La volata per il titolo d’inverno che a Sarri non porta fortuna

L’ultima giornata di andata. Chi esce indenne dalla doppia trappola si prende mezzo scudetto, quasi un’ipoteca per quello di maggio come certifica il 76% dei casi. Conte lo sa benissimo, dato che ha fatto il percorso netto nella Juve dal 2011 al 2014, mentre Sarri vuole farsi uno speciale regalo di compleanno per i suoi 61 anni. Anche per dimenticare quelle due volte che con il Napoli ha girato la boa in testa (2015/16 e 2017/18), salvo poi vedere laurearsi campioni d’Italia quei bianconeri che ora allena. | la Stampa

Giornata 19  Oggi: Cagliari-Milan, Lazio-Napoli, Inter-Atalanta. Domani: Udinese-Sassuolo, Fiorentina-Spal, Torino-Bologna, Sampdoria-Brescia, Verona-Genoa, Roma-Juventus. Lunedì: Parma-Lecce   la classifica  Inter e Juventus 45, Lazio 39, Roma 35, Atalanta 34, Cagliari 29, Parma 25, Napoli Torino 24, Bologna 23, Milan Verona 22, Udinese 21, Sassuolo 19, Fiorentina 18, Sampdoria 16, Lecce 15, Genoa Brescia 14, Spal 12

 

Inter-Atalanta

  un tema | Miglior attacco vs miglior difesa. Se la risposta è sempre nel gioco, e qui non mancano le similitudini tra il calcio “europeo” ma italianizzato di Gasperini, tattico sì ma non khomeinista, e i dogmi che Conte ha nel tempo un po’ ammorbidito, il senso è nel modo. I risultati, certo, ma di più la maniera di ottenerli. Le loro squadre arrivano sempre per prime sulla palla. Quei due si stimano perché in parte si riconoscono, dimostrando che il magistero tecnico italiano è in continuo movimento e non schiera per forza in battaglia la tradizione contro l’innovazione, il contropiede contro il possesso palla, il respiro del gioco orizzontale contro gli improvvisi tagli della verticalità. Perché il calcio è massa fluida, meno sei rigido e più avrai vantaggio: Conte e Gasperini ci riescono senza rinunciare al loro stile inconfondibile, che sta tra il lavaggio del cervello dei calciatori e la dedizione ai corpi, mai prima della valorizzazione del talento, del colpo individuale, della classe. | Maurizio Crosetti, la Repubblica

 

una storia | I disastri a panchine invertite. Per lavorare bene ed essere vincenti servono talento e capacità, ma anche condizioni giuste e tempi maturi altrimenti rischi di bruciarti e fallire, lasciando pessimi ricordi. Già, proprio come è successo a Conte e Gasperini quando hanno allenato a panchine invertite: Antonio mister dell’Atalanta e Gian Piero mister dell’Inter. Esperienze disastrose per due tecnici che non erano ancora esperti e completi come oggi e che, quindi, sembravano totalmente inadatti a quei progetti. | Alessandro Dell’Orto, Libero

 

Cosa ne dice Conte. Non ce la facevo più. Non riuscivo a esprimermi. Non riuscivo a lavorare come avrei voluto. Le pressioni della piazza non venivano gestite come avrebbe dovrebbe essere. Dimissioni accolte, me ne sono andato senza buonuscita. | Antonio Conte. Testa, cuore e gambe (Rizzoli)

Cosa ne dice Gasperini. «L’esperienza all’Inter? È come se non ci fosse mai stata. Non la considero neanche. Troppo breve. Non la metterei neanche tra le voci della mia carriera. Giugno e luglio sono andati via senza il campo, ad agosto abbiamo cominciato a lavorare e in dieci giorni è finito tutto. Nonostante in quella squadra ci fossero tanti giocatori in declino, io credevo che lavorando si potesse fare bene. Ma avrei dovuto avere un po’ più di tempo. Anzi, un po’ di tempo. Dieci giorni sono niente. Non la considero neanche un’esperienza. Forse un’esperienza solo comportamentale». | Intervista a Tuttosport, 26 gennaio 2019

 

un personaggio | Alessandro Bastoni. In stagione gioca una media di 58 palloni a partita con l’88% di precisione nei passaggi, esegue sette contrasti ed effettua poco più di un passaggio chiave. Numeri virtuosi, impreziositi dalla forma che Alessandro Bastoni riesce a dargli: fa tutto questo con una calma serafica, che spesso sembra flemma e invece è controllo. Ammanta le sue giocate di eleganza, nei movimenti e nel tocco di palla; persino i suoi contrasti e le sue spazzate appaiono sinuosi. Come quegli uomini che mettono la camicia anche per andare a comprare il pane. Un ragazzo con la faccia da nipotino esemplare, buono, bravo e intelligente, che aiutava i nonni a coltivare i terreni: «Da piccolo mi divertivo a scoprire cose nuove, spesso raccoglievo i pomodori nell’orto». Sembra proprio il classico difensore di cui Guardiola può invaghirsi, come anni fa gli capitò per Stones, che tanto ricorda Bastoni per morfologia e predisposizione a giocare il pallone. | Federico Corona, Quattrotretre

 

Lazio-Napoli

  un tema | La differenza tra Lotito e De Laurentiis. Lotito cerca di immischiarsi il meno possibile nelle scelte tecnico-tattiche. La squadra la mette su il direttore sportivo Igli Tare, la formazione la schiera il tecnico Simone Inzaghi. Non ci sono ingerenze, al massimo richiami all’ordine. In casa Lazio insomma ognuno è chiamato a curare il proprio orticello (…) i dipendenti hanno effettivamente carta bianca. Al contrario in casa Napoli De Laurentiis, che pure ha ottenuto grandi risultati negli anni scorsi, ha sempre voluto dettare le proprie condizioni e questo, dalle discussioni per i diritti di immagine, fino a quelle relative alle proposte di calciomercato, non fa che creare tensioni. Ecco perché, goccia dopo goccia, il vaso è traboccato e, di conseguenza, caduto.  | Giacomo Puglisi, Il Giornale

 

un personaggio | Simone Inzaghi. È l’8 luglio del 2016 e squilla il cellulare di Simone Inzaghi, a Formentera. “Bielsa non viene più. Devi tornare qui, alla Lazio”. E va bene l’amore, però Simone mette le cose in chiaro: nel comunicato della Lazio c’è scritto che la società gli “affida la conduzione della squadra nel ritiro preparatorio” e sì, ok, l’attaccamento, la Lazio è casa sua, ma questa è una professione e ci sono dei giocatori già in ritiro senza allenatore e con tanta confusione che no, Simone Inzaghi stavolta non fa proprio niente con un incarico a tempo. Allena o resta promesso sposo della Salernitana. Lo rassicurano: si siederà in panchina, ed è un giorno bello, ma anche teso. Simone Inzaghi diventa allenatore della Lazio e lo diventa per davvero, sfidando anche i sorrisi cattivi di chi lo guarda come una ruota di scorta, l’unico disposto a scottarsi in un giorno così infuocato. “Uomo piccolo”, scrivono in un comunicato gli ultrà, perché ha risposto a Lotito proprio mentre il non amato (eufemismo) presidente è in una posizione di debolezza estrema. Si mette la tuta, e comincia.Simone Inzaghi non gioca a fare il profeta di un nuovo calcio; non esiste l’inzaghismo, ma usa un metodo che pare semplice e non lo è: capovolge il paradigma dei santoni e mette sé al servizio della squadra, non il contrario, trovando il modo per farla giocare al meglio. Adesso è acclamato. Ma l’8 luglio del 2016 a tutto questo credeva solo lui. | Fulvio Paglialunga, il Foglio sportivo

 

un ricordo | Bakayoko a L’Equipe parla di Gattuso. “L’allenatore che più mi ha colpito? Direi Conte al Chelsea e Gattuso al Milano. Gattuso mi è davvero entrato dentro, ha avuto parole molto dure, ma mi piace molto, è un personaggio speciale. All’inizio non andavamo d’accordo, ma alla fine è andata bene perché non sono un rancoroso”.

 

Cagliari-Milan

  un personaggio | Zlatan Ibrahimovic. Nelle mani di Ibra. Che sarà anche fermo, che sarà anche lento, che avrà 38 anni, che dovrà ancora trovare la forma, ma che è stato velocissimo a prendersi il Diavolo, a caricarselo sulle spalle, a ridargli un’anima, un barlume di speranza. Quando è sbarcato a Linate, il giorno 2, i dirigenti rossoneri ipotizzavano il 15 come probabile data del debutto, in Coppa Italia contro la Spal. Non gioca da mesi, ci vorrà un po’, dicevano. Sembrava in effetti già quella una previsione ottimistica. Non avevano, non avevamo fatto i conti con Ibra, con il suo orgoglio, la sua voglia di essere sempre in prima linea, ovunque, comunque. La Sardegna Arena è sold out, non c’è più un biglietto. Anche questo è l’effetto Ibra. Ma basterà? | Carlos Passerini, Corriere della sera

 

un tema | La ferita Davids. A Silvano Ramaccioni, storico team manager del Milan berlusconiano e prim’ancora tra gli artefici del Perugia rivelazione di Novellino e Castagner, bisogna riconoscere l’esclusiva di una raffinata teoria in materia di calcio-mercato. Raccontò un giorno, seguito alla cessione di Davids, la famosa “mela marcia”, dal Milan alla Juve: «Si può sbagliare ad acquistare un calciatore, non si può sbagliare a venderlo»”. Parte da qui Franco Ordine sul Corriere dello Sport-Stadio per raccontare il timore e la rabbia dei milanisti dopo la cessione di Caldara e prima delle possibili uscite di Kessie (all’Inter) e Piatek (al Tottenham).


un dato | Meno soldi da Emirates. Sta per sbloccarsi il rinnovo del contratto con lo sponsor principale Emirates in scadenza a fine stagione. È una buona notizia, se non fosse che

le cifre sarebbero inferiori a quelle attuali. Ma è un primo segnale dal fronte commerciale bloccato. Da questo punto di vista c’è chi suggerisce di sfruttare in modo più incisivo l’arrivo

di Ibrahimovic, unico pilastro della galassia rossonera in perenne rivoluzione. | Stefano Scacchi, la Repubblica

 

Domani Roma-Juventus

un tema | L’alleanza societaria. Roma e Juve hanno spesso stretto rapporti in Lega, fianco a fianco su posizioni riformiste. Oggi che a livello politico hanno rappresentato schieramenti opposti nell’elezione del nuovo presidente Dal Pino (sostenuto dalla Roma), sono invece assai vicine sul mercato: in estate la Juventus ha “aiutato” la Roma favorendo lo scambio di plusvalenze Spinazzola-Luca Pellegrini, operazione che ha permesso alla società giallorossa di resistere al pressing dell’Inter su Dzeko. Una mossa anti-Conte, “nemico” di entrambe per motivi diversi. | Matteo Pinci, la Repubblica

E però. Le due società hanno preso a flirtare da diversi anni in qua, da Rosella Sensi in poi, alleanze di potere, strategie di palazzo, tresche di corridoio, ma possono trescare quanto vogliono, la pancia di Roma-Juventus resta quella di sempre: un brontolio viscerale di cose maldigerite, ricordi indelebili, umori, persone, storie e filosofie che più avverse e diverse non si può. | Giancarlo Dotto, Corriere dello sport-Stadio

 

un personaggio | La freddezza di Totti. La curva Sud aspetta ancora che l’ex capitano, magari con De Rossi, mantenga la promessa di andare a vedere una partita fra i tifosi ai quali, però, sta regalando qualche inaspettata amarezza. Il giallo del like messo, tolto e poi smentito al commento «vendete Florenzi» (al quale aveva già idealmente sfilato la fascia parlando apertamente di Pellegrini come futuro capitano); l’altro like dato a Vieri che celebrava i 120 anni della Lazio. Poi l’intervista a Dazn in cui ha dichiarato: «Un Totti di 25 anni non giocherebbe alla Roma, lo avrebbero già venduto» e quella a Radio Radio del«no» all’ipotesi di un ritorno a Trigoria anche con l’avvento di Friedkin: «Spero che quest’altro americano possa venire ma ne dubito. Una volta che metti le mani dentro capisci cosa c’è nella Roma… | Romolo Buffoni, Il Messaggero

 

lo scrittore | La conversione di Roberto Cotroneo. Giornalista, romanziere, fotografo, Roberto Cotroneo racconta alla Gazzetta dello sport che un tempo tifava Juventus e che invece oggi è romanista. «Sono nato ad Alessandria, e lì o fai il tifo per la Juve, che è la squadra della regione, o per il Milan, che ha reso grande il nostro Gianni Rivera» dice a Massimo Cecchini. Poi il trasferimento a Roma, i figli e il momento in cui si è accorto del cambiamento. «Lo ricordo perfettamente: il giorno del Roma-Juve 4-0 (8 febbraio 2004, ndr). Vedere la felicità dei miei figli, allora ancora bambini, m’intenerì così tanto che capii qualcosa era cambiato in me e che questa passione comune mi avrebbe permesso di essere ancora più legato a loro. Certo, se fossi stato un tifoso sfegatato, non sarebbe successo, ma non ho nostalgie. È la tua identità personale che ti fa scegliere una squadra e non una squadra che ti dà un’identità. La fede calcistica può essere una scelta e un’opportunità. Ed ha lo stesso valore dell’altra». 

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una storia | Il calcio automobilistico. Toyota e Fiat sono rimaste rivali e, in qualche modo, lo saranno anche nel calcio. Piccole suggestioni da Roma-Juventus, partita a quattro ruote motrici. La Juventus è controllata da Exor, primo azionista di Fca (Fiat Chrysler Automobiles), nata dalla fusione di Fiat e Chrysler. Lo sponsor sulla maglia, Jeep, è ormai storico, ma nell’universo Fca ci sono anche Alfa Romeo, Maserati, Abarth, Dodge, Ram… La Roma invece dovrebbe presto diventare il club di Dan Friedkin, presidente e amministratore delegato di «Gulf States Toyota», esclusivista a livello di distribuzione e ricambi del marchio giapponese in cinque stati americani: Texas, Arkansas, Louisiana, Mississippi e Oklahoma. | Luca Bianchin, la Gazzetta dello sport

 

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Lo sfogo di Sirigu per i fischi dei tifosi e il campo di gioco. “È giusto che chi viene allo stadio giudichi l’operato di chi è in campo, ma alcune volte si esagera. Abbiamo difficoltà oggettive da mesi. Non parlo di cose interne al gruppo. Abbiamo un campo su cui non è possibile giocare, non possiamo effettuare determinate giocate, non ci rende sereni. E poi tutto l’ambiente ci rende nervosi. È facile sbagliare. Alcune volte guardo per terra e non capisco cosa mi faccia andare avanti, quale sia la motivazione. Perché se quando giochi hai difficoltà a stoppare il pallone o sai che un tiro può rimbalzare male e ti può passare sotto la mano, è dura. Questo la gente non lo vede, ma è giusto che lo sappia. I ragazzi vengono fischiati per uno stop sbagliato. Non ci danno la serenità né i fischi né il campo su cui giochiamo. È giusto che tutti lo sappiano. È da mesi che la squadra protesta per queste cose, ma nessuno dice niente. Spero che questo mio gesto serva a qualcosa. Ci potrebbe aiutare anche a livello psicologico”. | Marco Bonetto, Tuttosport

Primo non prenderle. Viva il calcio all’italiana e nessuno si offenda perché, magari senza ammetterlo, la pensano così anche in Spagna, Inghilterra, Germania e Francia. Non sono supposizioni, ma la semplice analisi di un numero enorme di partite: ben 18.260, ossia gli ultimi dieci campionati completi (dal 2009-10 al 2018-19) delle prime cinque top Leghe europee. Emerge un dato incontrovertibile: la strada migliore e più sicura per vincere un incontro è non prendere gol. Lo suggerirebbe già la natura del calcio, sport a basso punteggio. E i numeri lo confermano al di là di ogni ragionevole dubbio. In queste 18.260 partite di Serie A, Liga, Premier League, Bundesliga e Ligue 1, le squadre che hanno segnato almeno un gol sono state 26.261: di queste 13.631 hanno vinto (il 51,91%) l’incontro. Una percentuale poco rilevante, che alza di non molto la possibilità di vincere rispetto al fischio d’inizio (33,33%). Le cose cambiano moltissimo se osserviamo il rendimento delle 10.259 che non hanno preso gol: 7.441 successi (il 72,53%). | G.B. Olivero, la Gazzetta dello sport

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