La Hit Parade del Venerdì era una rubrica fissa della newsletter, insieme con lo Zodiaco del lunedì, il Meteo del martedì, gli Odori del mercoledì, i Fumetti del giovedì, il Varietà del sabato, le Giostre della domenica. I fatti e i protagonisti del giorno uniti da un filo giocoso.
MALINCONIA Riccardo Fogli canta l’Olimpia Milano
Non c’è ancora il passo giusto, manca la misura, mancano soprattutto i risultati. Quando l’Olimpia Milano mette le sue cose in borsa e viaggia, fa ancora fatica a esprimere il suo potenziale. Ieri sera è arrivata un’altra sconfitta in Eurolega. Andrea Tosi sulla Gazzetta dello sport dice che “anche a Berlino i campioni d’Italia cadono senza alibi e con tanti rimpianti”. È la terza sconfitta in tre trasferte di Eurolega, “grave perché arriva nel finale dopo avere sprecato un +12 (59-71) nell’ultimo quarto e un +7 (73-80) negli ultimi 3’. Un disastro tecnico che non trova spiegazione se non con la troppa sufficienza della difesa nel lasciare punti facili e secondi tiri alla combattiva Alba, fino a ieri ultima in classifica con 4 ko sul groppone, che non ha talenti dichiarati. Il suo coach Gonzalez ha il merito di valorizzare i giovani come gli azzurri Spagnolo e Procida, concedendo fiducia a tanti giocatori che, tra errori e ingenuità (vedi l’autocanestro di Delow) si battono senza tregua”.
L’analisi di Backdoorpodcast è la seguente: “Negare le uscite dai blocchi dell’Alba è una delle regole basilare per difendere contro questa squadra, Milano è mancata terribilmente in questo aspetto permettendo loro di prendere ritmo. Doveroso dare merito a Sterling Brown che in questa situazione ha letto perfettamente gli errori difensivi di Shields e ha punito sistematicamente con le scelte giuste, ma la complicità della difesa di Milano in quella situazione è lampante”.
UNA CAREZZA IN UN PUGNO Adriano Celentano canta Tommie Smith
In collegamento video con il premio Mecenate dello Sport, per un riconoscimento nel nome di Pietro Mennea, il leggendario Tommie Smith [“Gli hanno amputato un dito del piede e lui dovrebbe rimanere immobile per due settimane”] ha detto la sua su sportivi e impegno sociale, idee politiche, in una intervista con Giulia Zonca per la Stampa.
I calciatori che in questi giorni si schierano per la Palestina o per Israele, pur cercando pace, rischiano la propaganda?
«Conta la sincerità e pure la storia di ognuno. Una superstar dello sport come un calciatore, un cestista, un giocatore di football sa di avere milioni di sostenitori e deve stare attento. Conosce il proprio percorso e non si tratta di giudicarlo: se è controverso, pure la richiesta di una tregua può uscire ambigua. Parliamo di una guerra, persino con il desiderio di essere neutrali è facile schierarsi e non è il tipo di azione che spetta agli atleti».
➣ Gli ucraini non dovrebbero protestare nei palazzetti e negli stadi se si trovano davanti un rivale russo?
«Non posso dire che cosa è giusto o dove sta il limite, forse non c’è nemmeno un limite, c’è bisogno di consapevolezza. Devi conoscere le ragioni degli altri, anche di chi guarda. Le Olimpiadi, i Mondiali, i campionati più seguiti sono piattaforme globali e quindi super sensibili. Puoi solo portarci amore, tutto quello che non è amore, per quanto valido o logico sembri non passa. La rabbia non passa. Il rancore non passa».
➣ Lei non era arrabbiato?
«Lo sono ancora, però non è per quello che ho alzato il pugno. Non era Tommie Smith contro l’arroganza dei bianchi, era un essere umano che soffriva per i pregiudizi. Un essere umano che aveva appena vinto un oro ai Giochi e per questo si ritrovava davanti a milioni con la possibilità di dire: siamo tutti uguali. Non era una protesta, era un sacrificio».
➣ Lei su quel podio e Ali che rifiuta il servizio militare: due campioni che hanno ribaltato la società. Vi siete mai incontrati?
«Una volta, era un’occasione pubblica. Non una di quelle situazioni in cui ti puoi abbandonare a un abbraccio, come sarebbe stato giusto. Lui era il mio eroe, ma la sua era una protesta vera, contro il governo americano. Io ho fatto l’addestramento, sono patriottico, avrei servito la patria». intervista di giulia zonca, la Stampa [tutta qui]
MA QUALE IDEA Pino D’Angiò canta Mike Powell
Che idea, ma quale idea. Mike Powell, primatista del mondo nel salto in lungo con 8,95, la buttà là. Ha quasi 60 anni e vuole riprovarci. Proprio così. «Mi tengo in forma, sono tornato in ottime condizioni. Da quando ho smesso di gareggiare, ho fatto la fisarmonica. Due anni dopo il ritiro pesavo 115 chili. Il peggio nel 2013, quando ho divorziato: arrivai a 118. Adesso viaggio sugli 85, 33 in meno. Sto proprio bene e ho una gran voglia di riprovare a saltare». Lo ha detto in una intervista con Andrea Buongiovanni per la Gazzetta dello sport.
➣ ➣ Come fece nel 2001 e nel 2003 quando, a 38 e a 40 anni, fece 8.10 e 7.62?
«Esagero: sto così bene che penso di valere ancora gli otto metri. Quindi, più o meno, il minimo di partecipazione, non ancora ufficializzato, ai Trials olimpici di Eugene del prossimo giugno».
Ma avrà 60 anni e ai Giochi poi potrebbe trovare Micha, una delle sue tre figlie, frazionista della 4×400 del Canada, quarta ai Mondiali 2022…
«Appunto, il modo migliore per festeggiarli. Come da giovane sono poco flessibile, ma rimbalzo che è una meraviglia. E schiaccio ancora a canestro».
CAPELLI Niccolò Fabi canta Giuseppe Giannini
➣ Si sente ancora «Principe»?
«A volte questo soprannome ha condizionato chi mi giudicava, ma se si pensa ai miei 22 anni di carriera è stato positivo. Non ce ne erano altri in giro. Mi piaceva. All’epoca davanti a me c’era Falcao che era “Il Divino”, io essendo arrivato dopo sono diventato “Principe”. Scelta azzeccata.
Certo a guardarmi oggi…».
➣ Come si vede?
«Faccio fatica a rivedere vecchie immagini. Sono cambiato tantissimo e mi “rode” adesso che sono senza capelli. Mi dà un po’ fastidio sinceramente, quindi evito di guardarmi. La gente neanche mi riconosce per strada».
➣ È stato Ct del Libano per due anni: rifarebbe quell’esperienza?
«Sì e la consiglierei. Sono stato bene a livello lavorativo, ne è valsa la pena. È stato un peccato non aver partecipato alla Coppa d’Asia per un gol. Mi avrebbero fatto una statua in piazza a Beirut se ci fossimo qualificati… è una città splendida anche se quando c’ero io era pericolosa, c’era un attentato dietro l’altro. Qualche volta ho temuto».
intervista di guendalina galdi, Corriere della sera
CI SCOMMETTO QUEL CHE VUOI Leano Morelli canta Sandro Tonali
Matteo Pinci su Repubblica racconta della squalifica di 10 mesi per Sandro Tonali e considera: “Se il patteggiamento abbia prodotto una squalifica equa o meno è discutibile. Certo il centrocampista che in estate ha lasciato il Milan per trasferirsi in Premier League ha ammesso le proprie colpe senza filtri. Ha poi raccontato la propria storia, che differisce dalla versione di Fagioli sull’inizio: in quel ritiro dell’Under 21 a Tirrenia nell’agosto 2021, che lo juventino aveva descritto come l’inizio di tutto, probabilmente già giocavano entrambi, non è uno dei due ad aver contagiato l’altro. Resta, in comune con Fagioli, la natura del problema: quell’ammissione sull’incapacità di fermarsi spinge infatti sul tasto della ludopatia. Per lui è quello il motivo delle giocate compulsive che lo hanno portato a infrangere persino il tabù di scommettere sulla propria squadra: un problema clinico insomma, non un semplice vizio”.
La Gazzetta dello sport dedica stamattina una pagina all’analisi del “boom del gioco illegale”, parlando di un volume d’affari da 25 miliardi e dichiarando un fallimento il Decreto Dignità introdotto dal governo Conte nel 2018. I gestori di attività di scommesse [sui giornali promosse con un certo imbarazzo come pronostici] trattano i casi di Fagioli e Tonali cercando delle responsabilità in quel Decreto. Può darsi. I proibizionismi producono in genere degli effetti. Ma il Decreto non ha avuto alcuna possibilità di essere introdotto, perché il sistema del calcio italiano e il mondo che se ne nutre l’hanno aggirato. Inoltre, la ludopatia – pare che sia di questo che parliamo – non sa distinguere tra attività legali e illegali. C’è gente che si rovina al legalissimo bancolotto.
ADULT Sasha Alex Sloan canta Paolo Nicolato
➣ Cosa consiglia a questi ragazzi in questo momento?
«Di non perdere l’equilibrio. Nel momento del bisogno, capisci di chi ti puoi fidare e di chi no. Tutti sbagliamo e questa società non aiuta. Quando la competizione è esagerata, tutto si guasta. Bisognerebbe insegnare che l’impegno è più importante della vittoria».
➣ A parte le ore di allenamento, quattro al massimo, cosa fanno i giovani calciatori tutto il giorno?
«Alcuni seguono programmi con preparatori atletici, esperti di alimentazione, psicologi. Ma fatico a rispondere. Fuori dai campi, noi allenatori non ci siamo».
➣ Sembra che il primo incontro di Fagioli coi siti di scommesse sia avvenuto durante un ritiro a Tirrenia.
«I cellulari oggi sono ovunque. Non possiamo controllare quello che fanno i ragazzi con lo smartphone in mano».
➣ Cosa possono fare le famiglie per evitare che i figli si perdano?
«Cercare di esserci, ma è dura. I giocatori di alto livello escono di casa da molto giovani, i rischi aumentano». – intervista di franco vanni, Repubblica [tutta qui]
MA CHE COLPA ABBIAMO NOI Shel Shapiro canta Leao
Il povero Leao sta portando per intero sulle spalle le reponsabilità dei zero gol fatti dal Milan in tre giornate di girone di Champions. Ne scrive Franco Arturi sulla Gazzetta di stamattina, domandandosi se le cose poi stiano proprio così: “Marco Van Basten – scrive – nel nostro campionato su 147 presenze ha segnato 90 gol, di cui 22 su rigore (che il portoghese non tira) e ha dato 31 assist. Ed era punta centrale, deputato a segnare soprattutto e certo non a inseguire i difensori. Leao, al contrario, è un’ala pura, un ruolo per il quale il gol è solo la seconda dote richiesta: la prima è il saltare l’uomo e creare gioco e superiorità numerica. Deve fare anche il lavoro che Sarri chiedeva a Insigne, cioè di difendere fino alla propria area? Io qualche dubbio l’avrei, considerate le sue caratteristiche fisico-atletiche e il fatto che una partita ogni due segna o fa segnare. Non imporrei questo lavoro nemmeno a gente come Berardi o Salah, per non parlare di Mbappé o Cristiano Ronaldo. La verità è che su Leao si tende a caricare responsabilità che sono di tutta la squadra. Che c’entra lui se su corner contro i compagni lasciano libero un avversario in area con metri di spazio o non azzeccano un buon cross in una partita intera? Il Milan sul piano tecnico-tattico è in mezzo al guado: vorrebbe giocare “all’europea”, e spesso lo fa, ma non è in grado di trasformare in gol le palle recuperate (con un centravanti di 37 anni senza ricambi all’altezza)”
SEI BELLISSIMA Loredana Berté canta la Fiorentina
Il titolo della canzone è anche il titolo della cronaca uscita sulla Gazzetta dello sport per la vittoria in Conference League della Fiorentina. Fabio Bianchi ha scritto: “C’è gloria per tutti, nella notte di Lucas Beltran. La Fiorentina 2 regala gol a grappoli e spettacolo grazie alla generosa (non) partecipazione del modesto Cukaricki, lo sparring partner serbo che ci voleva per dimenticare l’Empoli (sconfitta in casa 0-2 lunedì sera), riguadagnare la vetta del gruppo di Conference (col pari tra Genk e Ferencvaros), ritrovare morale e soprattutto dare robuste iniezioni di fiducia a giocatori fin qui non pervenuti. Prima tra tutti l’argentino: Beltran ha squarciato la partita con due gol spettacolari nel giro di 4 minuti”.
PECCATO ORIGINALE Malika Ayane canta l’Atalanta
Il 2-2 dell’Atalanta in Austria viene considerato da Andrea Elefante sulla Gazzetta dello sport “un’occasione persa, anzi buttata: punto. L’Atalanta fuori casa in Europa segna da 15 partite di fila e non perde da sei – mai successo – ma ieri doveva e poteva vincere: punto. Gasperini ha avuto troppo poco dall’ingresso di De Ketelaere e Scamacca. E meno male che aveva azzeccato la scelta di Muriel: il colombiano non segnava dal 4 giugno e ieri, prima di uscire, aveva messo in discesa la partita con una doppietta. L’impressione incombente era quella di una superiorità inespressa dell’Atalanta”
LA MIA LIBERTA Franco Califano canta El Shaarawy
Alessandro Barbano sul Corriere dello Sport-Stadio commenta la vittoria europea della Roma: “La ragion pura di Mourinho sta, come quella di Kant, tra coscienza delle possibilità e quella dei limiti. La Roma del “filosofo” portoghese è un esercizio di razionalità tattica, sostenibilità agonistica, misura dell’azzardo creativo. Tutto da tentare e nulla da rischiare. Di questi ingredienti è fatta una partita perfetta Il simbolo di questo primato dell’intelletto è El Shaarawy, inesauribile fonte di saggezza e dimostrazione che anche l’intelligenza nel calcio ha il peso che si merita. Il Faraone non ha una corsa travolgente, ancorché è rapido, non ha colpi proibiti, magie tecniche, ancorché maneggia il pallone con la diligenza di un amministratore. Semplicemente fa sempre la scelta che concilia l’efficacia più alta con il rischio più basso. E non sbaglia mai. Per questo rappresenta per Mourinho quello che per molto tempo è stato, e in parte continua a essere, Darmian per Inzaghi: un giocatore irrinunciabile. I due assist a Bove e Lukaku, la traversa nel secondo tempo, sono le perle di una prestazione esemplare”
TU SEI LA MIA SIMPATIA Raoul Casadei canta Walter Mazzarri
➣ Lasciatelo dire: cercavi insistentemente degli alibi alle sconfitte. Ricordo una frase, ormai storica, «e poi ha cominciato a piovere»…
«Vedi, Ivan, ho pagato l’antipatia di persone che non vedevano l’ora di attaccarmi e farmi fuori. Di Inter, quell’anno, c’era solo la maglia nerazzurra, basta dare un’occhiata alla formazione per rendersi conto che non era competitiva, non all’altezza del nome che portava. Con l’esperienza che ho oggi non avrei probabilmente accettato, anche se l’Inter è un posto prestigioso. Quando alleni un club di quell’importanza devi poter disporre di una squadra potenzialmente da primi tre posti, altrimenti preparati a essere contestato ogni tre giorni. Un grande equivoco, quell’esperienza. Anche se poi, rispetto a chi è arrivato dopo e a chi mi aveva preceduto, ho fatto meglio. Io quinto, loro ottavi. A volte sento allenatori di squadre importanti che accampano molte più scuse di quelle che accampavo io. Quando perdi non puoi dire “la squadra non è all’altezza del club, del suo blasone”. Se pensi al Napoli, dove ho fatto la storia e si perdeva poco, la quota degli alibi era praticamente azzerata. Certe etichette te le appiccicano addosso quando sei costretto a mentire, a difendere il gruppo».
➣ Hai frequentato un corso di simpatia e comunicazione?
«Dopo tanto tempo torno a parlare, concedo un’intervista. Sono sparito perché quella era la mia volontà. Se avessi voluto allenare avrei potuto farlo, le offerte non sono mancate. In questo periodo mi sono reso conto dei cambiamenti del calcio e li ho approfonditi».
intervista di ivan zazzaroni, Corriere dello Sport-Stadio