi, a un discreto bisogno di rimanere nel proprio angolo di paradiso, lontano dei dubbi, consolato dal parere di chi la pensa come lui. | Mario Sconcerti. Il calcio dei ricchi (Baldini&Castoldi)
Il bisogno di entusiasmo collettivo
Il premio Nobel Konrad Lorenz osservò come le oche ritualizzassero la propria aggressività con esibizioni di ostilità verso le altre oche. In origine questo era un modo usato dalle femmine per osservare quindi selezionare i partner più adatti. E, in seguito divenne un semplice gioco, fine a se stesso, per trasferire l’aggressività verso i nemici esterni. Un procedimento analogo, secondo alcuni studiosi – e lo stesso Lorenz – interesserebbe l’uomo: il gioco, o meglio lo sport, fornisce la soluzione più innocua per soddisfare il bisogno umano di entusiasmo collettivo e di battaglie. | Bruno Barba. Un antropologo nel pallone (Meltemi editore)
O è bolgia o non è
Lo spettatore allo stadio non è solo l’effetto visivo e tattile per chi segue da casa, ma è anche la manifestazione reale del motivo che porta a rincorrere il pallone, occupando più o meno bene il campo. Insomma, sembra niente ma se togli il pubblico e lasci il gioco, questo sembra monco, e in una catena di smontaggio viene via la patina, il circo, i direttori, i trapezisti, e restano solo le “bestie” con i loro versi, sotto la tenda o nelle gabbie. … Eppure, nel tempo prima del virus, si discuteva moltissimo di come adeguare il pubblico alla gradevolezza, di come istruire il tifoso, come lavorare per fargli perdere la scheggia d’irrealtà che poi sfociava nella ricerca dell’offesa e nel sogno dello scontro, il tentativo ora è rimandato. … Non è un caso che un grande scrittore – uno che ha passato gli ultimi giorni della sua vita con i tifosi del Rosario Central sotto al balcone a incitarlo come se fosse un calciatore – Roberto «el Negro» Fontanarrosa, nel romanzo “L’area 18”, avesse immaginato l’incontro memorabile alla fine della storia in uno stadio costruito sul cratere del vulcano Mombasa. O è bolgia o non è pallone. … In fondo il calcio è cinema naturale che andrebbe sempre visto dal vivo: senza la presenza del pubblico, rimane solo quella di scena, un set, che si uniforma e diventa soltanto cinema, anzi mezzo cinema, una fiction tivù, con più trama; non ci fossero stati anche i telecronisti, avremmo avuto una nuova condizione del racconto calcistico, con le telecamere che testimoniano: tutto devitalizzato e amplificato in un prequel della possibile realtà, qualcosa tra Philip K. Dick ed Eduardo Galeano. | Marco Ciriello, Quattrotretre
Un destino collettivo
Hellas: la patria. Tifo, una malattia. Il tifoso è un malato, soffre di tifo per la propria squadra. Oppure un fan, dal latino fanaticus, adoratore di un tempio. Qualcuno ha scritto CIAO CAMPO! Con la vernice spray sul cemento del tunnel che introduce dentro lo stadio; e di fianco – in inglese, perché tutto diventa più solenne quando è preferito in una lingua straniera – I LOVE YOU. Come se più della squadra o del gioco fosse il luogo che conta, questo tempio, lo stadio Bentegodi. Di certo, quando ti ritrovi fuori dal tunnel dopo un ottovolante tra la polvere di rampe e corridoi, quando riemergi dal sole, o alla luce dei riflettori, la testa si solleva e il cuore si allarga in un modo che ha del meraviglioso. Il senso dell’evento, con la folla schierata in file oblique e il campo immensamente verde sotto di te, è incomparabile. Lo stadio di calcio è uno dei pochi edifici di grandi dimensioni a rivolgere in fuori il versante sbagliato. Il catino ovale esclude il mondo riservando agli iniziati i propri misteri. La televisione non può violarlo, non può neanche iniziare a comprenderlo. È un luogo di ossessioni collettive, di esaltazione. … Il tifo, come la famiglia, è un destino che si costruisce insieme. | Tim Parks. Questa pazza fede (Einaudi)
L’atmosfera allo stadio secondo Anthony Cartwright
➣ Perché sostieni che al pubblico hanno tolto il calcio?
«L’appartamento nel quale vivo ora, a Londra, così lontano dalle Midlands, con la mia famiglia, è vicino al nuovo stadio dell’Arsenal, l’Emirates, il nostro balcone si affaccia sul vecchio stadio, o su ciò che ne rimane, con le gradinate est e ovest trasformate in alloggi e il vecchio campo in un giardino comune. Il nuovo stadio è bello in tutto, anche se non bello come le vecchie gradinate liberty del vecchio Highbury, e tuttavia è spesso completamente senz’anima. Sembra di essere seduti in un aeroporto o in un centro commerciale, elegante, anonimo, sterile. Penso che in molti stadi moderni, con il calcio reinventato come parte dell’industria dell’intrattenimento, sia molto difficile sentire un collegamento con quello che accade in campo, sentire che il calcio è qualcosa di più, di più forte della vita di tutti i giorni. È difficile, certamente, ero alla partita Arsenal-Liverpool la scorsa stagione, terminata 3 a 3, e l’entusiasmo del match creava un’atmosfera di eccitazione, ma penso che una volta fosse il contrario. Ritengo che fosse l’atmosfera dei tifosi a essere trasmessa al campo. Ora siamo dei consumatori. Conosco un paio di persone che seguivano tutte le partite dell’Arsenal, ma ora le guardano al pub perché i prezzi dello stadio sono alti, e questo è un elemento in più. Non è una critica all’Arsenal, in misura diversa è vero per tutti i maggiori club inglesi». | Intervista di Pasquale Coccia, Alias, il Manifesto, 27 ottobre 2018
~ Anthony Cartwright è autore di Heartland e di Iron Towns (in italiano editi da 66thand2nd)
I momenti di socializzazione secondo David Peace
➣ Che ne pensi del calcio di oggi? Credi che la Premier League abbia in un certo senso perso la sua anima?
«Dobbiamo essere molto cauti nel vedere in modo nostalgico e romantico il calcio degli anni ’70 e ‘80. C’era tantissima violenza, tantissimo razzismo e il legame stretto di alcune squadre con la classe operaia che ha reso bellissimo il calcio dei nostri nonni, quello fino agli anni ’50 e in parte ’60 già era in disfacimento, quel legame che oggi è non solo assente ma impensabile. Se si va agli stadi del Manchester City, del Liverpool, del Leeds, del Tottenham o dell’Arsenal e si guardano le case nei dintorni ci si rende conto che chi abita là non può più permettersi di andare a vedere la partita. Gli stadi sono diventati dei resort esclusivi, non sono più delle piazze. Ma una delle poche cose che mi dà speranza è che in questo nostro mondo di esistenze isolate e frammentate il calcio rappresenta ancora una dei pochi momenti di comunità, di socializzazione. Possiamo parlare di eccessiva commercializzazione, di stipendi mostruosi, di corruzione ma dobbiamo anche sperare che le cose vadano in modo diverso». | Intervista di David Frati, Mangialibri
~ David Peace è autore di Red or Dead (in italiano edito da Il Saggiatore)
La famosa tribù di Desmond Morris
➣ Esiste ancora una tribù nel calcio moderno, milionario e globalizzato?
«Ai più alti livelli, con proprietari multi-miliardari e una estenuante copertura mediatica, il calcio è solo un business. Ma la tribù esiste ancora. I tifosi hanno la stessa passione e la stessa fedeltà di sempre, quella è per la vita, per cui la natura tribale di ogni club è la stessa di prima. Lo slogan “Puoi cambiare moglie, ma non puoi cambiare la squadra che ami” vale sempre. Anche se si trova dall’altra parte del mondo, un tifoso vuole sapere in diretta cosa fa la sua squadra. Una volta ho ascoltato due ore di radiocronaca mentre navigavo lungo il Mar Cinese Meridionale». | Intervista di Dario Falcini, Wired, 19 agosto 2016
Simulazioni
Tra fare il tifo per la propria squadra di calcio e fare la guerra con un popolo straniero il passo è breve. La lingua, la razza, i costumi sono già di per sé una divisa. Basta eccitare le differenze e subito ti trovi un esercito. | Luciano De Crescenzo. Così parlò Bellavista (Mondadori)
Gli inglesi e gli italiani
La cultura degli spettatori di calcio italiani e interessante per gli inglesi anche a causa dello straordinario stile coreografico proprio del tifo italiano, distante dall’informalità e dalla spontaneità del suo equivalente inglese. Anche in Italia ci sono, principalmente, stadi dotati quasi completamente di posti a sedere, per alcuni aspetti simili alla nostra nuova generazione di stadi, ma con quello che sembra essere il massimo livello di coinvolgimento degli spettatori. Ci sono pochi segnali in Italia, a occhi inglesi, relativi all’esistenza di tifosi tranquilli, seduti, immobilizzati in neutralizzati dai seggiolini con schienali. Le recenti lamentele, in Inghilterra, sugli effetti naturali dei posti a sedere nel demascolinizzare il sostegno alle squadre e sulla commessa “perdita di atmosfera” durante le partite sarebbero presto annullate, sembra, dalle prove portate dalle curve della maggior parte degli stati italiani: tutto un cantare, danzare e agitare bandiere. Cosa potremmo noi inglesi imparare dagli italiani a proposito dei nostri seggiolini? | You’ll never walk alone. Mito e realtà del tifo inglese (a cura di Rocco De Biasi, Shake edizioni)
Foggia. Tifo e identità
Quando una Salernitana già arci-promossa ci spedì in C1 – e fece bene, perché noi avremmo fatto lo stesso con loro – non c’erano ancora stati i Mondiali di Francia. Molti bambini nati in quell’estate stanno per diventare maggiorenni. Avranno uno smartphone, useranno whatsapp e il calcio lo seguiranno su Sky. Il pub in cui commentavamo quelle partite non esiste più. I giardini, dove migliaia di ragazzi trascorrevano le loro serate, si sono spopolati. E la piazza della Cattedrale, un tempo off-limits, oggi scimmiotta la movida dei posti qualsiasi. Foggia, da allora, ha perso tutti i play-off che ha giocato.
E no, non è un errore. Perché il Foggia non è soltanto la squadra di questa città. È la quintessenza dell’appartenenza e dell’identità di questo posto in cui si passa, distrattamente, solo per scendere da un treno e saltare su un altro. … Siamo i figli della più dimenticata tra le popolazioni guerriere della Magna Grecia, figli della città che nessuno visita mai di proposito, umorali e bipolari come slavi. Dev’essere per via di quel braccio di mare che ci divide dall’Illiria degli avi. O boh. Fatto sta che da ste parti Giulianova, Porto San Giorgio, persino Senigallia, sembrano più vicini di Caserta. La nostra storia è storia di passioni che bruciano nell’indifferenza; nel disinteresse di quel mondo “fiorentino” in cui solo ciò che brilla di bellezza assoluta merita attenzione. Ora siamo a pezzi. Come tante volte nella nostra storia. Eppure Foggia è riuscita a diventare una città moderna dalle rovine della guerra. Foggia si rialza, signori. Lo sta già facendo. La quotano alta. Andate a scommetterci. | Francesco Berlingieri. E non vorrei lasciarti mai perché (edizioni Il Galeone)
I traumi da romanista di Bonvissuto
➣ Va allo stadio? «Quando posso. Ormai bisogna andare dal commercialista per andare allo stadio. Entrare all’Olimpico con tuo figlio costa una piotta (100 euro, ndr). Io quei soldi non ce li ho».
➣ Il racconto del suo nuovo libro parte dal 1979 ed è ambientato negli anni Ottanta. Era un altro calcio? «Quello è il pallone romantico di una volta che ora non c’ è più. Era uno sport diverso. I giocatori, a fine carriera, dovevano mettersi a lavorare. Chi apriva un ristorante, chi un’assicurazione. Era un altro calcio. Poi è arrivato Berlusconi e ha cambiato tutto: il calcio e la società. Ora il pallone è un business. Ci sono i manager, non c’è più amore. Quelli vogliono fare i soldi, non gliene frega niente delle squadre, della maglia. Si vede che fine hanno fatto le bandiere».
➣ Come ama il romanista? «Disperatamente, perché il romanista sa che prima o poi finirà. Perché il tifoso giallorosso è così. Non è che si sente sfigato, è proprio sfigato: la Roma è la squadra che è stata più volte seconda nella storia dello sport, freccette comprese. Ma, proprio per questo, è anche ironico. Non si aspetta nulla perché sa che andrà comunque male».
➣ L’amore o il calcio? «Entrambe. Per quelli della mia generazione e non solo, la finale di Coppa dei Campioni dell’84 è stato un trauma, per colpa della Roma io non ho avuto mai 14 anni. Non mi sono più ripreso. Così anche nell’86 quando sindaco e presidente della Roma prima della partita hanno fatto il giro di campo con lo scudetto in mano e poi siamo riusciti a perdere in casa con un Lecce già retrocesso. Sono cose che ci hanno segnato. E allora noi siamo così, lo sono i romani in generale. Festeggiamo scudetti che non abbiamo ancora vinto, andiamo a letto con donne che ancora non conosciamo. Amiamo ma sappiamo già che finirà. Il nostro modo di amare contiene già la perdita. Ha già in sé l'”ettepareva” e, di conseguenza, anche l’indolenza tipica del romano. “Tanto andrà male, che me sbatto a fa’?”. Nei giorni scorsi ho detto a mio padre che era uscito il libro e che stava andando come il vento, ma che ora questo coronavirus rischia di complicare tutto. Lui mi ha risposto: “È normale. Fanne n’artro“». | Intervista di Maria Elena Vincenzi, Repubblica Roma
~ Sandro Bonvissuto è autore di La gioia fa parecchio rumore (Einaudi)
Il recupero settimanale dell’infanzia
La prima lezione di ogni giocatore e di ogni allenatore dovrebbe essere questa: “In questo gioco, se non c’è dramma non c’è niente”. Se perdere o vincere una partita non viene vissuto come un evento cruciale e con una trama e una storia, con una svolta o una catastrofe, che riguarda il passato, il presente e il futuro, la dignità e il decoro e naturalmente la faccia con cui uno si alza l’indomani, allora lasciamo perdere. … Il calcio è il circo dei nostri giorni, ma anche il teatro. Deve essere emozione, paura e tremito, desolazione o euforia. … Nel calcio non c’è posto per il riposo né per il divertimento, a poco serve avere uno straordinario palmarès storico o aver conquistato un titolo l’anno prima. Essere stato ieri il migliore oggi non conta più, figuriamoci domani. … Forse è per questo che il calcio è uno sport che incita alla violenza, e non a causa dei calci, ma per l’angoscia. … Viceversa bisogna riconoscere che ha qualcosa di non definibile e che non si trova di solito negli altri ordini della vita: incita all’oblio, il che equivale a dire che non incita mai al rancore, una cosa che si impara soltanto in età adulta. Quel che so per certo è che non esiste sport che angosci di più, quando è angoscioso. Anzi, nel mio caso particolare confesserò che è tra le poche cose che mi fanno reagire oggi allo stesso modo – esatto – in cui reagivo quando avevo dieci anni ed ero un selvaggio, il vero recupero settimanale dell’infanzia. | Javier Marías, Selvaggi e sentimentali (Einaudi)
Grazie a Marco Ciriello per tutti i suggerimenti e i consigli