
Viene facile pensarlo come l’altro Johan, come l’ombra del più grande Cruyff. In realtà Neeskens era una figura vistosa e rumorosa, sia nell’Ajax delle tre Coppe dei Campioni sia nell’Olanda due volte in finale ai Mondiali, ‘74 e ‘78, dietro la schiena lui portava il numero 13. Vincent Duluc su L’Èquipe lo ricorda stamattina come “l’altro sole, i capelli lunghi, il cuore che batte, un tiro giusto come una campana a morto, le guance mangiate dalle basette e un’attività instancabile che non riusciva a nascondere una tecnica da sogno – o forse era il contrario”.
È morto domenica all’età di 73 anni in Algeria e rimarrà “la figura di una trinità che rivoluzionò il gioco: Rinus Michels aveva ideato il calcio totale, Johan Cruyff era il direttore d’orchestra e il solista a seconda dei tempi e dei suoi umori, ma Johan Neeskens era l’orchestra intera, il primo giocatore completo della storia, era il metronomo e il tamburo di un gioco legato al genio di Cruyff, ma che andava al ritmo suo, il ritmo di un giocatore brillante e instancabile, che difendeva come se da quella difesa ne dipendesse la sua vita e che attaccava cercando la grazia, distribuendo fulmini”.
Un giorno disse che aveva avuto un destino meraviglioso, essere stato il secondo miglior giocatore del mondo al suo apice, il secondo miglior Johan della Nazionale, e anche dell’Ajax, e poi anche del Barcellona, dove vinse una Coppa delle Coppe. Sette stagioni condivise con Cruyff fra Amsterdam e la Catalogna. Aveva già 18 anni quando Rinus Michels in persona aveva percorso 20 km per andare a vederlo giocare a Heemstede, non lontano dalla costa. Lo chiamò in Nazionale nel mese di novembre, a 19 anni, in una stagione che Neeskens avrebbe concluso vincendo la Coppa dei Campioni a Wembley, giocando contro il Panathinaikos da terzino destro perché Ruud Krol era infortunato.
“La carriera e l’eredità di Neeskens – ha scritto Duluc – vanno considerate anche alla luce del suo rapporto con Johan I, un rapporto fatto di ammirazione e lealtà, un pizzico di amarezza, tanta nostalgia. L’ammirazione per il genio, mai negata, era arrivata fin dai primi incontri”. Cruyff era più grande di 4 anni. Neeskens sarebbe diventato al suo fianco il giocatore che innescava il pressing, secondo L’Équipe “il primo giocatore box to box, infernale da un’area all’altra, senza mostrare mai nulla della sua stanchezza, un’intelligenza di gioco che gli ha permesso di essere al centro della rivoluzione. Ogni giorno nell’Ajax tutti attaccavano, tutti ruotavano nelle posizioni, tutti difendevano, tutti sapevano esattamente cosa avrebbe fatto l’altro, e Neeskens correva ovunque”.
Il rapporto con Cruyff era stato messo alla prova nell’estate del 1973, dopo la terza Coppa, quando lo spogliatoio mise ai voti la scelta per la fascia da capitano, contro Cruyff. «A poco a poco – spiegò Neeskens – in squadra cominciammo a credere di essere delle star, eravamo stufi di portare le valigie di Cruyff. Pensavamo che l’Ajax potesse vincere anche senza di lui e a Cadice, in estate, prese solo due voti». Ma uno era il suo.
Quando Cruyff decise di raggiungere Michels al Barcellona, Neeskens seguì la stessa strada. Non era un abuso. C’era lui, c’era Neeskens, nella foto del gol segnato in finale contro la Germania, calcio di rigore, il gesso che sbuffa, la polvere che si alza, il simbolo di come l’Olanda campione del mondo, la realizzazione dell’Utopia, stava svanendo in quella raschiatura, proprio nell’istante in cui pareva fosse diventata più concreta. Sembrava cipria, invece era la cenere.
Quattro anni dopo, senza Cruyff, Neeskens andò a perdere la seconda finale davanti ai generali e ai colonnelli d’Argentina, il calcio totale si era esaurito e lui era prosciugato. Lasciò in lacrime il Barcellona nell’estate del 1979, all’età di 28 anni, per trasferirsi ai New York Cosmos, la squadra che nel frattempo Cruyff aveva lasciato un anno prima. Portò in America quel che restava della fiamma, lo soprannominarono il fantasma di Meadowlands, lo stadio del New Jersey dove giocavano i Giants e i Cosmos, perché certe volte spariva, non si presentava gli allenamenti e ogni tanto perfino alla partenza degli aerei. La stampa americana scriveva che bevesse poca acqua e fosse sempre da qualche parte a scommettere su qualcosa. Nell’autunno del 1981, Kees Rijvers lo convinse a tornare in Nazionale per sventare la mancata qualificazione ai Mondiali 82, visse la sua ultima partita con la maglia arancione al Parco dei Principi, novembre 1981, incrociando quella sera il castigo di una punizione di Michel Platini.
Anche in panchina fu il secondo, in quel caso con più amarezza che da calciatore. Capì presto che non sarebbe mai stato un altro Cruyff, e che Cruyff stavolta non avrebbe fatto di lui Johan II, mai lo chiamò in uno dei suoi staff, Neeskens ha lavorato con Guus Hiddink e con Frank Rijkaard. Era diventato “un settantenne elegante ed emaciato con i capelli corti, come la maggior parte di coloro che erano cresciuti in modo opposto negli anni ’70 – racconta Duluc su L’Équipe – aveva dedicato parte di questi ultimi anni di vita alla sua fondazione per i bambini svantaggiati”.
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