Tappa-10. Il Re Cavendish sulle strade dei re Capeting’

 

    TOUR DE FRANCE

Il Tour de France si rimette in marcia da Orléans con la più bassa percentuale di ritirati dopo la prima settimana dal 2005 in avanti. Stamattina non è ripartito il russo senza-bandiera Vlasov, così il tasso delle rinunce salirà dall’1.7% di ieri al 2.2%, contro il 10% del 2021 e del 2012. Un anno fa eravamo al 4%. Prima di Vlasov si erano fatti da parte Michele Gazzoli, Casper Pedersen e Mads Pedersen. 

Ricominciamo con Pogacar in vantaggio di 33 secondi su Evenepoel, 1:15 su Vingegaard, 1:36 su Roglic, 2:16 su Ayuso. Oggi c’è spazio per i velocisti o per chi avesse voglia di scompaginare il copione. Finora abbiamo avuto una crono, tre sprint di gruppo, due di un gruppetto, un arrivo in coppia di due compagni di squadra, due arrivi in solitaria con 14 e 19 km percorsi.  

Gli ultimi 60 km di corsa sono esposti ai venti e ai ventagli.  L’ultima volta che Saint-Amand-Montrond ha ospitato un arrivo era il 2013, Mark Cavendish era il più grande sprinter del suo tempo e vinse per la 25esima volta al Tour. La rivista Rouleur mette il suo nome tra quelli che oggi potremmo veder sfrecciare con le braccia alzate sul traguardo, ma dietro Jasper Philipsen – indicato come il favorito numero uno, finora fermo a zero.  L’anno scorso ha dominato gli sprint. Quest’anno è una storia diversa. La squadra lo ha guidato in modo eccellente, ma a Philipsen è mancato lo slancio vincente.

Altri nomi possibili: Biniam Girmay e Dylan Groenewegen – che già ce l’hanno fatta e sono caldi. E poi: Arnaud De Lie, Alexander Kristoff, Fabio Jakobsen, Sam Bennett, Pascal Ackermann, Arnaud Démare, Phil Bauhaus e Byran Coquard)

 

VOCI

IL FIGLIO DI CAVENDISH GIOCA A ESSERE POGACAR

 

➣  Fra lei e il traguardo, mercoledì a Saint-Vulbas, non c’era più niente se non altri 11 colpi di pedale. Vorremmo riviverli con lei.

Mentre pedalavo, non sentivo niente. Nello sprint è tutto abbastanza clinico. Non c’è sentimento. Non c’è emozione fino a quando tagli la linea… No, non devi nemmeno oltrepassare la linea. I velocisti lo sanno se hanno vinto o no. Che siano dieci metri o dieci centimetri prima della linea, lo sai se hai vinto. Per me è stato quando ho iniziato a sentire il dolore, proprio davanti al logo Skoda dipinto per terra. È stato allora che ho capito che non c’era più nessuno intorno. Sapevo di aver vinto. È solo lì che arriva l’emozione. Tutta la mia carriera è stata così. Sento un’emozione enorme dopo il traguardo perché l’ho repressa fino a un attimo prima. Potrei chiamarla estasi, oppure gioia come l’altro giorno. O qualche volta si tratta di delusione. Tutto è amplificato. Ho cercato qualcuno del team e la prima persona che ho visto è stata Vitaly Abramov, il responsabile delle comunicazioni. Rincorri un record per anni, sai tutto quel che hai fatto per raggiungerlo e alla fine subentra… non so dirlo… forse sollievo non è la parola giusta, non riesco a trovarne una. Non so se esiste questa parola. È una forma di realizzazione, completa. Dovevamo fare la storia e l’abbiamo fatta. È difficile anche solo da comprendere l’idea di mettere tutto insieme per scrivere la storia e farcela davvero, forse non ci sono parole.

➣ Dietro il podio ha incontrato Tadej Pogacar e gli ha detto: “Non superare il mio record”. Cosa c’era in quelle parole?

È solo uno scherzo. Volevo dimostrargli il mio rispetto, per quello che fa. Uno dei più grandi corridori di tutti i tempi. E ha solo 25 anni. Più che un campione è un bravo ragazzo. Un bravo ragazzo con tutti coloro che lo circondano. È apprezzato. Non solo dai suoi compagni e amici, ma anche dai suoi avversari. E porta una cosa in questo sport… In questo sport non c’è solo da vincere. Si tratta di creare storie, creare ricordi e fonti di ispirazione. Da appassionato di sport, quando vedo qualcuno che causa tutto questo… Quando vedo mio figlio di 6 anni che sale in bicicletta e gioca a essere Tadej. L’idea è… come far sognare le persone. È uno sport magnifico. E io lo amo per questo. Sono molto fortunato ad aver potuto condividere parte della mia carriera con questa nuova generazione che illuminerà il mondo del ciclismo. Fra qualche anno, quando andrò a trovarli da appassionato di ciclismo, con i miei figli, saprò che ho corso contro di loro e che è stata una cosa eccezionale.

[intervista di Pierre Callewaert, L’Equipe]

LE STRADE DEL TOUR

SALSICCE E GIOIELLI

 

Dunque vediamo. Se uno dice Orléans, cosa viene in mente? La senape, l’aceto, Giovanna d’Arco, i re capetingi, i duchi d’Orléans, Georges Bataille, e il fatto che il Tour de France sia passato di là tutto sommato poche volte, sei in tutto tra il 1964 e il 2001, quando la città fu sede di partenza di una tappa vinta da Erik Zabel. L’ultimo arrivo in città porta la data del 1974, l’ultima estate in cui Eddy Merckx ha corso alla Eddy Merckx, la sua ultima estate da cannibale. Scappò a 12 km dal traguardo e se ne andò a vincere  la semitappa del mattina, pagando al pomeriggio nella crono e lasciando 10 secondi a Michel Pollentier.

A Orléans è nato Florian Rousseau, tre volte campione olimpico e vincitore di dieci titoli mondiali su pista, tre nella velocità individuale. Ora è responsabile della preparazione olimpica per la federazione. C’era il nome di Orléans anche sulla carta d’identità di Jean Maréchal, vincitore della Parigi-Roubaix 1930, prima di essere squalificato e retrocesso al secondo posto, ma è un malinteso. I suoi erano in viaggio e alla madre vennero le doglie mentre si trovava nei paraggi.

A proposito di paraggi, a 18 km di distanza c’è Jargeau, la patria dell’andouille, tanto dal 1971 esiste una confraternita classica, quella dei Cavalieri Assaggiatori. Classica oggi. Bisognerebbe recuperare cosa diceva la gente di loro nel 1971. L’andouille come Iddio comanda è fatta di trippa e carne di maiale, talvolta cipolle, scalogni o prezzemolo, quella di Jargeau viene cotta in un brodo di spezie ed erbe aromatiche. Una volta brasata o grigliata sul barbecue, viene servita con lenticchie, fagioli e purè di patate, accompagnata da un bicchiere di vino bianco della Valle della Loira.

Oh, almeno così si raccomanda il sito del Tour de France – quella corsa che ti può portare in un giorno dalla capitale della salsiccia a un posto pieno di gioiellieri, Saint-Amand-Montrond, che deve questa sua vocazione orafa a un parigino stabilitosi qui nel 1888, il signor Moricault, stanco del trambusto della capitale. Uno dei suoi dipendenti, originario di Meillant, gli raccomandò Saint-Amand-Montrond e l’industria locale della gioielleria è iniziata cosìo

 

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