Questa è la prova di costruzione di una dinastia. Erano vent’anni che nella WNBA una squadra non vinceva due campionati di fila. C’erano riuscite le Los Angeles Sparks, adesso è il turno delle Aces di Las Vegas, la città che lo sport professionistico americano aveva sempre respinto, il luogo del peccato, i casinò, la boxe negli alberghi, il business dei matrimoni. Las Vegas ha rivinto e può rivincere. Tre titoli di fila appartengono solo alla storia di Cynthia Cooper e delle sue Houston Comets, comete appunto, non meteore.
È nel nome di A’ja Wilson che Las Vegas vince e minaccia di non smettere. Si chiama così perché Aja degli Steely Dan era la canzone preferita si suo padre. Il suo secondo nome, Riyadh, viene dalla capitale dell’Arabia Saudita, dove la zia materna fu inviata nell’operazione Desert Storm. Sua madre era stenografa in tribunale, suo padre ha giocato da professionista in Europa per 10 stagioni. Anche suo fratello maggiore Renaldo ha fatto il cestista all’estero. A’ja è cresciuta in una famiglia cristiana, uno dei suoi nonni era un ministro evangelico. Ha frequentato l’Università della Carolina del Sud, si è laureata in Comunicazioni di massa. Due anni e mezzo fa, nel Martin Luther King Day, una statua a lei dedicata è stata inaugurata vicino all’ingresso principale Colonial Life Arena, al vollege. In una chiamata Zoom durante la cerimonia, A’ja disse che sua nonna non poteva nemmeno camminare in quel campus. Doveva girarci intorno. «Tutto dipende da come si piantano i semi».
Altri semi ha piantato Becky Hammon, la donna che siede in panchina dopo aver stabilito un po’ di primati. È stata la prima assistente donna a tempo pieno nella storia della NBA: dai San Antonio Spurs. È stata la prima allenatrice donna a guidare una squadra maschile nella Summer League. È stata la la prima donna nello staff tecnico in un All-Star Game. È stata la prima donna allenatrice in una partita NBA e la prima esordiente a vincere un campionato WNBA, l’anno scorso. In estate è entrata nella Hall of Fame insieme a Gregg Popovich. Scrive The Athletic che “apparentemente non c’è nulla che Becky Hammon non possa fare quando si tratta di basket, incluso diventare la prima allenatrice donna titolare di una panchina in NBA. Ma Hammon dice che non è interessata a implorare un’opportunità. Un’opportunità che chiaramente merita. Se la passa abbastanza bene dov’è. Gli allenatori di successo trascendono questo e quello. Sono consapevoli del fatto che il loro lavoro, in definitiva, riguarda la gestione delle persone e delle avversità. Qualcosa che Hammon ha fatto magnificamente in questa stagione”.
Gliene sono capitate parecchie, una dopo l’altra. A luglio, la guardia Riquna Williams, giocatrice chiave della scorsa stagione, è stata arrestata con l’accusa di violenza domestica. Le accuse sono state successivamente ritirate, ma è stata esclusa dalla squadra per il resto dell’anno. Nello stesso mese, l’attaccante Candace Parker, una da Hall of Fame, si è infortunata al piede, senza riuscire a gicoare per tutta la stagione. Chelsea Gray si è fatta male in Gara-3. Il centro Kiah Stokes si è svegliata con un piede gonfio la mattina dopo. Era la prima volta nella storia delle finali WNBA che una squadra perdeva due titolari tra una partita e l’altra. Eppure le Aces sono andate a vincere a New York, dove avevano sempre perso con una media di 20 punti di scarto. “Sembrava una montagna troppo alta da scalare”. E invece.
Michael Rosenberg per Sports Illustrated l’anno scorso raccontò la storia dell’incontro fra A’ja Wilson e Becky Hammon, due donne che “si sono trovate nel momento giusto. Una si è sempre sentita dire che avrebbe potuto fare qualsiasi cosa. All’altra veniva detto che non poteva. La scorsa primavera, prima che Hammon tenesse il suo primo allenamento con le Aces, Wilson le fece visita a San Antonio. Tranne che nel giorno in cui era stato ritirato il numero di maglia di Hammon, non si erano mai incontrate prima. Sono andate insieme in palestra e a cena. Wilson dice che era solo per creare un’atmosfera, Hammon perché le piace conoscere le sue giocatrici, così sa come allenarle e come ottenere il meglio da loro”.
Nella ricostruzione di Sports Illustrated, Hammon quel giorno promise a Wilson che avrebbe accantonato i metodi dell’ex allenatore Bill Laimbeer e avrebbe introdotto moderne esercitazioni sul ritmo e sullo spazio. Le disse pure che si aspettava di vederla giocare al centro della difesa per la prima volta nella sua carriera, in modo che le Aces potessero allargare il campo in attacco. “Avrebbe potuto anche dire a Wilson – continua Sports Illustrated – che avrebbe dovuto indossare le scarpe sulle mani e Wilson l’avrebbe fatto”.
Le Aces avrebbero potuto vincere già nel 2021, se solo Wilson si fosse fidata completamente di Laimbeer, che le consegnava le chiavi della squadra. “Ma quando nella palestra di San Antonio, Becky Hammon ha visto Wilson tirare, ha deciso che lo avrebbe fatto anche da tre, per la prima volta nella sua carriera”.
Hammon è stata sei volte una dei playmaker della All-Star Game, ma ha accumulato parecchie delusioni come giocatrice. Il suo nome, scrive Sports Illustrated, era diventato sinonimo di soffitto di vetro del basket professionistico: ogni volta che partecipava a un colloquio di lavoro per head coach nella NBA, non aveva mai il lavoro. “È stata intelligente a non considerare la panchina delle Aces come un ripiego, come un Piano B”.
Adesso è decisamente il suo Piano A. Per una tripletta. Dice Clare Brennan su Sports Illustrated che “questo gruppo sa cosa serve per sollevare ancora un trofeo: restare insieme. New York ha campionesse e giocatrici esperte nel suo roster, ma non avevano mai lottato per un titolo come squadra. Le Aces sono un gruppo affiatato che non si scioglierà. Wilson, Plum, Young e Gray torneranno tutte a Las Vegas il prossimo anno“.
Con Becky Hammon in panchina. Ma la NBA dovrebbe darsi una mossa.
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