È il Tour delle piccole squadre. È il Tour della rivoluzione dal basso. A parte gli Emirates di Tadej Pogacar a Valloire, cinque dei sei team nelle posizioni inferiori del ranking UCI hanno vinto le prime sei tappe al Tour de France: sono la DSM-Firmenich con Bardet, la Arkéa-B & B con Vauquelin, la Intermarché- Wanty con Girmay, la Astana con Cavendish e ieri la Jayco-AlUla con Groenewegen. Una circostanza che induce stamattina L’Équipe a dare una sveglia alla francese Cofidis, unica formazione in fondo alla classifica a non aver ancora vissuto uno scampolo di felicità.
Alexandre Roos, firma immaginifica del giornale francese, scrive che “abbiamo bisogno ogni tanto di respirare, di rinfrescare le idee e proteggere i nostri battiti dalla tachicardia. La storia non può essere scritta ogni giorno, né i nostri corpi possono resistere allo shock di questi ripetuti colpi di scena”, tipo il fotofinish di ieri per consegnare il bouquet di fiori a Dylan Groenewegen, il tipo che abbiamo preso in giro perché si maschera come Batman o come Pulcinella, fate voi, con il becco davanti a certi occhiali scuri, “per un guadagno aerodinamico da stabilire”. Ha battuto Jasper Philipsen per la misura di un cerchio di ruota, solo che i commissari di gare un’ora dopo l’arrivo hanno declassato il belga, colpevole di aver schiacciato Wout van Aert contro le transenne.
L’INCIDENTE DEL 2020
Ha una brutta storia di transenne alle spalle pure Groenewegen. Nella prima tappa del Giro di Polonia 2020, mandò Fabio Jakobsen, olandese come lui, contro le barriere a 80 km orari: commozione cerebrale, fratture al cranio, naso rotto, palato lacerato, mascella distrutta, spalla contusa, polmone in sofferenza. Dylan diventò il cattivo del gruppo, uno spericolato fuori controllo, un egoista, un mezzo criminale. La sua squadra rinunciò a difenderlo, quella di Jakobsen chiese che lo mandassero in prigione. La federazione lo squalificò per nove mesi. Jakobsen venne tenuto in coma artificiale per qualche giorno, aveva un prete notte e di giorno di fianco a lui, Groenewegen cadde in depressione. Javier Sánchez su El Mundo ricostruì la sua storia di ragazzo cresciuto ad Amsterdam, nel quartiere di Rivierenbuurt, “dove viveva Anna Frank prima di doversi nascondere”. Il suo bisnonno montava biciclette, il nonno aprì un negozio per venderle e suo padre Gerrie ha mandato avanti la tradizione. Alla sua prima corsa, quando aveva solo sette anni, Dylan si presentò con una bici personalizzata lilla gialla e bianca preparata in famiglia. Fino al giorno in cui è diventato professionista ha usato sempre e solo quelle. «Erano migliori delle Bianchi», è la frase che gli viene attribuita. L’Équipe Magazine gli dedicò una copertina, perché era una grande storia umana. Mentre Jakobsen restava in coma per due giorni e per un mese in terapia intensiva, a Dylan toccava “la paura di essere riconosciuto, gli insulti, le minacce”.
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Due anni più tardi, in una corsa nelle Fiandre, arrivò questa foto a sanare forse certe cose fra i due, certamente a commuovere noi-Alici-nei-paesi-delle-meraviglie. Il signore accovacciato che tiene il bimbo per i fianchi è quello che due anni prima quasi stava ammazzando l’altro in piedi, in giallo, In mezzo c’era questo bimbo ricciolino, il figlio di Dylan, appena nato nei giorni dell’incidente, quando arrivarono minacce anonime a casa che dicevano: sei un criminale, te lo ammazziamo. [Tutta la storia è QUI]
Ieri la giuria ha fatto fuori Philipsen, scrive Roos su L’Équipe, perché era “il modo per dargli una calmata, lui che l’anno scorso aveva i modi di un rugbista negli sprint, senza mai essere stato sanzionato. Dall’inizio di questo Tour, il miglior velocista del mondo ha avuto l’efficienza di un attaccante della Nazionale di calcio francese”, intende dire che è disinnescato. Nemmeno ieri le formazioni dei velocisti hanno dovuto lavorare granché, “in mezzo ai vigneti di Borgogna”, visto che non c’è stata alcuna fuga, a parte una fujtina all’inizio di Jonas Abrahamsen per cercare punti nella classifica della maglia a pois. “Anche le fughe pubblicitarie stanno diventando sempre più rare” dice Roos, le fughe cioè per farsi vedere in tv.
Nelle sue pagelle per Bicisport, dove pedala nelle pieghe della corsa a cercare tracce di umanità, Alessandra Giardini racconta che Abrahamsen ha 28 anni, “dal fisico non diresti mai che si tratta di un ciclista, e meno che mai uno capace di vestire la maglia a pois, quella che spetta al miglior scalatore del Tour de France. È nato a Skien, la città del grande drammaturgo Henrik Ibsen. Jonas giocava a pallone, era anche piuttosto bravo, finché non ha subito un grosso infortunio al ginocchio. Durante la riabilitazione, come spesso succede, ha scoperto la bici. Ha raccontato che due anni fa pesava dai 58 ai 60 chili, ora ne ha presi 20, pesa circa 80 kg”. Lui dice: «E in salita vado meglio di quando ero più leggero. Questa è una trasformazione che ho intrapreso quando sono entrato alla Uno-X, e sono molto soddisfatto del risultato poiché mi sento più forte ogni anno. Ho guadagnato potenza». Se foste abbonati a Bicisport, per esempio, potreste leggere pure certe cose sui piazzamenti di Cavendish in volata, su Antoine Griezmann e sulla tattica di Ineos [ci si abbona QUI]