Il Tour degli eccessi. La non quiete prima della tempesta sui Pirenei

 TOUR DE FRANCE  

LA NON QUIETE PRIMA DELLA TEMPESTA SUI PIRENEI

A leggere il risultato dalle cinque righe di Televideo, come si faceva trent’anni fa per l’Etoile des Besseges senza internet, uno direbbe yawn, che noia, uno sprint di massa vinto da Jasper Philipsen, il solito Tour che va da un posto all’altro della Francia nella canicola di luglio. Routine, ecco. Invece no, invece è stata una giornata che L’Équipe sbatte in prima pagina per tutta la tensione che ha messo in scena sotto il sole, una giornata pazzesca dall’inizio alla fine, agitata come lo sono i lupi sotto la luna piena, una battaglia incessante, tra velocisti e fuggiaschi, tra i rivali per la classifica generale che stupidamente pensavamo fossero a riposo, in accappatoio bianco durante questa tappa pianeggiante verso i Pirenei, tutto questo a una media di 48,8 km/h, che ci fa chiedere come abbia fatto questo sciame di uomini a soddisfare anche solo un bisogno naturale.

Sono le parole con cui l’immaginifico Alexandre Roos racconta sul giornale francese la corsa arrivata a Pau, il posto dove il Tour per tradizione si ferma a dormire prima di attaccare le montagne aspre al confine con la Spagna. Una giornata straripata – dice – l’anacronismo del Tour de France ha colpito ancora e per anacronismo si deve intendere la bellezza, questo rifiuto di sottomettersi alle esigenze dei tempi, ai formati condensati leggibili su schermi larghi 10 cm, alle conclusioni facili in bianco o nero.

Prima si è ritirato Roglic, poi Pogacar ha mandato all’attacco Adam Yates per infilare una banderilla nel corpaccione della Visma. Una prima ora di corsa vissuta dai corridori come se fosse stata l’ultima commenta Pierre Carrey su Le Monde. La follia ha nomi, parole e gesti, scrive. Un’idea con cui la Emirates ha messo alla frusta la squadra di Vingegaard e che “lascerà tracce” secondo Roos, fino a vedere Tadej sprintare per un nono posto, solo per alzare lo sguardo negli occhi del rivale e dirgli io ci sono, io sono qua, andiamo a risolvere questa faccenda sulle montagne. 

Un grande dispendio di energie ribadisce L’Équipe in un’analisi successiva di Régis Dupont, mentre Yohann Hautbois si domanda se la maglia gialla deve correre in modo diverso, magari forzarsi un po’, violare la sua natura di attaccante, proteggersi in vista della terza settimana. 

 LA CORSA PRIMA DELLA CORSA

I PIRENEI

DI JACQUES SEDENTEUR

Sui Pirenei a settembre ci vanno gli spagnoli. Portano la loro Vuelta fra le montagne povere come sul dorso di un asino, mentre noi francesi che ci siamo sempre andati a luglio, in piena estate, quando il sole è più sole che qua, ci arriviamo con la luce che di solito accompagna gli eroi e i loro cavalli bianchi.

Los Pirineos dicono loro. Les Pyrénées scriviamo noi. Sono strade che ci dividono o ci uniscono, la verità è sempre nell’occhio di chi guarda. Eppure per loro sono montagne maschili, vette virili d’autunno come un Banderas o un Javier Bardem, per noi sono femminili, sono le promesse tradite della bella stagione. 

Le nuvole basse sono tende dietro le quali les Pyrénées si nascondono, ma tutti sanno che non si sono mai mosse di là. Avrebbero bisogno di un buon ufficio stampa per competere con lo charme delle Alpi, che la decadenza della cultura francese in favore di quella anglosassone spinge tutti adesso a definire glamour. Les Pyrénées in luglio profumano generalmente di resina, scrosciano di cascatelle fresche. Godono di una luminosità d’atmosfera che avvicina le cime. Sono scalate tra falchi e poiane, qualche volta si riesce ancora ad avvistare qualche avvoltoio, o tra le pietraie vipere. Le strade sono rugose e malandate, i nomi che portano sono aspri, pieni di spigoli, come facce di taglialegna, si tratti di Ossau, di Bigorre, o di Gazost. Offrono in qualche caso come le Alpi resort multi stelle e stazioni sciistiche. Si sono convertite a un’accoglienza di lusso stonata come Jannacci, eppure la loro anima autentica resiste in un cassoulet o in una garbure, la zuppa asciutto dentro la quale annegano i fagioli bianchi di Tarbes, ossa di prosciutto, pezzi d’oca e d’anatra, verze, porri, carote, rape, aglio, cipolle. Sulle Alpi si vanteranno sempre di poter portare in tavola le costolette di cervo e i canederli. Les Pyrénées hanno accenti problematici, le Alpi hanno la erre moscia. Sont invincibles. 

[TUTTO QUI]

[TUTTO IL TOUR 2020 DI JACQUES SEDENTEUR]

 

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