la guerra e lo sport
Le sanzioni ai russi anche negli scacchi
Le ha firmate un russo amico di Putin
La nuova sfida al campione del mondo Magnus Carlsen non ci sarà. Sergey Karjakin è finito nella stessa lista dei pattinatori Evgenia Tarasova e Vladimir Morozov, la stessa del nuotatore Rylov: fuori dalla comunità internazionale per il suo sostegno a Putin e all’invasione dell’Ucraina. Karjakin ha 32 anni, è nato a Simferopol, nella penisola di Crimea e ha preso la cittadinanza russa nel 2009, cinque anni prima dell’annessione. La federazione internazionale scacchi lo ha fermato per i prossimi sei mesi. Non sarà né alle cosiddette Olimpiadi degli scacchi né al Torneo dei Candidati di giugno a Madrid, da cui uscirà il rivale di Carlsen per il titolo mondiale.
«Sono un patriota – ha detto lui – prima di essere un atleta. Tra sostenere il mio Paese e partecipare al Torneo dei Candidati, sceglierei sempre il primo».
Ah.
La sua storia è stata raccontata da Abraham Romero su El Mundo insieme con l’altra faccia della medaglia, la vicenda di Arkady Dvorkovich, 49 anni, moscovita, ex membro dei governi di Putin (era suo consigliere) e di Medvedev, del quale è stato vice primo ministro dal 2012 al 2018. “Nessuno è sotto pressione in questo momento quanto lui” scrive El Mundo. Perché Dvorkovich è il presidente della federazione internazionale ed è stata sua la firma sotto il provvedimento che ha squalificato Karjakin. Figlio di un arbitro internazionale di scacchi, Dvorkovich è stato anche presidente del comitato organizzatore della Coppa del mondo 2018.
“Putin era lì per lodarlo. La sua presenza è fondamentale – scrive El Mundo – per continuare a ricevere in federazione denaro russo (Gazprom, PhosAgro, Nomickel), eppure non ha esitato a sanzionare atleti, organizzazioni e società del suo paese dopo lo scoppio della guerra. Soprattutto, non ha esitato a voltare le spalle a Putin”.
Questa settimana Dvorkovich si è dimesso da presidente della Fondazione Skolkovo, il centro di innovazione e tecnologia che chiamano la Silicon Valley di Russia, dopo che Andrei Turchak, segretario di Russia Unita, lo ha accusato di «tradimento nazionale» per aver criticato l’invasione.
«I miei pensieri – la sua risposta – vanno ai civili ucraini. La guerra non solo toglie vite, ma anche aspirazioni e speranze».
meduse
Abramovich è riapparso a Istanbul, seduto a nuovi negoziati di pace, dopo la storia dell’avvelenamento. Il ministro Kuleba ha avvertito: non mangiate e non bevete nulla. Jacopo Iacoboni su la Stampa ha scritto che “ieri sulla storia del veleno ad Abramovich si è scatenata una controffensiva potente di propaganda russa, partita dalle frasi del portavoce del Cremlino (Dmitry Peskov ha definito quegli articoli «parte della guerra dell’informazione», e sostiene anche che Abramovich «non è un membro ufficiale della delegazione russa ai negoziati, ma è coinvolto nell’assicurare alcuni contatti tra la parte russa e quella ucraina»”.
A La Stampa risulta che Bellingcat stia per rivelare altri dettagli sull’avvelenamento.
Ben MacIntyre sul Times conserva i suoi dubbi e usa la lingua russa per esprimerli. “Roman Abramovich è stato avvelenato? Mozhet byt’”, cioè may be, forse.
“Nessuno sa ancora – scrive – chi possa aver somministrato il veleno, o perché. È stato un tentativo da parte dei falchi russi, o anche dello stesso Putin, di porre fine a qualsiasi speranza di pace? È stato il lavoro dello spietato servizio di sicurezza russo? Era un avvertimento? È stato un errore? L’oligarca, uno degli stretti alleati di Putin, ha semplicemente preso una tazza di caffè destinata a qualcun altro? Se il numero di avvelenamenti attribuiti di recente alla Russia è notevole, lo è anche il tasso di apparente fallimento. I delinquenti del servizio di intelligence militare russo non sono riusciti a eliminare la spia Sergei Skripal a Salisbury, ma sono riusciti ad avvelenare sua figlia e a uccidere una donna innocente, che ha raccolto l’arma del delitto, una bottiglia di profumo carica di gas nervino. Il politico dell’opposizione Vladimir Kara-Murza è sopravvissuto a due sospetti avvelenamenti. Ma il veleno è insidiosamente efficace come arma politica. Che la vittima muoia effettivamente o no, per certi versi, è irrilevante, perché il veleno invia un messaggio più astuto di un proiettile: possiamo prenderti ovunque tu sia, quando vogliamo, usando come arma gli oggetti più quotidiani: la maniglia di una porta o una tazza da tè in un ristorante giapponese”.
titoli | La Stampa: “Canestro da Oscar” – Il documentario “The queen of basketball” vince la prestigiosa statuetta È la storia di Harris, la pioniera, e racconta anche Griner, la prigioniera. Le due donne si ritrovano legate in una strana sequenza di eventi e in un incrocio del tempo: «Questo premio è per lo sport femminile»
Giulia Zonca ha scritto: “Due donne straordinarie di cui non si parla più sono finite insieme sul palco degli Oscar. Nessuna era presente, ma entrambe hanno lasciato il loro nome. Forte e chiaro. Lucy Harris è la protagonista di «The queen of basketball», il documentario che ha vinto la statuetta nella categoria cortometraggi, lei è morta due mesi fa e la sua vita non è mai stata raccontata fino a qui. Eppure è stata la prima donna a segnare un canestro alle Olimpiadi, la prima a entrare nella Hall of fame, la prima e unica a essere selezionata da una squadra maschile della Nba, i New Orleans Jazz nel 1977. Ha rifiutato, non voleva giocare alla gara dei sessi, voleva giocare a pallacanestro. Brittney Griner è stata evocata dal regista Ben Proudfoot nel suo discorso «presidente Biden, la porti a casa»”.
La Gazzetta dello sport: “Il cuore di Vicario”. «Così adesso ho un fratellino ed è ucraino». La famiglia del portiere dell’Empoli ospita un bimbo di 11 anni e la mamma, arrivata da Dnipro: il padre è rimasto in patria, in attesa di sapere se dovrà arruolarsi
Tuttosport: “E c’è la bella storia dell’arbitro Filonenko. In Italia e subito a dirigere in campionato” – Anche la pallamano ha teso la mano verso l’Ucraina