Non c’è nessuno nel calcio che possa fare la lezione a Fagioli, Tonali e Zaniolo

La cosa sorprendente è che succeda ancora, ma il passato spesso ci insegna a sbagliare meglio. Se quarantatré anni fa le scommesse furono lo scandalo con cui il calcio italiano perdeva la propria innocenza – si dice sempre così – quarantatré anni dopo sono una pratica quotidiana dalla quale siamo circondati. È da qui che si deve partire, se vogliamo guardarci in faccia e dirci stamattina davvero le cose come stanno. Nicolò Fagioli ha 22 anni e si guadagna da vivere nella maniera in cui probabilmente sognava e come molti ragazzi italiani ormai non sognano più di fare. Sandro Tonali ne ha 23, Nicolò Zaniolo uno in più. Il primo si è fatto avanti spontaneamente e si è autodenunciato alla giustizia sportiva, gli altri due non erano sorpresi quando è arrivata la polizia a Coverciano, secondo fonti investigative «ci aspettavano».

Tutti e tre avranno modo con i loro avvocati di chiarire le loro posizioni e di rispondere dei comportamenti che gli vengono rimproverati. Chiariranno se hanno partecipato a gioco d’azzardo, se hanno casomai puntato cifre rilevanti, se hanno adoperato piattaforme che sono illegali in Italia, se hanno scommesso sul calcio o addirittura su partite della propria squadra, se sono giunti a indebitarsi per farlo, se sono caduti in qualche brutto giro e hanno avuto contatti impropri. Tutti questi elementi stamattina si possono solo vedere in controluce o supporre, dentro un quadro investigativo coordinato da una pubblica ministera che di solito si occupa di mafia

Stamattina, ai tre ragazzi, dobbiamo quella prudenza che mancò undici anni fa con Domenico Criscito, pure lui raggiunto da un’indagine dietro i cancelli del centro della federazione, escluso dagli Europei 2012 per motivi di opportunità, accusato di associazione a delinquere finalizzata alla frode e alla truffa sportiva, alla fine assolto. Guardò la finale Italia-Spagna da casa. I due Nicolò e il giovane Sandro pare che non resteranno neppure i soli, tutti hanno l’età dei nostri figli e nessuno che abbia saputo metterli in guardia, salvo trovarsi stamattina circondati da un mucchio di consigli e rimproveri a scoppio ritardato. 

 

I due Nicolò e il giovane Sandro sono cresciuti in un mondo nel quale la scommessa non è più uno shock con cui si perde l’innocenza. Ogni nuovo scandalo spiazza sempre di meno. È tra le pieghe dei distinguo che casomai cerchiamo una ragione. Quando ogni tanto la polvere si alza intorno a qualche illecito sparso fra serie B e serie C, i pm scoprono che i calciatori hanno trovato con quella pratica una maniera alternativa di recuperare gli stipendi che i club smettono di versare. Quando la polvere arriva in nazionale e si posa sulle scarpe di calciatori famosi e ben pagati, deve esserci dell’altro. 

In mezzo alle sue molte virtù, perfino Gigi Buffon conobbe questa polvere. «Se ho scommesso, e mai sulle partite – spiegò una volta – è stato perché chi vive la nostra vita deve trovare una trasgressione. Io non vado in discoteca, non ho mai fatto uso di droghe, ho sempre avuto solo una donna. Scommettevo, ma quelli sono fatti miei. E da lì a vendere partite, al riciclaggio, ad altre cose losche… ce ne passa». Assomiglia molto alla frase detta ieri mattina da Zaniolo a Matteo Pinci su Repubblica, quando parlava della necessità ogni tanto di svuotare la testa. Lo diceva per le serate in discoteca. 

Oggi Buffon è il capo delegazione della Nazionale. Ha accompagnato lui Tonali e Zaniolo a colloquio dagli agenti. Ora, su questo dettaglio si possono far battute e meme, ma forse sarebbe più utile considerare che quel suo passato e quel suo inciampo non sono stati considerati all’interno del calcio un motivo sufficiente a negargli un ruolo simbolico e vertical, un tempo appartenuto a Gigi Riva. Non è importante stabilire se sia giusto o sbagliato, conta per capire l’atteggiamento quotidiano del calcio verso la materia, nei giorni in cui non sono accese le luci, quando non ci sono in giro i poliziotti e quando i giornali sono distratti. Del resto, sette anni fa, un gigante del settore delle scommesse finì tra gli sponsor della nazionale, il suo nome era in una foto su una maglia azzurra tra le mani dell’allora segretario generale Michele Uva. Chi sollevò il caso, passò per un bigotto. 

 

Quando i poliziotti sono altrove, l’atteggiamento quotidiano del calcio è di totale prossimità con il mondo delle scommesse, dal quale però i due Nicolò e il giovane Sandro avrebbero dovuto tenersi lontani. È buffo. Nel luglio 2018 il primo governo Conte vietò con l’articolo 9 del cosiddetto Decreto Dignità «qualsiasi forma di pubblicità, anche indiretta, relativa a giochi o scommesse con vincite di denaro», effettuata su qualunque mezzo di comunicazione e durante le manifestazioni sportive, artistiche o culturali. Bisognerebbe stamattina poter contare le volte in cui s’è alzata durante questi cinque anni una voce irritata o indignata, bisognerebbe poter contare in quante occasioni le istituzioni del calcio italiano hanno chiesto ai governi successivi di cassare la norma. Gli operatori del settore protestarono. I club di serie A lo stesso: non ce n’era uno che non avesse accordi con loro, contratti e rapporti commerciali. Editorialisti e direttori di giornali hanno firmato da allora innumerevoli interventi per sostenere l’ingiustizia di quel decreto, la necessità di lasciare al calcio la libertà di finanziarsi così, la libertà di un finanziamento che venisse da quella direzione. Il quadro incestuoso tra editoria e proprietà calcistiche è del resto sotto i nostri occhi. Diverse realtà editoriali si sono pure dotate nel tempo di una propria agenzia di scommesse, siti online, palinsesti. Stamattina c’è chi avverte la necessità di distinguere tra puntate legali e illegali. Solo che: 1] per i calciatori sono sempre illegali, 2] la ludopatia e la noia non conoscono la differenza. Lo slogan dei vari Bet è: scommetti ovunque. Ovunque non è una parola che lascia spazio a limiti. 

 

Dell’ultima polvere che s’è alzata intorno ai due Nicolò e al giovane Sandro, maledizione, non si può nemmeno incolpare il proibizionismo del Decreto Dignità. Perché il Decreto Dignità alla fine non ha proibito proprio niente, come vediamo dai cartelloni a bordo campo durante le partite, come vediamo dalle scritte sui culi e sulle maglie delle squadre, come vediamo ogni minuto intorno a noi. Prima della palla al centro, nell’intervallo, alla fine delle partite, in tv scopriamo quali sono le quote giuste per ogni risultato, compreso il confronto fra i vari siti di scommesse, come si fa quando dobbiamo assicurare il motorino. Secondo l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni (Agcom) è tutto nella norma. Non sono considerate pubblicità, ma spazi di informazione. Come il telegiornale da Gaza. Il sito Pagella Politica ha scritto che per come sono proposti, però, trasmessi tra un calcio d’angolo e un fallo laterale, embè, ma guarda, quegli spazi di informazione sembrano proprio in qualche modo una pubblicità agli operatori citati. In sostanza: un aggiramento del divieto. 

Un anno fa, appena insediato, in un’intervista al Corriere della Sera il neo ministro dello Sport fortemente voluto dal CONI, Andrea Abodi, disse che il nuovo governo voleva superare le restrizioni introdotte nel 2018. In risposta a un’interrogazione parlamentare in Commissione Cultura della Camera, aveva definito ipocrita il divieto al «diritto alla scommessa». 

Ora, mentre pubblici ministeri e avvocati fanno il loro lavoro, mentre i due Nicolò, il giovane Sandro e forse qualcun altro proveranno a chiarire quel che gli viene chiesto di chiarire, onestamente quale pulpito può sostenere il peso di una predica fuori tempo massimo per i nostri ragazzi? Il governo? Il CONI? I giornali? Le televisioni? Le istituzioni del calcio che giudicano un torto il divieto di far pubblicità alle scommesse? Davvero. Chi può seriamente rimproverare ai due Nicolò e al giovane Sandro di aver fatto qualcosa che tutto il resto del loro mondo invita noialtri a fare? I ragazzi ce l’hanno scritto sulle maglie e a bordocampo, quali sono i bookmaker migliori. È come chiedere ad Adamo e Eva di non mangiare la mela e poi mandarli a fare la pubblicità a un consorzio della Val di Non. 

 

   PUZZLE Che cosa si dice in giro    

 ◍   Alessandro Barbano,  Corriere dello Sport-Stadio: Se uno come loro punta il suo futuro sui circuiti clandestini, non è per l’ebbrezza di vincere, ma per quella di perdere. Nelle scommesse c’è un’altra cosa che li attira come una calamita infernale: si chiama “cupio dissolvi”, con un idioma latino che indica il desiderio di dissoluzione. Per Freud è l’istinto di morte. Per i ricchi ragazzi del pallone è gettare giù dalle spalle la gloria che non sentono di meritare. Il calcio non può distribuire fiumi di denaro senza offrire in egual misura educazione, cultura, responsabilità. Il secondo modo di rispondere al quesito è andare a vedere che cosa accade nel vivai olandesi e di altri paesi in cui il calcio è ancora sport, cultura, esempio. Si gioca, si studia, si cresce, si assume una leadership in nome e per conto di altri

 ◍   Riccardo Signori, il Giornale: Si dice: ragazzi malati. La ludopatia è un dramma prima ancora che un vizio. Oggi potremmo dire: speriamo siano malati e sarebbe desolante più che consolante. Sperare nella malattia per non credere di avere davanti giovinastri milionari stupidamente convinti di stare al di sopra di ogni legge. La legge del pallone è chiara: non accetta deviazioni su scommesse del proprio sport. Purtroppo parliamo di ragazzi giovani, nemmeno di scafati navigatori ormai pensionabili. Gente che si butta via. Nel caso siano malati, armiamoci di compassione. Ma nessuna compassione verso chi sapeva. O verso chi si è girato da altra parte. Malati, o stupidamente colpevoli, andavano tenuti d’occhio, salvaguardati o denunciati.

 ◍   Piero Mei, il Messaggero: Tornano i fantasmi che ciclicamente accompagnano pallonetti e “tiraggir”, gol fatti e gol subiti, panchine scottanti e fischi a caso. Cambiano i ruoli, il terzino è adesso l’esterno basso, ci sono il braccetto, la difesa a tre, tre e mezzo, quattro o cinque, le donne hanno conquistato l’abito che una volta si chiamava “giacchetta nera” (lo smoking dell’arbitro), il tic.toc che divenne tikitaka ora può essere soltanto un tiktok, una clip da highlights, il Var che doveva dare certezze a volte spegne solo un’emozione e incendia i caminetti dei bar sport. Cambiano i nomi: il Totonero, ora che il totocalcio e il 13 sono un lontano ricordo, è soltanto calcioscommesse, che se non è zuppa e pan bagnato.

 ◍   Andrea Di Caro, la Gazzetta dello sport: Fa comunque effetto pensare che giovani che hanno potenzialmente tutto dalla vita, a partire dai soldi e dalla fama che regala il mestiere più bello del mondo, possano rovinare tutto, buttandosi via, entrando nel vizio del gioco fuori dal campo qui non parliamo dello sfizio di chi scommette ogni tanto o tenta la fortuna con i “gratta e vinci”, ma di chi compulsivamente scommette su tutto, rovinandosi. Non è più un gioco, è una malattia

 ◍   Francesco Saverio Intorcia, la Repubblica:Nell’Eden del calcio, un solo frutto rimane proibito agli atleti che hanno tutto: scommettere. Allora torniamo alla domanda di partenza: perché? Il senso di impunità, una condizione patologica, l’incoscienza, la noia, la facilità con cui si può cadere in tentazione persino durante una partita, con lo smartphone? Suona drammaticamente profetica la recente lezione di Guardiola a Cuneo: il talento non si allena al cellulare.

 ◍   Beppe Dossena, la Stampa: Sono stato un calciatore e so quali debolezze possono esserci dietro ragazzi che hanno tutto, ma possono cadere nella depressione e vedersi spalancare le porte delle dipendenze per un’amicizia sbagliata o un matrimonio finito. Stiamo assistendo ad una vera “pandemia” per la salute mentale e gli sportivi non ne sono esenti: i danni del Covid e del lockdown li stiamo vedendo solo adesso, soprattutto sui nostri giovani. Dobbiamo proteggere i nostri giovani e insegnargli i giusti stili di vita, facendogli capire che nel mondo virtuale – dove ormai vivono la maggior parte delle loro ore – i pericoli sono reali“.

 ◍   Giulia Zonca, la Stampa, sabato 14 ottobre: La ludopatia corrode», sentenza, inattaccabile, del presidente Figc Gravina. Corrode, però paga e lo ha fatto notare proprio lui, giusto qualche mese fa, quando il ministro Abodi, la stessa persona che oggi invoca «la carta dei doveri», sostenne la necessità di andare oltre il Decreto dignità e così riammettere apertamente i siti di scommesse tra gli sponsor. Gravina ha chiesto la liberalizzazione totale, indignato: «È un diritto sacrosanto». Il capo del pallone può pensare alla bottega, solo che sarebbe meglio non far girare la morale a seconda del vento. Quello gira malissimo e rimette in circolo tutti i limiti di un sistema che promuove le puntate sportive e nasconde le proprie stelle tra le piaghe sociali. Pubblicizzate dalle maglie che portano, dalle tv che li mostrano, dagli errori che fanno“. 

 

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