Quelli che giocano con le mascherine – La nuova Ct dell’Iran è italiana – La monocultura di Gianni Petrucci

Quelli che giocano con le mascherine

 

      È successo in Superlega – ehm, la serie A di pallavolo si chiama così. Al palazzetto di Vibo Valentia, i giocatori di casa hanno giocato contro Modena tenendo la mascherina anche in campo. Durante la partita. Era uno di quegli scenari post apocalittici che si immaginavano nel marzo del 2020, quando siamo entrati in pandemia al buio, senza sapere nulla del virus né di noi stessi, di come avremmo reagito. Erano giorni in cui c’era persino chi buttava là l’ipotesi che saremmo cambiati, saremmo state persone migliori. Qualche Politecnico s’industriò e sperimentò qualche modello per l’agonismo. Non se ne seppe più niente. 

Ora che del virus sappiamo più cose, ma sempre poco di noi stessi, una squadra in mascherina c’è per davvero. Nessun regolamento lo impone e nessuno lo vieta. Andrea Schiavon ne ha scritto su Tuttosport: Il campionato di volley – dice – sinora è stato pesantemente condizionato dalle positività, tanto che per tre squadre impegnate nelle coppe europee non c’è neppure spazio in calendario per ulteriori rinvii. La stessa formazione calabrese sarà costretta a un tour de force per recuperare le partite non disputate. Se da un lato quindi la scelta dei giocatori di Vibo appare comprensibile, viene da chiedersi se sia davvero giustificata e, ancor più, se sia necessaria. La risposta affermativa a questi quesiti avrebbe non poche conseguenze per l’intero mondo dello sport, visto che la pallavolo peraltro è un gioco in cui i già rari contatti con gli avversari sono stati di fatto eliminati per ridurre i rischi di contagio: niente cambi di campo, niente raccattapalle e niente più strette di mano tra le squadre all’inizio e alla fine delle partite. In questi tempi già pieni di limitazioni, cerchiamo di non farci prendere dal panico creandone di nuove e non richieste.  

 

    mondi La nuova Ct dell’Iran è italiana

Francesco Moscatelli per la Stampa ha intervistato stamattina Alessandra Campedelli, 47 anni, insegnante di sostegno all’istituto comprensivo di Villa Lagarina (Trento), laureata in Scienze e Tecniche dello Sport, laureanda in Psicologia, nuova Ct della Nazionale femminile dell’Iran. Racconta di essersi confrontata prima di firmare con Julio Velasco, che a Teheran ha lavorato dal 2011 al 2014. Campedelli è madre di due figli di 22 e 20 anni. «Sanno benissimo che fino adesso alcuni treni li ho lasciati passare anche per stare vicina a loro. Ora sono grandi e mi hanno detto: “Mamma devi andare, è il tuo momento”». Raggiungerà l’Iran a fine mese.

 

  ➣  Aveva già visitato il Paese altre volte? «Non c’ero mai stata prima della firma. Ho ascoltato poche voci prima di partire perché non volevo farmi condizionare. Sono ancora tanti i pregiudizi che circolano quando si parla di Iran e di donne in Iran. Io sono contenta di non essermi fatta influenzare perché nei primi quindici giorni che ho trascorso lì ho trovato una società molto disponibile e attenta agli altri. Sicuramente sul fronte dello sport e della cultura sportiva sono molto avanti anche rispetto al nostro Paese». 

  ➣  Le prime foto ufficiali la ritraggono con il velo e con gli abiti tradizionali iraniani. Sui social molti le hanno chiesto se l’hanno obbligata… «Mi hanno detto che a loro avrebbe fatto piacere ma che non ero tenuta a farlo. Le donne in Iran non vivono il velo come un’imposizione. Il velo non è una metafora della donna repressa, è la metafora di una donna orgogliosa della propria cultura. Nel mondo dello sport iraniano ci sono tante donne che ricoprono ruoli strategici e manageriali, cosa che da noi non succede o succede raramente. E lì non hanno le quote rosa..».

  ➣  Se uno pensa a una donna italiana in Iran la prima immagine che viene in mente è quella di Oriana Fallaci che si toglie il velo davanti all’ayatollah Khomeini. Era il 1979. «Io credo che la società stia progredendo e che le situazioni siano diverse in Iran come lo sono anche qui in Italia. Ci sono situazioni in cui è importante porsi in un certo modo e altre in cui si è assolutamente liberi. A Teheran ho visto delle donne che stavano senza velo al ristorante e altre che lo tenevano sempre, perché fa parte del loro essere. Non me la sento di dare un giudizio». intervista di francesco moscatelli, la Stampa

 

La monocultura di Gianni Petrucci

 

      A ogni uscita, Gianni Petrucci sorprende sempre un po’. Non tanto per i temi e i nemici che si sceglie. Sono più o meno gli stessi. Il suo cruccio è che il basket sia il settore più penalizzato dalla pandemia, che la politica è cattiva e sbaglia, il governo sbaglia, la sua agenzia economica Sport e Salute sbaglia. Avendo reti e canali per poter ripetere ogni giorno il suo messaggio, rischia che alla fine passi per vero. Quasi più nessuno ricorda per esempio che furono la sua federazione e la Lega Basket a non voler riprendere il campionato nella primavera del 2020, come in bolla facevano invece Spagna, Israele e Germania. È stato quello il momento in cui il basket italiano ha iniziato la sua discesa.

Petrucci sorprende per un altro motivo. È stato a lungo il presidente del CONI ed è alla guida del basket dal 1992. Il suo lavoro è quello del capo di un governo. Stona sentirlo parlare come il presidente di una piccola Confindustria. La settimana scorsa, a proposito sempre di soldi, ristori, ripartizione di contributi, ha detto ad Andrea Barocci del Corriere dello sport-stadio che «il fatto triste è che non si sia fatta mai una distinzione tra lo sport professionistico e quello dilettantistico. Sembra quasi che siano uguali»

Ohibò, verrebbe da dire se si dicesse ancora ohibò. Se fosse davvero così nelle politiche di un governo, saremmo in un signor Paese. Dovrebbe esserne felice persino lui. Forse era quel che auspicava quando si trovava al CONI, quando i dilettanti di scherma e tiro gli salvavano il medagliere di Pechino e Londra. 

«Sì, è uguale la finalità – ha concesso riprendendo il ragionamento – però i costi sono enormemente differenti».  

E qui gli ohibò diventano due. Perché se sono diversi i costi, allora sono enormemente diversi anche gli introiti. Petrucci si domandava: «Si è mai calcolata la differenza tra federazioni professionistiche, che versano tasse importanti allo Stato, e dilettantistiche? Se non si fa questa distinzione vuol dire non conoscere lo sport». 

E qui tutto si fa più confuso. Primo: Petrucci lascia intendere che la sua sia una federazione professionistica. Ne esistono? Nemmeno il calcio lo è. È una federazione – appunto – perché tiene sotto lo stesso cielo gli straricchi della A e gli amatori, la Nazionale e i club, i calciatori, gli allenatori, gli arbitri. L’articolo 1 dello statuto della Federazione pallacanestro dice anzi che si tratta di un’associazione senza fini di lucro e che ha lo scopo di promuovere, regolare e sviluppare lo sport della pallacanestro. L’articolo 2 aggiunge che la federazione è costituita da associazioni sportive di qualsiasi forma giuridica, che praticano lo sport agonistico o amatoriale.

Perché Petrucci fa allora discorsi da industriale di Lega? Da quand’è che teorizza che chi ha costi inferiori, merita inferiori attenzioni e inferiori contributi? Quand’è che si è trasformato da accorto democristiano in feroce liberista?

Il secondo motivo di confusione è nel fatto che Petrucci accusa spesso e ripetutamente il governo di monocultura calcistica. L’ha ripetuto nelle ore scorse, quando ha saputo della cabina di regia tra ministri e Regioni sulle ordinanze delle Asl. Una scenata di gelosia, più o meno. Alla fine l’hanno accontentato, dai, vieni anche tu. Qualcosa però non torna lo stesso nel filo del suo ragionamento. Se vale il principio che le tasse pagate dal basket meritano più rispetto di quelle della federazione palla avvelenata, allora dovrebbe valere lo stesso per il calcio rispetto al basket. Non si può essere insofferenti sia verso i più piccoli sia verso i più grandi. A meno che Petrucci non voglia una monocultura del basket. Sarebbe finanche un bel mondo da abitare, se la federazione e la Lega riuscissero a promuoverlo e valorizzarlo, anziché condannarci a registrare che una magnifica partita come Milano-Virtus, la più bella possibile, in diretta pomeridiana di un giorno pre-festivo su Rai2, ha fatto 466mila spettatori con il 2.3 percento di share. Un terzo delle discese libere di Sofia Goggia. Prima di auto-eliminarsi dai radar, il basket italiano toccava  il 6% di share con la finale scudetto del 2015, senza né Milano, né Bologna: giocavano Reggio Emilia e Sassari. 

Non tornano con lo slogan della monocultura calcistica un altro paio di dettagli. Il primo: la presenza del capo di Stato Sergio Mattarella alla finale di Coppa Italia femminile di pallavolo. Certo, si giocava a Roma, la città del Quirinale. Ma non è colpa del Quirinale, del governo e nemmeno del calcio se il basket a Roma una squadra non ce l’ha. Se ne avesse una, forse Mattarella andrebbe a vederla. Il secondo: se i ragazzi del Tam Tam di Castel Volturno possono adesso competere in un campionato della federazione che all’articolo 1 dello statuto parla di promozione del basket, lo devono non alla burocrazia di Petrucci, ma all’intervento di Palazzo Chigi nella persona di Mario Draghi e di Montecitorio con Roberto Fico. Quella politica cattivissima che non ne indovina una. Che pensa solo ai più piccoli. Anzi no, pensa solo ai più grandi. 

 

in tv oggi ore 20 Eurosport: Trento-Venezia

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