La polizia di frontiera australiana ha cancellato un secondo visto per la partecipazione agli Open di Melbourne. La stessa sorte di Djokovic è toccata alla ceca Renata Voracova, numero 81 della classifica mondiale, entrata nel Paese con una esenzione medica perché positiva al covid negli ultimi sei mesi. Anche lei è stata trasferita al Park Hotel in attesa del decreto di espulsione. Addirittura il suo caso è più clamoroso: aveva già giocato nei giorni scorsi il torneo di Melbourne. Aneta Kovarova del dipartimento di Stato ceco ha detto di aver presentato una nota di protesta alle autorità australiane attraverso l’ambasciata di Canberra, chiedendo spiegazioni. Ma Voracova non presenterà ricorso. Ha scelto di andarsene e sta completando le formalità per lasciare il Paese.
Anche Voracova, dunque, sapeva che una positività al covid negli ultimi sei mesi sarebbe stata considerata un criterio valido per ottenere un’esenzione. Craig Tiley, gran capo del torneo e di Tennis Australia, rifiuta di spiegare in pubblico perché ai giocatori sia stata data una tale informazione, “nonostante il dipartimento sanitario – scrive il Guardian – avesse informato Tennis Australia in due occasioni che non esistevano tali presupposti”.
La sua posizione s’è fatta più imbarazzante quando nella notte italiana è spuntato un video, diffuso da News Corp, nel quale Tiley in privato dice al suo staff che l’organizzazione ha svolto un lavoro incredibile nella gestione dell’affare Novak Djokovic.
La sola dichiarazione rilasciata da Tennis Australia nega di aver indotto in errore qualcuno. «L’informazione che i giocatori potevano entrare nel paese con un’esenzione medica è stata preso dal sito web di Smart Traveller a cui ci ha indirizzato direttamente il ministro per la Salute, Greg Hunt». Ulteriori dettagli sono emersi anche sui colloqui tenuti da Tiley con l’Australian Technical Advisory Group on Immunization (Atagi) a proposito delle esenzioni per i giocatori contagiati di recente o per quelli con una sola dose di vaccino. Il quotidiano di Melbourne The Age riferisce che Tiley aveva detto ad Atagi come il trattamento di tali giocatori «andasse al cuore della fattibilità degli Australian Open».
L’ultimo sviluppo è di poco fa. Gli avvocati di Djokovic hanno appena depositato presso la corte federale australiana un documento dal quale si deduce una positività al covid nel giorno 16 dicembre. A sostegno della tesi che l’esenzione medica va concessa. La notizia è sul sito de l’Equipe. Intanto Djokovic ha rotto il suo silenzio con una storia su Instagram. Dove era al riparo anche da eventuali commenti negativi. Ha ringraziato tutte le persone che gli stanno manifestando solidarietà in questi giorni. Un sacerdote della chiesa ortodossa serba della Santissima Trinità di Melbourne ha chiesto il permesso alle autorità per l’immigrazione di andare a fargli visita in occasione del Natale ortodosso. La richiesta del giocatore di essere trasferito in una residenza privata è stata invece respinta. Paolo Rossi riferisce su Repubblica che seconda la rivista People with money il numero 1 del mondo può perdere 50 milioni dagli sponsor. L’australiano Nick Kyrgios, che proprio un suo amico non è, ha detto che «il modo in cui stiamo gestendo la situazione di Novak è brutto, davvero brutto. Io credo fermamente nel vaccino, l’ho fatto, per me e per la salute di mia madre, ma si può agire meglio di come stiamo agendo».
Oliver Brown sul Telegraph, voce dissonante in questa storia sin dal primo giorno, riprende le parole del tennista e commenta: “Se anche Nick Kyrgios difende Novak Djokovic, allora l’Australia deve capire di aver sbagliato in modo grave. L’inettitudine burocratica è responsabile della situazione di Djokovic. Contrariamente alla credenza popolare, Novak non ha preso una carta d’imbarco e ha cercato di farsi strada in modo sfacciato verso l’Australia. Aveva bisogno di un visto e ne aveva uno. Aveva bisogno di compilare una dichiarazione di viaggio e lo ha fatto. È solo per la mancanza di comunicazione tra burocrati che gli è stato permesso di salire a bordo di un aereo, volare dall’altra parte del mondo ed essere accolto con una pubblica umiliazione”.
Paul McNamee, direttore del torneo degli Australian Open dal 1995 al 2006, dice: «Che piaccia o no, Djokovic ha diritto al fair play. Non c’è dubbio che c’è qualche disconnessione tra lo stato di Victoria e il governo federale ci sia stato. Odio pensare che la politica sia coinvolta, ma è così».
◉ GLI ALTRI DETENUTI DEL PARK | Anche Massimo Gramellini sulla prima pagina del Corriere della sera stamattina scrive che “c’è dell’esagerazione in tutto ciò. E c’è della nobile tigna da parte di Djokovic, perché noi al suo posto avremmo già salutato l’Australia inospitale per tornarcene con il primo volo nell’appartamento deluxe di Montecarlo a piluccare la pizza di Briatore. Però vorrei attirare la vostra attenzione su un punto della vicenda: colleghi e tifosi sono scandalizzati per il trattamento riservato a Djokovic e ne chiedono il trasferimento in altro luogo consigliato dall’ufficio d’igiene. Ma non una voce si è alzata a invocare che, assieme a lui, vengano trattati meglio anche i poveri cristi che condividono il suo calvario. A conferma che gli uomini non sono tutti uguali nemmeno nella disgrazia”.
Se ne occupa Enrico Franceschini su Repubblica, dove racconta la vita che fanno gli altri ospiti forzati del Park Hotel. “Gli occupanti delle rimanenti 105 camere dell’hotel – scrive – non possono lasciarlo di propria volontà: sono realmente prigionieri, in alcuni casi da mesi o anni. Come Mehdi Ali, un profugo iraniano che ha presentato richiesta di asilo al ministero degli Interni di Canberra e potrebbe essere prima o poi accolto negli Stati Uniti, ma è sotto custodia nell’albergo della città australiana dal 2013: «Ci sono arrivato quando avevo 15 anni, adesso ne ho 24», racconta. «Cerco di riempire le giornate dormendo, fumando, guardando un film o leggendo un libro, ma in genere non faccio nulla, rimango steso sul letto a occhi aperti. Il tempo passa ed è davvero triste che la mia gioventù svanisca così, non vorrei essere un uomo di mezza età quando uscirò di qui». Il suo caso non è un’eccezione. «Nelle camere non circola abbastanza aria, recentemente c’è stato un incendio, il cibo fa schifo, veniamo tenuti sotto chiave, ho incubi tutte le notti, io la chiamerei senz’ altro una forma di tortura», si lamenta Jamal Mohamed, 38enne rifugiato iracheno. La maggior parte di quelli che vi sono alloggiati proviene da Nauru, l’isola dell’Oceania a lungo sede di un controverso campo di prigionia australiano offshore, da dove sono stati trasferiti per lo più per ragioni mediche. La maggioranza non ha ricevuto le cure mediche promesse e quella che doveva essere una permanenza provvisoria si è trasformata in una prigionia a tempo indeterminato che per alcuni dura da quasi un decennio, suscitando denunce da parte delle associazioni per la difesa dei diritti umani”.
◉ I FASCISTI E IL TAVERNELLO | Claudio Giuliani ha dedicato buona parte della sua Warning, la newsletter del venerdì di Ubitennis, al caso Djokovic. “Ci pensate? Novak Djokovic rinchiuso in un albergo nel quale ci sono i reietti della società moderna, i rifugiati, gente cresciuta sotto i bombardamenti cercando di salvarsi da una guerra. Insomma, i Djokovic che non sanno però giocare a tennis, vedi la fortuna delle volte. Ne hanno scritto ovunque, chiunque ne ha parlato. Cioè abbiamo visto tweet di Gabanelli come di Mentana, tutti avevano un’opinione netta sulla vicenda, a spanne la gran parte era per la linea dura, convinti come sono che tutti sono uguali di fronte alla legge. Tanto è vero che Novak ha chiamato avvocati e politici serbi, sono stati convocati ambasciatori e giuristi e quindi c’è un mini processo che definirlo kafkiano è riduttivo. La prassi comune insomma per chi prova ad entrare in un Paese con un visto acquistato su Telegram. Volevamo fare un’edizione solo di commento dei commenti, una cosa che ci avrebbe dato tanta soddisfazione e che vi avrebbe fatto tanto ridere, ma siamo agli inizi quindi scaldiamoci con calma. Quindi menzioniamo solo Giuliano Ferrara … Per Giuliano le regole non valgono per i più forti, deve averlo imparato quando era responsabile del PCI per la Fiat, tanto è vero che ha capito che si stava più comodi dall’altra parte. Ne ha scritto anche Gramellini, che ha criticato Ferrara (“il suo è un realismo marxista”, crederà che Marx sia quello che da Fazio arriva dopo la Littizzetto) e ha plaudito alla frontiera australiana, che ha bloccato chi provava a forzare le regole. E pazienza se la Border Police aussie sono mesi che blocca anche gli australiani che volevano tornare a casa o rispedisce a casa seduta stante i rifugiati che chiedono asilo oppure li manda in qualche isola, disposta com’è a pagare – ad esempio – la Papua Nuova Guinea per detenere i rifugiati. Cioè quindi un elogio a una delle polizie più fasciste del mondo, tutto pur di non averli in casa. Ma ci sta: è povera gente, puzzano, bevono il Tavernello se qualcuno gli dà i soldi per strada”.
◉ LETTURE MITTELEUROPEE | Sulla rivista Racquet, anche Giri Nathan parla di processo alla Kafka per Djokovic. “Trovo triste quanto voi che il tennis sia diventato un crogiuolo di dibattiti sociali. Una volta è la fragilità dei millennial, un’altra è la nefandezza del partito comunista cinese, adesso è il lamento sui vaccini obbligatori. Quest’ultima saga di Novak Djokovic ha assunto la forma e l’atmosfera di un manoscritto inedito di Kafka: detenzione, confusione sulle regole, burocrati che si contraddicono, genitori lamentosi. Non si può negare l’iniziale, calda ondata di schadenfreude per un No Vax che vomita disinformazione, rimbalzato dalla sua ricerca di un 21esimo titolo storico perché non riusciva a capire come eludere l’obbligo di vaccinazione. Ma una volta che si è placata, ci si immerge nel pantano del governo australiano, a sua volta imbarazzante. A ogni novità, non riesco a decidere quale sia il più surreale dei dettagli. Il primo: il lasso di tempo che va da martedì a giovedì. Qualunque sia il motivo per l’esenzione che Djokovic ha richiesto – è stato ipotizzato che fosse per le persone che hanno contratto il covid negli ultimi sei mesi – è volato in Australia perché due gruppi diversi di medici glielo hanno concesso: uno convocato da Tennis Australia, che gestisce l’Open, e un altro dal dipartimento della salute dello stato di Victoria. Al suo arrivo, il governo federale è giunto a una conclusione diversa sulla validità di tale esenzione. Il secondo: la scena davanti al Park Hotel, dove si pensa che Djokovic si trovi mentre fa ricorso per rimanere in Australia. I tifosi si sono avvolti nelle bandiere serbe e hanno tenuto una veglia a lume di candela per il loro campione. Lì, si sono mescolati con un altro gruppo di attivisti, che stavano parlando a nome delle dozzine di richiedenti asilo e rifugiati detenuti nello stesso hotel, alcuni da anni. Le condizioni sono criticate per il cibo non commestibile e i focolai di covid. Il terzo: le citazioni sorprendenti del padre di Novak, Srdjan Djokovic. «Novak è lo Spartaco del nuovo mondo che non tollera l’ingiustizia, il colonialismo e l’ipocrisia. Hanno inchiodato Gesù alla croce e gli hanno fatto ogni sorta di cose. Ma vive ancora in mezzo a noi. Allo stesso modo stanno cercando di crocifiggere Novak». Non sono sicuro che qualcuno in tutta questa strana storia riuscirà mai a superare quest’uomo”.
◉ QUANDO SRDJAN CHIESE AIUTO AGLI USURAI | Federica Cocchi sulla Gazzetta dello sport dedica un ritratto a mister Srdjan. “Sia lui sia la moglie Dijana hanno avuto un passato nello sci prima di gestire un ristorante sul monte Kopaonik, il “Red Bull”, nel cuore delle montagne della Serbia. Sacrifici, lavoro, voglia di arrivare pur di fare di quel ragazzino così promettente un campione. Una formazione costosa, troppo per le umili tasche dei Djokovic che avevano altri due figli da crescere: Djordje e Marko. Entrambi, come Novak, hanno provato la strada del tennis, con scarso successo: il primo adesso è direttore del torneo di Belgrado, l’altro dà una mano all’Accademia di famiglia, ma è stato lui a presentare al fratello maggiore il guru Pepe Ymaz, che per un paio d’anni era diventato la guida di Nole fuori dal campo, non senza polemiche. Il talento, quello puro e cristallino, è sempre appartenuto a Novak. Solo che allenarsi all’Accademia di Niki Pilic costava 3000 dollari al mese, senza considerare le spese da sostenere per viaggiare da un torneo all’altro. Davvero troppo per una famiglia che si manteneva con i guadagni altalenanti di un ristorante tra le montagne. E così a papà Srdjan non restò che rivolgersi agli usurai con interessi altissimi, fino al 15% mensile. E siccome la federazione non era in grado di investire nella carriera del giovane Nole, allora era lui ad andare in giro a caccia di sponsor. Addirittura valutò l’ipotesi sia della cittadinanza britannica, per accedere ai fondi della Lta, sia di quella italiana, nel periodo in cui il figlio era allenato da Piatti (aveva 16 anni)”.
Che sta succedendo in campo
Si chiama Maxime Cressy ed è l’ultimo rimpianto della Francia. È nato a Parigi, il paese di papà Gerard, ma gioca per gli USA, la patria di mamma Leslie Nelson, ex giocatrice di pallavolo con due titoli NCAA. È il numero 112 al mondo. È partito dalle qualificazioni e con il suo serve-and-volley è arrivato alla finale. Ha iniziato con le racchette all’età di 4 anni, sfidando un po’ i suoi fratelli e un po’ il solito muro. Ha iniziato ad allenarsi con la federazione francese a Boulouris all’età di 12 anni, poi ha cominciato una carriera nei college americani, a UCLA si è laureato in matematica, quattro anni fa ha preso il passaporto americano. La sua superficie preferita è l’erba, il servizio il suo colpo migliore. L’idolo: Pete Sampras. Fa meditazione e yoga. Di sé dice che la qualità migliore è la tenacia, il vizio è sentirsi egocentrico. Ama i maccheroni con il formaggio e le caramelle, assunti separatamente. Almeno spero. In finale trova o Nadal o Ruusuvuori, che vanno in campo tra poco.
Nel torneo femminile non vedremo la finale tra Simona Halep e Naomi Osaka. La rumena ha battuto in semifinale Zheng (6-3 6-2), cancellando tutte le 5 palle break concesse, la giapponese si è ritirata prima della partita contro Kudermetova. Ha twittato: “Triste per il ritiro a causa di un infortunio, il mio corpo ha avuto uno shock per aver giocato due partite intense dopo la pausa che mi ero presa. Grazie per tutto l’amore della settimana, cercherò di riposarmi e ci vediamo presto”. Halep non vince un titolo da Roma 2020.
In Adelaide la testa di serie numero 7 Elena Rybakina è alla sua prima finale dal 2020, ha battuto Misaki Doi 6-4 6-3. Aspetterà la vincitrice di Barty-Swiatek.
in tv oggi ore 9 Supertennis: WTA Adelaide | 11 Supertennis: ATP Adelaide | domani ore 5 Supertennis: finale WTA Melbourne | 7.30 Sky e Supertennis: finale ATP Cup | 24 Discovery+: qualificazioni Australian Open | 1 Supertennis: WTA Sydney | 1.30 Discovery+: ATP Adelaide