Il cane di casa Jacobs, lo scetticismo di mamma e papà Tamberi, le figlie del cittì Soncin

Verità, battute e confessioni dalle interviste che si leggono in giro

 

  Bruno Giordano

«Bisognerebbe azzerare tante cose, a cominciare dai settori giovanili. Il talento c’è, ma viene soffocato. Chi lavora con i ragazzini non ha pazienza. E a volte non sa nemmeno come si stoppa un pallone. Che insegnante sei? Ti fanno correre — che serve per carità — ma poi nessuno è capace di saltare l’uomo e soprattutto non ci si diverte più. Così restano macerie. Era già così quando 15 anni fa accompagnavo mio figlio Rocco agli allenamenti delle giovanili. Adesso è peggio. Non si pensa a costruire calciatori, ma a vincere per fare una carriera da allenatore».

Niente Guardiola, dunque?

«Pep è un grande allenatore. Ma preferisco Klopp: verticalizza, niente passaggi sul perimetro. In ogni caso, se alle spalle non hai un grande club, è difficile per tutti. È stato il mio grande errore nella carriera ventennale in panchina. Accettavo tutto, anche club che non pagavano gli stipendi. Il mio nome serviva a coprire le magagne. E così, anche per colpa mia, non ho avuto grandi soddisfazioni. Pure Guardiola, in un club in difficoltà, non fa miracoli. Se hai campioni vinci, altrimenti parli e basta». 

Marco Cherubini, Corriere della sera [tutta qui]

 

  Marcell Jacobs

 ➣  Ecco, ci parli del gruppo.

«È la vera, grande differenza con il mio passato. Siamo sempre insieme ed è assai stimolante. Ci si tira il collo a vicenda, si va oltre i propri limiti. E la fatica, alla fine, si avverte meno. Come qualche giorno fa, dopo 10 ripetute sui 100 fatte con Bromell. Anche dopo i lavori più lunghi, c’è sempre qualcuno che dice: “Dai, facciamone altri due”».

 ➣  In fondo è quello che ha sempre cercato…

«Esatto. Per farvi capire: l’allenamento comincia tassativamente alle 10. Un paio di volte ho tardato di qualche minuto, perché il cane di Nicole si era perso. Ho dovuto scaldarmi da solo e mi sono domandato come, per anni, non abbia avuto compagni o sparring partners. E poi c’è coach Reider: è una garanzia, oltre che sempre disponibile e sorridente».

 ➣  Avete parlato di programmi agonistici?

«Poco: intanto, per difficoltà logistiche, il previsto raduno di gennaio a Miami rischia di saltare. Poi in febbraio, per avere conferma che si stia andando nella direzione giusta, potrei correre due o tre 60 indoor in Florida o nei dintorni. Ma senza puntare ai Mondiali di Glasgow, che non sono una priorità ed è facile che li salti per debuttare presto all’aperto, magari alle Florida Relays del 29-30 marzo».

 ➣  Conferma che tornerà in Italia, a Rieti, dove farete base fino a fine estate, dopo le World Relays di inizio maggio alle Bahamas?

«È tutto in divenire: alla tappa di Diamond League del 25 maggio, a Eugene, hanno messo in calendario i 100. Dovessi farli, potrei evitare una serie di voli e di trasferimenti e rimanere negli Stati Uniti». 

intervista di andrea buongiovanni, la Gazzetta dello sport, 23 dicembre

 

  Gimbo Tamberi e il fantasma di papà

 ➣  L’infortunio, il rischio di non tornare, non doveva essere questa la prima domanda.

«Però spesso si dice Gimbo ha vinto questo e quello ma io vorrei che si parlasse soprattutto dell’infortunio alla vigilia di Rio 2016, di quel che ho imparato. È il punto cardine della mia storia personale. Perché rialzarsi quando si cade e perde tutto vale molto più di tutto il resto».

 ➣  Pare una ferita ancora aperta.

«No, ma andare a prendere quell’oro ed essere stato io l’unico a crederci veramente è adesso l’insegnamento più importante».

 ➣  I famigliari non ci credevano?

«È così. Non gliene faccio una colpa, è stata però la cosa più difficile: vedere gli occhi di una mamma, di una moglie, gli occhi delle persone a me più vicine, mentre ti guardano con tenerezza perché sanno che quello che stai inseguendo è impossibile. Quegli occhi dicevano ci credi tu, ma non ti vogliamo dire che non ce la potrai fare. Questa cosa mi distruggeva perché sentivo di poter sorprendere ancora».

 ➣  Non gliene fai una colpa ma avresti voluto che ci credessero.

«Non lo so. L’unica certezza che ho è che questa storia è talmente bella che non cambierei neppure una virgola. Ha insegnato a me e credo possa insegnare ai giovani, a tutti». 

 ➣  Per cui maledici quel giorno ma non cambieresti nulla. Arriveresti a ringraziare quel giorno?

«Non mi sentirai mai ringraziare per quell’infortunio. È una cicatrice che non si rimarginerà mai».

 ➣  Anche se poi…

«È stato mille volte più bello».

 ➣  Ora tra padre e figlio com’è?

«Il rapporto si è rovinato a tal punto che ad oggi è compromesso e se il tempo lo sistemerà, ancora non posso saperlo. Praticamente non ci parliamo più».

 ➣  Vuoi che smettiamo?

«No, no, è la verità, perché dovrei nasconderla? Non dicevo prima della finzione nei social, di tutti che mostrano solo cose belle? Sicuramente è uno dei fallimenti della mia vita non essere riuscito a creare un rapporto con mio padre; non me ne faccio una colpa e non la faccio a lui. La faccio al nostro modo di essere incompatibili».

 ➣  Se tu avessi un figlio che come te da ragazzino si traveste a scuola da vigile urbano e va fuori a dirigere il traffico, o che all’intervallo entra in bagno con i capelli lunghi e torna rapato…

«Non lo so, la tua domanda è: cosa ha sbagliato tuo padre perché tu fossi un ragazzino così…».

 ➣  Assolutamente no, era riferita solo alle tue guasconate.

«Ma non riesco a scinderla dai miei genitori. Credo sia mancata un’altra cosa: credo che essere genitore non debba mai discostarsi dall’essere papà. Cioè genitore è uno che insegna a vivere e mio padre lo è stato in maniera esemplare. Perché mi ritengo una persona che ha dei valori molto importanti tra cui quello dello sport, del rispetto delle regole, per me l’etica sportiva è sacrosanta e lui mi ha insegnato tutto questo. Però è mancata la parte da papà, quella di spiegarti le cose con amore».

intervista di benny casadei lucchi, il Giornale, 24 dicembre [tutta qui]

 

  Martina Zola campionessa di arti marziali

 ➣  Martina, ce la racconta quella prima volta?

«Il momento più brutto ma anche quello in cui mi convinsi che quello era lo sport che volevo fare. Lottavo con un ragazzo, era sudatissimo, aveva la fronte bagnata, mentre resistevo osservavo le gocce sulla sua fronte, ne cadde una e mi finì nell’occhio: un brivido e un fastidio. Fui più forte, continuai a lottare. Mi dissi: se ho superato questo, vado avanti e un giorno vincerò.

 ➣  Da bambina giocava con le bambole o faceva la lotta con i maschietti?

«Facevo ginnastica artistica ma nella mia testa ho sempre cercato qualcosa di più sfidante, performante. Ero incuriosita dalle arti marziali ma in Sardegna non c’erano palestre dove poter approcciare questo sport. Nella vita poi tutto avviene nel momento giusto e quando ci trasferimmo tutti a Londra con papà al Chelsea, iniziai a pensare che lì c’erano le palestre che mi interessavano. Prima di arrivarci ne è passato di tempo. Dopo il college ho fatto un master in cinematografia, ho partecipato anche alla produzione di qualche documentario, ma dopo un po’ lasciai perdere. Lì c’erano le palestre “giuste” dove trascorrevo anche sei ore al giorno».

 ➣  Resta uno sport maschile?

«Assolutamente. Molte donne ci rinunciano per il contatto ravvicinato con l’uomo. Non è tanto una questione di resistenza fisica e mentale, ma proprio di scomodità. A livello igienico a molte dà fastidio. All’inizio perdi sempre, viene meno la fiducia e la consapevolezza».

intervista di monica scozzafava, Corriere della sera, 23 dicembre [tutta qui]

 

  Andrea Soncin, cittì 

 ➣  Il calcio giocato dalle donne, ecco: vanno allenate in modo diverso dagli uomini?

«Io mi comporto da allenatore di calcio, uomini o donne che siano. Nell’approccio sta alla sensibilità del coach capire chi ci si trova di fronte, come nella vita di tutti i giorni. Anche lo scambio di emozioni è diverso: si creano rapporti diretti, chiari, puliti. Le calciatrici hanno più passione e la stessa tecnica degli uomini. Nei gesti, anzi, le ragazze sanno essere più efficaci».

 ➣  Avere due figlie femmine la aiuta nel lavoro sul campo?

«Beh, certo, aiutano a portare in campo la sfera relazionale della quotidianità. Spalletti dice che dei pochi momenti di incontro in azzurro vanno sfruttati anche i secondi. Ha ragione. Solo così le ragazze si sentono capite, libere di esprimersi».

 ➣  Con Spalletti si confronta?

«Sì, su tutto. Per esempio su come intervenire sui ragazzi e sulle ragazze nel lungo periodo in cui non avremo raduni. Luciano è fonte di ispirazione e di consigli».

 ➣  Lei si è seduto su una panchina a cui molti suoi colleghi avevano detto di no, Soncin. Nessun dubbio di accettare? 

«Zero. Ho molti amici che lavorano nel calcio femminile, ho pensato: sono un allenatore ambizioso, se chiama la Nazionale vado. E sono felicissimo. In Italia c’è ancora un blocco culturale, è vero. Bisognerebbe intervenire alla base: entrare nelle scuole, allargare a livello dilettantistico, fare più promozione. C’è poca conoscenza del calcio donne, soprattutto da parte di chi è sempre stato nel calcio giocato dai maschi. Io, davanti a tutto, ho messo l’opportunità di rappresentare l’Italia». 

intervista di gaia piccardi, Corriere della sera, 21 dicembre [tutta qui]

 

  Noah Lyles

 ➣  Oro nei 100 metri con un personale da 9″83, nei 200 di cui detiene il record Usa (19″31) e nella 4×100. La fame basta per replicare a Parigi?

«Mi piacerebbe arrivare a quattro successi. Un amico mi ha fatto notare che quando ero al college correvo la 4×400. Non pretendo un posto, ma quella staffetta è alla fine, non compromette altro, se il fisico me lo consente… qualche allenamento specifico lo faccio».

 ➣  Nell’autunno molti sprinter hanno cambiato allenatore. Non è stupito? 

«Per Kerley sì, per gli altri no. Se ci ragioni ha senso: gli allenatori in Europa lavorano in modo molto diverso rispetto agli Usa. Prendete Dina Asher Smith, è arrivata a un livello pazzesco con un tipo di allenamento, in Europa, poi i suoi infortuni hanno iniziato a ripresentarsi e lei ha probabilmente pensato “è ora di variare”. Approcciare un altro capitolo della vita fa scorrere automaticamente nuova passione».

 ➣  Motivazioni che possono valere anche per Marcell Jacobs?

«Rana Reider è davvero un ottimo coach, uno dei migliori e ha sempre gestito atleti di massimo livello il che dà quella convinzione che serve per certi salti. Reider usa metodi abbastanza simili a quelli del mio tecnico, Lance Brauman, e fa base in Florida, come noi: clima ottimo. Io credo che Jacobs abbia preso un’ottima decisione. Cambiare è stimolante, il problema è che il primo anno con un lavoro diverso è il più duro, comporta per forza dei rischi».

 ➣  Vuol dire che lei parte avvantaggiato?

«Di sicuro». 

 ➣  Tommie Smith. in un’intervista a «La Stampa», l’ha citata come unico atleta in grado di prendere la sua eredità. 

«A Eugene mi sono seduto tra lui e Carlos e da lì è partito uno scambio che dura tutt’ora. Li ammiro: quando sono arrivato alle mie prime Olimpiadi ho realizzato che non sarei mai stato in grado di gestire un messaggio in mezzo alla pressione. Poi li ho ascoltati, abbiamo interagito e ho capito che i miei valori sono più importanti del resto».

 ➣  Più di un oro olimpico? «L’oro arrugginisce, comunque si scorda. Voglio lasciare qualcosa alla prossima generazione, non so se significa raccogliere il testimone di Smith e Carlos, di sicuro non mi tiro indietro»

intervista di giulia zonca, la Stampa, 12 dicembre [tutta qui]

 

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