E alla fine un Thuram fece il Thuram. In silenzio cauto e prudente sul caso Acerbi, Marcus figlio di Lilian ha sentito il peso del cognome che porta e ha spaccato in due la cautela, parlando di politica dal ritiro della Francia. Il paese andrà al voto nel pieno del torneo, il 30 giugno, dopo lo scioglimento dell’Assemblea nazionale voluta da Macron come conseguenza dell’esito delle Europee, l’ascesa del Rassemblement National di Marine Le Pen. I Blues avevano finora solo chiesto di poter esercitare il loro diritto al voto, ieri Marcus Thuram ha preso una posizione molto chiara in conferenza stampa.
«La situazione è molto, molto grave – ha detto l’attaccante dell’Inter – ho saputo dell’esito delle urne dopo la partita contro il Canada. Nello spogliatoio eravamo tutti un po’ scioccati. Questa è la triste realtà della nostra società. Ci sono messaggi che passano ogni giorno in televisione che tirano la volata a questo partito. Come ha detto Ousmane Dembélé, dobbiamo dire a tutti di andare a votare. Come cittadini, dobbiamo lottare quotidianamente affinché non accada più e affinché il RN non passi. In questa squadra, penso, anzi spero, che tutti condividano la mia opinione. Capisco che alcuni dicano che bisogna andare votare, non credo che sia sufficiente fermarsi qui. Dobbiamo anche dire come siamo arrivati a questo punto e parlare della gravità della situazione. Siamo in un Paese libero e ognuno farà ciò che ritiene giusto. Io sono qui davanti a voi e dico certe cose. Gli altri magari non le dicono ma, ripeto, non ho dubbi che tutti la pensino come me»
Colpo di scena, dice allora L’Équipe, consegnando alla testa alta di Marcus la prima pagina. Colpo di scena perché con l’eccezione di Thuram padre, “i giocatori della nazionale francese – dice il giornale – sono sempre stati riluttanti a impegnarsi in politica”. Marcus fu il primo calciatore europeo a inginocchiarsi in campo nei giorni successivi alla morte di George Floyd. Il più grande gesto politico mai visto su un campo di calcio. In effetti, quando poi si legge l’elenco di qualche posizione presa, viene da dire ai colleghi francesi di farsi un giro in Italia, dove mai e poi mai la voce di un calciatore ha occupato lo spazio del dibattito politico.
LETTURE OBBLIGATORIE
Al tempo del Mundial nell’Argentina del generale Videla, Dominique Rocheteau, 23enne, cercò di convincere i suoi compagni di squadra a rispondere all’invito di Bernard-Henri Lévy a Buenos Aires. Quattro giocatori accettarono, ma l’incontro con il filosofo saltò. Pochi giorni prima, il cittì Michel Hidalgo era stato vittima di un incredibile tentativo di rapimento da parte di un piccolo gruppo di attivisti, che cercava di attirare l’attenzione “sull’ipocrita complicità della Francia”. Di ipocrisia si è parlato anche nel 2022, quando la missione in Qatar è stata preceduta da un comunicato stampa giudicato deboluccio e imbarazzato, in considerazione del peso economico e politico dei mediorientali in Francia, nel calcio e non solo.
Una delle prime polemiche politiche intorno alla nazionale, si registrò durante Euro 96, quando Le Pen padre disse che c’erano troppi neri in Nazionale, aggiungendo che gli pareva una naturalizzazione di convenienza. Il cittì Aimé Jacquet rispose risposto che la maglia era molto ben difesa e Didier Deschamps, all’epoca calciatore, fu tagliente: «Ancora una volta – disse – Le Pen ha sparato una sciocchezza». Dieci anni dopo, nel 2006, il presidente del Front National rilanciò la sua tesi: «Abbiamo la sensazione che la Francia non si riconosca pienamente in questa squadra. Forse l’allenatore ha esagerato con la proporzione dei giocatori, forse avrebbe dovuto mantenere più moderazione, forse si è lasciato trasportare dalle sue posizioni ideologiche». L’allenatore era Raymond Domenech e gli disse: «Ci sono troppi idioti in politica, soprattutto lui, in effetti».
Pochi giorni dopo, in questa strana saga di padri contro padri e figli contro figli, Lilian si confermò il calciatore più politicizzato degli ultimi anni e aggiunse: «Non so cosa dire. Non sono nero. Sono francese. Il signor Le Pen deve sapere che non esistono francesi biondi o scuri». A lungo la Francia ha chiesto di prendere posizione pure a Zinédine Zidane. Le sue parole sono arrivate sul tardi, ma alla fine furono ferme, in un’intervista al magazine di Le Monde, nel 2012, si espresse sul diritto al voto degli stranieri alle elezioni locali: «Non voglio starci dieci minuti sopra, voglio rispondere con chiarezza. Ha diritto di voto chi contribuisce, pagando le tasse, alla vita attiva del Paese. È questo che penso».
L’EDITORIALE
Stamattina L’Équipe affida a Vincent Duluc un editoriale sull’argomento: “Scegliendo di sciogliere l’Assemblea nazionale poco prima dell’estate dei primi Giochi Olimpici di Parigi dopo cento anni – si legge – Emmanuel Macron non solo ha calpestato la possibilità di una tregua olimpica, questa illusione di un momento senza politica nella vita del mondo. Ha sconvolto i calendari, l’allegria della bella stagione e l’idea di futuro, creando una collisione irrimediabile tra un evento che divide i francesi, come le elezioni, e i due eventi che li uniscono, gli Europei e le Olimpiadi. In questo contesto, ha fatto impressione – scrive Duluc – il modo maturo e straordinariamente articolato con cui Marcus Thuram si è espresso, alienandosi consapevolmente il favore di un 30% delle persone che fanno il tifo, dopo le lunghe ostentazioni di cautela e ironia degli ultimi anni. Il suo coraggio non consiste nell’aver difeso questa posizione anziché un’altra, consiste nell’aver accettato di distinguersi, in un contesto collettivo favorevole al silenzio, per rendere pubblica una convinzione troppo scottante per essere conservata tra le mura dell’Hôtel des Bleus, a due giorni dall’entrata in gara della squadra. La sua educazione al tema e il suo modo di pensare lo hanno chiaramente aiutato a rispondere a domande che gli altri vedono come trappole. Non possiamo dimenticare che nella vita reale questi giocatori sono dei ragazzini e che nella vita del calcio li facciamo portavoce, con tutti i limiti che gli imponiamo, compreso il rimprovero dei privilegi, quell’eterno modo populista di screditare un messaggio e i suoi messaggeri”.
L’ESERCIZIO DEL VOTO
Nel ritiro di Clairefontaine, la federazione aveva allestito la settimana scorsa una stanza per esercitare il diritto di voto tramite procura. Ma pochi giocatori se ne sono avvalsi. Allo scioglimento dell’Assemblea, Kylian Mbappé ha subito chiesto di avere la stessa possibilità per le legislative. “A seconda del contesto e della sensibilità – spiegava nei giorni scorsi L’Équipe – la consapevolezza è differente. La stragrande maggioranza dei giocatori proviene da quartieri popolari e spesso da un contesto di immigrazione”. Mbappé, Koundé e Tchouaméni sono i giocatori indicati come i più consapevoli delle questioni sociali. Sono i tre che presero posizione dopo la morte del giovane di Nahel negli scontri di un anno fa nelle periferie. Firmarono un testo comune in cui invitavano alla calma. Più recentemente, Ousmane Dembele, Ibrahima Konate, Marcus Thuram, ancora Kounde e Dayot Upamecano hanno manifestato il loro sostegno alle vittime di Rafah. L’ex juventino Kingsley Coman ha invece preferito dire: «Non sono venuto per parlare di questo, sono venuto per parlare di calcio». Upamecano: «Crediamo che le opinioni politiche debbano essere individuali». Anche Deschamps se ne sta all’ombra, Quando i suoi presero posizione su Nahel, ne fu stizzito, dice L’Équipe.
LA POSIZIONE DELLA FEDERAZIONE
Ora pare stizzita la federazione. L’Equipe riferisce che le reazioni alle parole di Marcus Thuram l’hanno spinta a esprimersi a sua volta, con un comunicato stampa in serata che è figlio di un colloquio telefonico di 10 minuti tra il presidente Philippe Diallo, il capitano Kylian Mbappé e il vicecapitano Antoine Griezmann. Il testo ricorda che «ciascun giocatore può esprimersi liberamente, secondo le proprie convinzioni e la propria sensibilità», insieme con «la necessaria chiamata a votare» e chiede che «la neutralità dell’istituzione, come quella della nazionale, siano comprese e rispettate da tutti» .
Secondo fonti vicine alla federazione citate dal giornale francese, “per evitare ogni malinteso”, il presidente ha chiesto al capitano di parlare in conferenza stampa nella giornata di domenica, alla vigilia del debutto con l’Austria, “per evitare qualsiasi ripresa politica”. Philippe Diallo non è ancora arrivato in Germania. Sarà alla partita lunedì.