Mezzo secolo vissuto alla Juri Chechi

> longform week-end 
Mezzo secolo vissuto alla Juri Chechi
[11 ottobre 1969]
I cinquant’anni sono come
l’ultima ora del pomeriggio
Isabel Allende

 

Avevo nove anni e la maestra Frasconi ci diede il classico temino dal titolo «Cosa vorresti fare da grande?». Ricordo che alcuni miei compagni scrissero l’astronauta, il pompiere, l’infermiera. Io scrissi così: «Da grande voglio vincere le Olimpiadi» e consegnai il foglio. Direte che ero un bambino con qualche problema… Forse, ma comunque già allora avevo capito qual era la cosa che mi appassionava e mi piaceva di più. 
Juri Chechi per La Lettura, 15 novembre 2015

 

Gli sport da maschi
Suo padre la mise sulla bici, dicendo che la ginnastica era per le signorine.
“Sì, ma allora era diverso. Il nostro sport era poco conosciuto, e gli unici personaggi che colpivano l’immaginazione erano le donne. Ora tutto è cambiato. Mio padre mi aveva costruito una bicicletta alta poco più di mezzo metro, Franco Bitossi che mi vide correre disse: “Non ho mai visto uno così piccolo stare così bene in sella”. Ma io mi innamorai della ginnastica, anche se il mio eroe è rimasto Coppi per la forza e la fragilità, per tutto quello che ha dovuto sopportare nella vita privata. Io a 14 anni ho dovuto lasciare casa e andare in collegio a Varese, perché per la ginnastica in Italia c’erano solo due palestre. È stato triste, duro, penoso. Ho sofferto tanto. Oggi si soffre meno, ci sono più impianti e strutture. Ma ci vuole sempre disciplina e organizzazione, altrimenti in cima non ci arrivi. Questo l’ho imparato dal sistema che c’era nell’ex Urss. Io a dieci anni mi facevo da mangiare da solo, stavo cinque ore in palestra, uscivo da casa a Prato alle sette di mattina per tornarci alle dieci di sera. Con lo sport vivi cose molte belle, ma ne perdi altre. Impari il prezzo di ogni scelta: e lo paghi”.
Intervista a Emanuela Audisio, la Repubblica, 26 marzo 2005

 

Le giurie diffidenti
“Chiamarsi Yuri non basta. Evidentemente ci vuole anche uno scudetto con tanto di falce e martello sul petto per farsi dare un dieci da questi signori”: Yuri Chechi, topolino tutto muscoli, aveva un diavolo per ciascuno dei suoi rossi capelli.
Massimo Fabbricini, Corriere della sera, 25 settembre 1988

 

Eppure quel nome
Ma perchè si chiama Jury? domanda un telecronista americano, è un russo naturalizzato italiano? No, gli risponde l’esperto, è figlio di un italiano che ammirava Jury Gagarin. Meno male che si ferma lì, che non sa che il padre ammirava molto più di Gagarin, ma tutta l’Unione Sovietica, e chiamò anche la sorella di Jury con un nome russo, Tanja. Adesso il padre, Leo (come Tolstoj) è consigliere comunale del Pds a Prato, e i Chechi hanno il rosso nel sangue oltre che nei capelli, da quando i nonni, i vecchi lavoravano sui Monti Metalliferi della Toscana a scavare lignite, tra Grosseto e Siena. E chissà quanto ancora si scandalizzerebbero gli americani che allevano le loro pollastrine da ginnastica a crusca e latte di soia, se sapessero che quel cristo italiano inchiodato in una perfetta crocefissione va avanti a terrine piene di dolce Tiramisù. E invece secondo per secondo, tremore per tremore, la vendetta del Tiramisù si consuma sul patibolo di Atlanta.
Vittorio Zucconi, la Repubblica, 30 luglio 1996

 

In effetti gli americani lo trovano bizzarro
È un italiano di nome Yuri, il che è logico quanto un russo di nome Giovanni. Ma alla fine i genitori di Yuri Chechi sembrano piuttosto previdenti per aver chiamato il loro bambino come il celebre astronauta sovietico Yuri Gagarin. Chechi non sarebbe mai stato in orbita intorno alla terra, ma come Gagarin sarebbe diventato una figura pubblica. E come Gagarin sarebbe diventato eccelso con i piedi alzati da terra. Chechi è ciò che è noto in ginnastica come un “Ringman”, ma un termine più appropriato per l’affabile italiano dai capelli rossi potrebbe essere “Ringmaster”. Ha vinto quattro titoli mondiali consecutivi negli anelli, record senza precedenti, ed è favorito per vincere la medaglia d’oro ad Atlanta. In effetti è il favorito più netto che ci sia in ogni evento di ginnastica, maschile o femminile.
Christopher Clarey, 14 luglio 1996

 

La medaglia d’oro
Domanda difficile, Yuri: ti senti un simbolo dello sport italiano?
“I simboli li create voi. Intesi come giornali, tv, mass-media. È un gioco. Ma se accettiamo il gioco, allora sì, sono un simbolo. E non mi dispiace, perché so che dietro il simbolo qualche merito c’è. Ma, intendiamoci: come me, lo sono tutti coloro che hanno vinto l’oro qui ad Atlanta”.
Ti senti il più grande ginnasta della storia d’Italia?
“Meglio di Menichelli? Andiamoci piano. Menichelli non è mica l’ultimo pirla”.
Alberto Crespi, l’Unità, 30 luglio 1996

 

Finzioni
Per incontrare subito Chechi, disceso sul podio, bisognava superare un recinto proibitissimo. Garbatamente respinto una prima volta, ho proclamato spudoratamente che quel campione era mio figlio. “Your son, really?”. E prima che il giovane agente intenerito mi guardasse in faccia e fosse colto da legittimi dubbi, io avevo già accompagnato l’abbraccio a Jury con parole di cui non ricordo nulla
Candido Cannavò, la Gazzetta dello sport, 30 luglio 1996

 

Credere che sia finita lì
E adesso, Chechi, cosa succederà? Pensa di smettere?
«Alle prossime Olimpiadi non ci arrivo, sarebbe assurdo e impensabile. Stanno per cambiare i codici di valutazione dei punteggi e sarà tutto più complicato: a me sembrano pazzi. Ma non è questo il problema».
Marco Ansaldo, la Stampa, 30 luglio 1996

 

Buffalo Juri. Lo voleva il circo
Non si conoscono personalmente, Jury Chechi e Nando Orfei (“Mah, ci siamo incontrati per caso in una palestra anni fa, lui sicuramente non si ricorderà…”), ma l’incontro potrebbe non tardare, e in quel caso l’occasione sarebbe davvero ghiotta. “Gli chiederei di esibirsi per me, almeno una volta. Federico Fellini me lo diceva sempre: Nandino, fai un circo più culturale, fai lavorare gli uomini, non le bestie feroci”.
Gaia Piccardi, Corriere della sera, 30 luglio 1996

 

I ricordi
Sono già passati vent’anni dall’oro di Atlanta
«Mi fa arrabbiare che il tempo sia trascorso così veloce. Se è volato, significa però che è passato bene. Il ricordo di quel giorno ce l’ho stampato chiaro nella mente e lì resterà per sempre».
Ecco, appunto. Quale ruolo giocano i ricordi in un ex atleta?
«Sono meravigliosi e indelebili, ma la vita va avanti. Bisogna rendersi conto che quello è stato un capitolo che, seppur bellissimo, viene lasciato alle spalle».
Nicola Bambini, Vanity Fair, 29 marzo 2016

 

Scendere dall’empireo
Scongiurata la chiusura della palestra Etruria di Prato in cui l’olimpico “signore degli anelli” Jury Chechi ha iniziato ad allenarsi da bambino. La Fondazione Corporate di Reale Group con una donazione di 70mila euro si è schierata al fianco del pluripremiato atleta che avera deciso di mettere all’asta i suoi trofei per raccogliere i fondi necessari.
Il Sole 24 Ore, 30 marzo 2019

 

Le grandi domande
“Sì, i miei sono atei, però mi accompagnavano in chiesa e mi aspettavano fuori. Nell’86 Federico Chiarugi, detto Chico, mio amico e compagno, nel riscaldamento mi passa avanti e corre a fare un esercizio, lo stesso mio, cade male, resta paralizzato dal collo in giù. In quel momento ho pensato di smettere, ho chiesto aiuto alla fede ma non l’ho trovato. Avevo 16 anni. Non riuscivo a capire perché se Dio amava ognuno di noi, aveva permesso che un giovane ragazzo non camminasse più. Alla fine chi mi ha aiutato è stato proprio Federico che all’ospedale mi ha detto: Juri non abbandonare, tu sei nato per vincere”.
Emanuela Audisio, la Repubblica, 26 marzo 2005

 

Atlanta-Atene in 8 anni
Dev’essere che il tempo vola quando ci si diverte: erano i Giochi dei bambini e sono già diventati quelli dei loro zii. Dopo aver rimirato ginnaste in fiore l’Italia celebra l’ultima fatica di Chechi, che ha 35 anni ma viene considerato una specie di rugginosa molla da poltrona del soggiorno.
Gabriele Romagnoli, la Repubblica, 24 agosto 2004

 

Irrefrenabili gesti
– Senti, ma perché proprio gli anelli?
“Be’, all’inizio ero un ginnasta abbastanza completo: oltre gli anelli me la cavavo bene al corpo libero, al volteggio, alle parallele. Poi ho avuto quell’infortunio terribile, al tendine d’Achille, prima di Barcellona, e da lì in poi ho dovuto fare i conti con un corpo che non era più lo stesso. Perciò ho dovuto scegliere, e concentrarmi su una specialità a discapito delle altre. Ho scelto gli anelli perché era la più congeniale alle mia caratteristiche”.
– La mia domanda era proprio: perché? Cosa c’è in te di congeniale agli anelli?
“Principalmente, penso si tratti di una questione psicologica. Gli anelli sono l’attrezzo più difficile, in cui c’è bisogno al livello massimo di tutti e tre le componenti della ginnastica artistica, che sono la forza, l’equilibrio e la coordinazione: per arrivare a trovare questi tre massimi dentro di te e a esprimerli contemporaneamente si deve avere una predisposizione mentale, oltre che fisica. Si vede che io ho questa predisposizione.
– Già. E io, allora, senti come farò. Farò così: se puta caso ad Atene, sedici anni dopo la sua prima Olimpiade, otto dopo la medaglia d’oro conquistata ad Atlanta, quattro dopo essersi ritirato, e dopo due infortuni gravissimi, Jury Chechi vince una medaglia, dove sono giuro che mi butto per terra.
“Addirittura”.
– Giuro.
~ Sandro Veronesi, Un dio ti guarda (La Nave di Teseo, 2016)

 

La medaglia senza confronti
Non esistono paragoni con la leggenda di quest’uomo, sottile nel fisico e trasparente nell’anima. Jury Chechi è unico. Non ci sono precedenti nella storia che abbiano la stessa grande dignità, il medesimo incredibile e straordinario valore della sua impresa: una medaglia di bronzo, conquistata sette anni dopo essersi ritirato dall’attività e due infortuni gravissimi, l’ultimo dei quali, 4 anni fa, gli impedì di tornare già a Sydney. Il modo più bello per celebrare il ruolo di icona azzurra, ancora più che portabandiera, in questa Olimpiade. La corona d’ulivo che tiene sulla testa è il più bel riconoscimento che lo sport, e non solo la sua ginnastica, potesse dargli. Otto anni fa, ad Atlanta, vinse l’oro agli anelli nell’Olimpiade della rivincita, dopo la rottura del tendine d’achille destro alla vigilia dei Giochi di Barcellona ’92. Ieri, nella calda serata di Atene, il rosso di Prato, che l’11 ottobre compirà 35 anni, è salito di nuovo su un gradino del podio. Ha sconfitto il tempo, fermandolo. 
Carlo Annese, la Gazzetta dello sport, 23 agosto 2004

 

Le cose che non si riescono a dire
Non c’è memoria di quel minuto o poco più che ti rende immortale. “Mi ricordo il momento in cui mi aggrappo, poi quello in cui poggio i piedi per terra. In mezzo non c’è niente, zero. Quando sono atterrato si è riacceso il computer, ero programmato per quello, c’era tutto un lavoro dietro per arrivare lì”. In quel minuto e mezzo ti giochi quattro anni, ci siete tu e l’attrezzo, il resto non esiste. “Ti dici soltanto: ora faccio quello per cui il mio corpo e la mia mente si sono allenati per quattro anni”. Non ci devi pensare, altrimenti sbagli. Non devi fare caso alla gente, non devi ascoltare gli ooh di meraviglia o di paura, non devi ricordarti che tutto il mondo in quel momento di sta guardando. “Anche l’espressione della mia faccia era studiata, avevo fatto esercizi di rilassamento dei muscoli del viso: aiuta a non mostrare lo sforzo in uno spot così, dove non arrivi davanti agli altri, non salti più in alto di tutti, ma c’è un giudice che deve darti un voto”. Quando scende dagli anelli al Georgia Dome di Atlanta e i suoi piedi rimangono fermi, leggermente divaricati ma fermi, Jury sa di aver vinto l’oro, deve soltanto aspettare che si accenda il punteggio più alto sul tabellone luminoso. “Vorrei tanto saper dire che cosa si prova quando vinci la medaglia d’oro a un’Olimpiade, ma è l’unica domanda a cui non potrò mai rispondere. Come faccio? Cosa dico? Che è la cosa più bella, un’emozione incredibile? Fantastico, stupendo? Non le so trovare le parole. Non è per cattiveria, bisogna averlo vissuto”.
Giorgio Burreddu e Alessandra Giardini, Vuoto a vincere (Absolutely Free, 2015)

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.