Signore e signori, una rivalità. Bella, ruspante, immortale. Moser vs Saronni, Saronni vs Moser. Uno era il Totem del ciclismo italiano [Moser], l’altro era il Guastatore. Lo sfidante. Saronni deve aver letto l’intervista di ieri a Moser e un paio di cose non gli sono andate giù. Sono due i passaggi che gli sono rimasti sul pomo d’Adamo. Uno: Moser dice che Saronni lo trattava con sufficienza, come nella favola di Esopo, da topo di città contro il topo da campagna. Due: Moser dice che in fondo Saronni si è bruciato in fretta, ha vinto quelle quattro corse all’anno, ma per pochi anni, mica come lui che è stato longevo.
È Saronni che stamattina parla con Marco Bonarrigo sul Corriere della sera. E fu il fuoco e furono le fiamme. E fu sera e fu mattina. [Come si dice a Rovigo, prima della sua sontuosa intervista, Bonarrigo si diverte ad azzuppare il pane quando scrive che “Moser ha una nuova fidanzata dopo il divorzio, un figlio celebre influencer e Belén come ospite fissa nel suo maso di montagna. Saronni che ha 65 anni e la stessa moglie da 45, si gode la pensione in Brianza e le cene tra vecchie glorie”]. Ecco i passaggi più significativi.
«Lui evoca sempre il confronto tra un montanaro trentino con dieci fratelli che zappava la terra e un borghese di Milano. Peccato che io sia cresciuto a Buscate, nella campagna lombarda. Papà Romano era autista di bus di linea, mamma Giuseppina casalinga: eravamo quattro fratelli, si campava con un solo stipendio».
➣ Lei pedalava e lavorava.
«Sì, per portare qualche soldo a casa: tre allenamenti a settimana, tre giorni di lavoro in fabbrica alla Olivetti e poi la gara alla domenica. Aggiustavo macchine da scrivere e imparavo a montare e smontare le Logos, le calcolatrici da cui vennero sviluppati i primi computer».
➣ Perché Moser la soffre ancora così tanto?
«Ho sei anni meno di lui, sono arrivato nel professionismo quando Francesco era un Dio acclamato dalle folle e dai giornalisti. Il ciclismo era lui. Ho cominciato a batterlo presto e in più avevo la battuta pronta e la lingua affilata, al contrario di Moser, goffo e lento nell’esprimersi. Nel confronto televisivo perdeva sempre e non gli è mai andato giù. Dovrebbe farsene una ragione».
➣ Ancora Moser: «Saronni ha avuto solo tre o quattro anni forti, forse troppo per il suo fisico. Infatti d’un tratto ha smesso. Io nel 1984 a Città del Messico feci il Record dell’Ora e vinsi Milano-Sanremo e Giro d’Italia».
«A dire il vero io ho vinto venti corse l’anno per sei stagioni di fila, non tre o quattro. E preferirei non parlare della famosa seconda giovinezza di Moser…».
➣ Parliamone, invece.
«A fine carriera Francesco è stato il primo e in quel momento l’unico a far ricorso a una certa scienza, di cui disponeva in modo esclusivo. La bici con cui ha battuto il Record dell’Ora era un siluro che pochi anni dopo venne vietato perché dava vantaggi enormi. Per tacere del resto».
➣ Se si riferisce a pratiche mediche come la trasfusione di sangue che oggi sono doping, all’epoca erano consentite.
«Sì, lo so. Ma ha sfruttato certe metodologie che il famoso professor Conconi offriva solo a lui: io e gli altri i suoi vantaggi li abbiamo subiti. Nel 1983 quando vinsi il Giro mi disse che era troppo vecchio e si sarebbe ritirato. Poi ha accettato il progetto del Record con innovazioni che non si sono rivelate sempre positive».
➣ Perché?
«Sulla base di alcune di quelle innovazioni il ciclismo negli anni successivi ha avuto un sacco di problemi. Ma lui non aveva nulla da perdere e le ha sfruttate quando erano legali».
➣ Potendo, lei avrebbe fatto le trasfusioni?
«Non posso rispondere a posteriori. Oggi potrei dire di no, magari allora avrei detto di sì, ma resta il fatto che lui era l’unico a usufruirne. Moser aveva il monopolio, è stato un po’ una cavia».
➣ Lei invece si ritirò a 32 anni.
«Mi sono accontentato di una giovinezza sola dopo aver vinto due Giri d’Italia, un Mondiale, una Sanremo, un Giro di Lombardia e altre 120 corse. E i due Giri li ho vinti con le mie forze».
➣ Moser, invece?
«Ha conquistato quello del 1984, disegnato per lui e dove la tappa dello Stelvio che gli sarebbe stata fatale venne cancellata per presunto maltempo. Superò il povero Fignon nella cronometro finale con una bici a ruote lenticolari che nessun’altro poteva permettersi. È stato bravo, ma queste cose vanno dette».
➣ Anche i due Giri che lei ha vinto non erano proprio da scalatori.
«Infatti erano disegnati per Francesco che ho battuto sia nel 1979 che nel 1983 andando più forte di lui in salita e a cronometro. Ho vinto contro di lui e contro i suoi tifosi».
➣ I famosi tifosi moseriani…
«Che in salita organizzavano catene umane per spingerlo quando arrancava e la notte si mettevano a fare schiamazzi sotto le camere d’albergo dove dormivo per non farmi dormire.
Sa cosa mi fa impazzire?».
➣ Cosa?
«Che nemmeno oggi, a 40 anni di distanza, Moser ammetta quanto io venissi molestato dai suoi tifosi e in che modo scorretto lo aiutavano. Ogni volta cambia discorso».
➣ Con Moser vi sentite?
«Spesso. Parla sempre solo lui, però: quando parte con i suoi discorsi è difficile interromperlo e comunque rischieremmo di litigare. Ci vediamo alle cerimonie e io compro regolarmente il suo vino che è davvero buono. Non guardo mai le fatture, ma non credo mi faccia sconti nemmeno lì». – intervista di marco bonarrigo, Corriere della sera
L’intervista è per intero qui
Qui siamo stati saronniani e il tifo fa certamente velo. Ma Saronni stamattina si prende il merito di porre con chiarezza una questione su cui il racconto del ciclismo italiano ha sorvolato.