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Prima che arrivi la pagina in cui si porge l’altra guancia, la Bibbia dice che le colpe dei padri ricadono sui figli. Ma al Kampioenschap van Vlaanderen hanno fatto un po’ di testa loro. Il signore accovacciato che tiene il bimbo per i fianchi è quello che due anni fa quasi stava ammazzando l’altro in piedi, in giallo, il vincitore. Fabio Jakobsen primo, Dylan Groenewegen terzo, in mezzo lui. Il piccolo ricciolino. La foto è stata scattata la settimana scorsa nelle Fiandre, ma come i messaggi in bottiglia dei naufraghi è arrivata ieri nel mare della rete.
Sono due olandesi, avversari quel giorno, e dopo anche di più. Nemici. In causa in tribunale. Nella prima tappa del Giro di Polonia 2020, Groenewegen manda Jakobsen contro le transenne a oltre 80 all’ora, per una commozione cerebrale, fratture al cranio, un naso rotto, il palato lacerato, la mascella distrutta, una spalla contusa, un polmone in sofferenza. Dylan era considerato uno spericolato. Salì di categoria. Diventò un criminale. La sua squadra rinunciò a difenderlo, quella di Jakobsen chiese che lo mandassero in prigione. Nello stridore di denti si alzò la voce di un uomo che non smise di esserlo, Romain Feillu.
«Se dovessimo sanzionare ogni scorrettezza – disse – dovremmo intervenire in uno sprint su due. Diverse sono le conseguenze, questo è il problema. Ciò che Groenewegen deve affrontare dopo l’incidente è già la peggiore punizione possibile. Credo che ora darebbe tutta la sua carriera per salvare la vita a Fabio Jakobsen. La sua vita è rovinata dal senso di colpa. Lo vive già da solo, non ha bisogno di qualcuno che lo spinga a farlo. Quando leggo le parole di Patrick Lefevere che invoca la prigione, mi chiedo cosa voglia. C’è già Jakobsen che lotta tra la vita e la morte, vuole che un altro si uccida per la colpa?».
La federazione lo squalificò per nove mesi. Jakobsen venne tenuto in coma artificiale per qualche giorno, c’era un prete seduto di fianco a lui, Groenewegen cadde in depressione. Javier Sánchez su El Mundo ricostruì la sua storia di ragazzo cresciuto ad Amsterdam, nel quartiere di Rivierenbuurt, “dove viveva Anna Frank prima di doversi nascondere”. Il suo bisnonno montava biciclette, il nonno aprì un negozio per venderle e suo padre Gerrie ha mandato avanti la tradizione. Alla sua prima corsa, quando aveva solo sette anni, Dylan si presentò con una bici personalizzata lilla gialla e bianca preparata in famiglia. Fino al giorno in cui è diventato professionista ha usato sempre e solo quelle. «Erano migliori delle Bianchi», è la frase che gli viene attribuita.
Al nuovo cattivissimo del ciclismo mondiale, dedicò una copertina l’Équipe Magazine. Mentre Jakobsen restava in coma per due giorni e per un mese in terapia intensiva, a Dylan toccava “la paura di essere riconosciuto, gli insulti, le minacce”.
«Le prime settimane dopo l’incidente non avevo più alcun interesse per il mio sport. Non riuscivo nemmeno a guardare la bici in garage. Ho pensato di mollare tutto. Per ritrovare la motivazione, sono dovuto tornare nei luoghi della mia infanzia. Non sono più salito in bici per sette o otto settimane. Ci ho provato, diverse volte, ma il blocco psicologico era troppo grande. L’impulso era svanito. Alla fine sono salito sulla mia bicicletta da città e ho pedalato per la prima volta» .
Disse che la lezione più grande era aver imparato a essere odiato. «So che alcune persone saranno arrabbiate con me per il resto della mia vita. Devo accettarlo».
Fabio uscì dal coma, fece riabilitazione, tornò in gruppo nell’aprile del 2021, con un grande sorriso da cui non spuntavano denti. Ne aveva persi dieci e aveva ancora una lesione al nervo che comanda le corde vocali. La squalifica di Dylan finì il mese dopo, rientrò al Giro d’Italia, al suo primo sprint fece quarto a Novara. Prima vittoria: al Giro della Vallonia, il 20 luglio. Prima vittoria di Fabio: Giro della Vallonia, il 21 luglio. Il giorno dopo. Avevano ancora le vite intrecciate.
“Una mattina – raccontò L’Équipe Magazine – Groenewegen aveva trovato un nodo nella sua cassetta delle lettere”. Gli dicevano di fare attenzione al bambino appena nato.
Il ricciolino della foto.
Quello a cui adesso Jakobsen porge l’altro pugno.
[la foto è dell’agenzia Sprint Cycling, tratta dall’account Twitter di Laura Meseguer]