Il razzismo di Boston secondo Draymond Green

Il razzismo di Boston secondo Draymond Green

 

  A Boston? Sono razzisti. Gli avversari dei Celtics lo ricordano ogni volta che possono e Draymond Green più spesso di tutti. Non è il solo. LeBron James lo ha fatto nello scorso autunno durante il talk show The Shop definendo quel pubblico razzista come pochi. Jaylen Brown e Marcus Smart hanno testimoniato di come loro stessi siano delle vittime dei propri tifosi, quando i risultati sono deludenti.

Una foto famosa del 1976 raccontava il clima di tensione presente a Boston: un bianco che punta contro un nero un’asta, a cui era appesa la bandiera americana. Un’immagine scattata durante le manifestazioni che seguirono l’annuncio della fine della segregazione nelle scuole pubbliche. 

Un sondaggio commissionato dal Boston Globe nel 2017 ha riferito che i membri della comunità afro-americana indicano proprio in Boston la città in cui si sentono meno accolti. Nel 2014, P.K. Subban, giocatore di hockey dei Montreal Canadiens, ricevette tweet razzisti dopo un gol decisivo per la vittoria contro i Boston Bruins. Nel 2017 il pubblico del baseball al Fenway Park ha usato più volte insulti razzisti verso Adam Jones dei Baltimore Orioles. Un tifoso gli tirò un sacchetto di noccioline. Nel 2019 un tifoso dei Celtics insultò DeMarcus Cousins ed è stato bandito dal Garden per due anni.

Negli ultimi anni, Draymond Green è un protagonista nel mondo dei media. Interviene spesso a Inside the NBA su TNT, ha un podcast, prende parte allo spettacolo Throwing Bones,  nel quale in estate atleti professionisti e intrattenitori parlano di qualsiasi cosa, senza filtri. Sul tema del razzismo nella città di Boston, la stella dei Golden State Warrior è tornato in una lunghissima intervista al New York Magazine. Questi sono i passaggi principali

 

  ➣  Gli atleti dicono sempre di ignorare i fischi e cose del genere, ma siete esseri umani. Non posso credere che siate insensibili. Com’è sperimentare 20.000 persone che ti urlano contro? Ti fa mai sentire vulnerabile? 

«Nella maggior parte dei casi è qualcosa a cui diventi insensibile. Non che non ti dia fastidio, ma può darti fastidio ogni volta o ti adatti a ciò che ti circonda? La maggior parte di noi si adegua. L’unica volta che mi hanno colto alla sprovvista, è stato contro Boston in finale. È stato molto più brutto del solito. Non avevo mai sentito così tanti commenti apertamente razzisti mentre ero in campo. Questo lo ha reso diverso. I fischi, no».

 ➣  Ne hai mai parlato con qualcuno dei giocatori dei Celtics? Non era tifo contro, si è trasformato in qualcosa di più cattivo. Dovrebbe essere stata un’esperienza inquietante anche per i ragazzi dei Celtics.

«Non ho mai parlato con loro di questo. Non credo che la loro esperienza sia uguale alla mia, probabilmente l’hanno trovata fantastica. I Celtics hanno una base di tifosi irriducibili. Francamente, quando giochi la finale NBA, cerchi di ottenere qualsiasi vantaggio possibile per vincere la partita. Non mi aspettavo che qualcuno di loro mi contattasse o si chiedesse come mi sono sentito nel loro ambiente. Se devo essere onesto, anch’io dall’altra parte mi sarei comportato allo stesso modo. Il punto sono le cose dette dalla lega. Ho sentito persone della lega sostenere che facesse parte del gioco. Quindi, sai, ho capito che era meglio non insistere troppo. Dovevo andare a vincere il campionato, ed è quello che ho fatto».

 ➣  Non avranno mica giustificato le urla razziste dei tifosi?

«Beh, nessuno ha detto che non andava bene dire le cose che mi sono state dette. È andata così». 

 ➣  Il tuo podcast è un modo per illustrare una prospettiva che i media non possono avere. Ma quando l’ho ascoltato, mi è parso che tu dicessi cose simili a quelle degli analisti. Cosa pensi di poter dire che gli altri non sanno?

«La maggior parte della gente non distingue una X da una O. Lo dico da un punto di vista logico: non potete pensare di capire il basket quanto me. Io lo studio per numerose ore al giorno. Ci sono ragazzi che giocano nell’NBA che non conoscono il basket, anche la maggior parte della gente pensa di saperne. Non è vero. Non sto dicendo che devi aver giocato o allenato in NBA per essere un esperto di  basket. Sto dicendo che è difficile conoscere il gioco, e pochissimi ci riescono. Nessuno mi chiama a CNBC per parlare del crollo del mercato azionario. Nessuno mi chiede di entrare in uno studio medico a fare una diagnosi. Sai perché? Perché non sono cose che ho studiato. Non è la mia competenza».

 ➣  E quando le critiche arrivano da un ex giocatore come Shaq? Charles Barkley ha detto che non sei più il giocatore di una volta.

«Sì, Charles Barkley ha detto che ho fatto dei passi indietro. Il mio allenatore mi dice invece che mi muovo  bene come sempre. Charles lo conosco. Non guarda sempre le partite. Non la prendo sul piano personale. Questa cosa mi è entrata da un orecchio e mi è uscita dall’altro. Shaq dice che il campionato è più tenero. Okay, ma non l’abbiamo reso noi più tenero. Sono le regole. Mi piacerebbe stendere qualcuno, alzarmi, camminare verso la linea è continuare a giocare, se potessi. Non abbiamo voce in capitolo. Io non credo che abbia detto che noi giocatori siamo più teneri. Non è così Ha detto che il gioco è più tenero. E sono d’accordo con lui»di david marchese, New York Times Magazine 

 

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