
Il ciuffo andava a sinistra, a destra andava la sua finta preferita, con il busto dritto e le voci della folla nelle orecchie, quelle che gli urlavano di passarla e di non tenerla sempre lui, ‘sta palla. Quando Antonio Juliano era Totonno, il calcio era una romanzo ai tempi del colera. Portava il numero otto dietro la schiena e l’orgoglio dentro al petto per essere arrivato lassù partendo da laggiù. La mamma lo tirava via dalla strada tutte le volte che aveva il pallone tra i piedi, quartiere di San Giovanni a Teduccio, con Barra e Ponticelli uno dei lati del triangolo operaio, il fortino della sinistra a Napoli, dove dal 1958 al 1987 il Pci fu sempre il primo partito, la sola area dove la Dc non riuscì a vincere neppure nel 1948.
Una famiglia di origini irpine. Cambiarono casa quando Totonno aveva 16 anni per aprire un negozio di alimentari a Poggioreale. Nel frattempo avevano speso un mare di soldi per riparare l’edicola votiva della Madonna dell’Arco. Nel rione lo sapevano tutti che la sfasciava lui col pallone, una volta le luci, un’altra volta il vetro. «Riparavano i miei. Anche quando non avrebbero dovuto. Era sempre colpa mia», ha raccontato Juliano. «Lì ho capito cos’erano i sacrifici. Eravamo tre figli, io e due sorelle. Senza benessere, eppure mai che ci sia mancato qualcosa. Ma non ricordo mai d’aver visto mio padre e mia madre andare al cinema. La casa, il lavoro, i figli. A me pagavano pure la scuola privata…».
Quando invece era il Napoli a non pagare, Antonio Juliano si scoprì sindacalista. Si vantava di essere stato il primo capitano a minacciare uno sciopero nel calcio. «Un giorno decidemmo di non andare in campo. Lauro entrò nello spogliatoio per farci cambiare idea, ma ai miei compagni avevo fatto firmare poco prima un documento in cui ci dicevamo tutti d’accordo. Vincemmo noi. Pagarono. Giocammo e battemmo il Cagliari. Ho visto gente baciare la mano a don Achille, e lo trovavo mostruoso. Non era il caso. A Gioacchino, una volta, ho fatto spendere 20 milioni in orologi. Me ne regalò uno in gran segreto, io andai a esibirlo nello spogliatoio: dovette regalarlo a tutti».
Andò a finire che sempre per orgoglio strappò con Napoli e andò al Bologna, nel calcio del vincolo, al tempo delle bandiere, quando si restava pert tutta la vita nello stesso posto. Aveva detto di no al Milan. «Venivo da un anno pieno di infortuni. Tendiniti, talloniti. Avevo un massaggiatore di Torino che mi portavo dietro, a spese mie. Me l’aveva presentato Sivori. Un giorno perdiamo col Vicenza. Ferlaino dice che si va tutti in ritiro. Anche io che avevo 36 anni, una famiglia e 3 figli. Rispondo che allora smetto, non gioco più: prendo la borsa e torno a casa. Apriti cielo, c’è la finale di Coppa Italia ancora da giocare, arriva una telefonata, un’altra, e poi un’altra. Decidiamo che prima la gioco e poi smetto». In estate, durante le vacanze, lo convincono. «Sono al mare in Sardegna e viene a parlarmi l’allenatore Di Marzio. Dice che gli servo, vuole un uomo d’esperienza, gli vado bene anche se non posso dare tantissimo. Siamo d’accordo. Dopo tre giorni un telegramma mi convoca in sede. Urgentemente. Pensavo per il contratto, così chiamo il presidente, gli giuro che non avrei creato problemi e che ne avremmo parlato con calma al ritorno dalle vacanze. Invece non è per il contratto. Vado e scopro che i programmi sono cambiati. Mi dicono che vogliono affidarmi il settore giovanile. Allora si accende la lampadina, e quando si accende la lampadina io le devo andare dietro. Rispondo che ho cambiato idea e che voglio giocare ancora. Chiedo d’essere lasciato libero: in realtà volevo decidere io quando dire basta, non doveva decidere il Napoli. Vado a Bologna, dove c’era Pesaola ad aspettarmi. Quand’è finito il campionato, mi hanno dato una medaglia d’oro e un assegno in bianco come premio. A Bologna ho capito cosa significa vivere».
Per orgoglio un’altra volta ha stracciato un contratto da 500 milioni, da mezzala lo avevano reinventato manager, facendogli scoprire che poteva guidare anche un’azienda, non solo un centrocampo pieno di mediani. E fu ancora per puntiglio che fece l’ultimo ritorno, era il 1998, a quattordici anni di distanza dal precedente addio, ma stava mettendo piede in un mondo che aveva finito di conoscere. Di quel periodo segnato dalla retrocessione del Napoli in serie B ha detto: «Ho sbagliato le valutazioni sui giocatori da prendere. In serie A mi bastava scegliere quelli che mi sembravano più forti di me. Come Krol. In serie B no. Evidentemente non so valutare quelli meno bravi di me…».
Ha preso Krol e pure Maradona. La versione di Totonno su quella trattativa estenuante era questa: «Mi dicono che c’è un’occasione per portarlo via al Barcellona. Riferisco, ma in società mi fanno storie. Dicono che è fantascienza. Dicono che ha la caviglia rotta. Dicono che costa troppo. Un giorno mi scoccio: lo volete o no? Ferlaino prova a fermarmi fino all’ultimo istante. Quando salgo sul volo per andare a chiudere il contratto in Spagna, mi consegna una busta chiusa. La apra solo in aereo, mi dice. Faccio così. Dopo il decollo leggo il biglietto e quasi non ci credo. Lo rileggo. Caro Juliano, c’è scritto, ci ripensi. Valuti bene, l’operazione costa troppo, con quei soldi prendiamo 5 giocatori. E mi mette pure l’elenco con i nomi». Quel foglietto Juliano l’ha conservato in casa sua. Non ha mai voluto fare i nomi. Quando era in vena di confidenza, si lanciava a dire che uno era dell’Inter e aveva le ginocchia di cristallo. Facile: Hansi Müller. Fece di testa sua. Arrivò Diego.
Dopo quella discesa in B nel calcio non sarebbe mai più tornato. Ha fatto il nonno a Posillipo con il bimbo di sua figlia, una psicologa impegnata nei progetti dell’Onu in America Latina. Un nonno senza pallone. Mai più. Neppure due palleggi sulla spiaggia. Uno dei due figli maschi ha tentato la strada del calcio, l’altro è diventato architetto.
Sotto il ciuffo di Totonno è sfilata la storia del calcio. Ha avuto Lauro e Ferlaino per presidenti, Attila Sallustro era il direttore dello stadio, Dino Zoff e Omar Sivori per compagni, Maradona come dipendente. È andato tre volte ai Mondiali con la Nazionale. Ha giocato oltre 500 partite in serie A, eppure una volta ha detto che Napoli era per lui un fondale, «mi sono sempre sentito più rispettato che amato. Strana città, questa. Poco propensa ad accettare la bravura di un figlio suo. Ma quando dicono che sono un napoletano anomalo, che non mi comporto da napoletano, non mi piace. Mi offendo».
In vita sua ha avuto un solo isolo, Luis Vinicio, l’unico a cui abbia chiesto l’autografo. Quando nel frattempo era diventato il suo allenatore «Lui credeva che lo prendessi in giro». Ha avuto un grande debole: «Mi piace lavorare con i figli di buona donna». Aveva un grande cruccio, quando guardava i calciatori d’oggi e ripensava a sé: «Oggi sono divi e le veline gli corrono dietro. Noi eravamo trattati come analfabeti che sanno solo prendere a calci un pallone, facevamo fatica perfino a trovare una ragazza da portare a cena fuori. A me visitavano le coronarie con uno sgabello: salivo, scendevo e ascoltavano il cuore. Con i mezzi di oggi riescono a giocare 60-70 partite in un anno. Sono fenomeni. O no?».
[Le frasi di Antonio Juliano sono tratte da un’intervista realizzata per Repubblica Napoli, un incontro di altri tempi, una lunga chiacchierata in una curva di Posillipo davanti al mare, agosto 2005]