1-0 Gabriel Martinelli non segnava un gol ufficiale dal mese di aprile [3-3 con il Southampton] e non ne faceva uno decisivo da febbraio [1-0 in casa del Leicester]. È entrato nel secondo tempo per l’infortunio di Trossard e quattro minuti prima della fine ha messo la palla in porta, assist di Havertz, nel giorno giusto, al momento giusto. Se interessa: classifica. Arsenal e Tottenham 20, Manchester City 18.
Henry Winter sul Times dice che “prima di questa partita, l’Arsenal aveva delle speranze. Ora ha fiducia. Questa vittoria sembrava che valesse più di tre punti. Sembrava quasi un terremoto, il segno che possono affrontare i pesi massimi con la maglia celeste, il segno che potevano battere il Manchester City per la prima volta in 13 incontri di Premier League. La fede era ovunque. William Saliba e Gabriel hanno soffocato Erling Haaland, il calciatore dell’anno, e questo li renderà ancora più temibili come coppia centrale difensiva. Il portiere David Raya ha sofferto un paio di momenti di instabilità nella fase iniziale, ma poi è stato dominante, anche nelle mischie. La fiducia era ovunque”.
Winter passa poi a spiegare qualche dettaglio del successo. Parla di una vittoria nata anche dal prodigioso lavoro svolto dai giocatori dell’Arsenal senza palla. “Sapevano che i campioni si sarebbero divertiti col possesso, quindi hanno fatto pressing e li hanno tormentati”.
Stamattina Arteta è “l’apprendista che ha avuto la meglio sullo stregone”, un altro modo per raccontare l’allievo che ha battuto il maestro. “L’allenatore dell’Arsenal ha azzeccato la tattica. Aveva schierato titolare un solo centrocampista difensivo nell’ultimo incontro di Premier League contro il City, stavolta ha optato per una maggiore sicurezza, con Jorginho e Rice”.
Barney Ronay sul Guardian tira fuori “il tocco di Mida” per Mikel Arteta, “fondamentale per la vittoria dell’Arsenal”. Scrive che l’allenatore ha “azzeccato tutte le grandi decisioni per avere la meglio sul suo ex mentore Pep Guardiola e su un City balbettante. È stato uno di quei pomeriggi in cui tutto ciò che faceva Arteta, ogni scelta iniziale, ogni rimpasto a metà partita, sembrava funzionare. Dalla scelta iniziale di Jorginho per aggiungere una boccata d’acqua fresca al centrocampo, alla gestione dell’assenza di Bukayo Saka”.
Ronay spiega che finora c’è sempre stata la tentazione di spiegare le mancate vittorie dell’Arsenal con “una sorta di blocco mentale, ma questo significa perdere ogni reale senso delle dimensioni. Nella stagione scorsa, l’Arsenal è arrivato secondo, dietro a una delle più grandi squadre dell’era moderna. Il City è apparso insolitamente vago stavolta, per la terza sconfitta in quattro partite. Ma sembra più un passo avanti di Arteta e di Rice”, quest’ultimo indicato come l’uomo chiave della partita.
Il campionato scorso è quello che Davide Chinellato sulla Gazzetta chiama “la sconfitta che ha dato all’Arsenal la certezza definitiva di essere all’altezza”. Perciò adesso “il messaggio arriva forte e chiaro, anche dopo una partita vinta nel finale con un tiro deviato: l’Arsenal non ha più paura del Manchester City”.

Gabriel Martinelli
“La sua famiglia è emigrata ritrovando in un altro continente la stessa miseria. Il padre gli ha dato un pallone per stapparlo al richiamo della mala vita. Il Brasile è stata la sua scuola, l’Inghilterra l’università. Poteva tuttavia scegliere l’Italia, dove, con un leggero adeguamento, sarebbe stato perfetto per il gioco di Mancini”
– di gabriele romagnoli, Repubblica, ottobre 2022
Oliver Holt sul Daily Mail l’ha presa alla larga. Racconta della gente che è scesa dal treno della Piccadilly Line alla stazione della metropolitana Arsenal, tutta quella massa di persone risalite dal binario verso le barriere dei biglietti. “Il layout – scrive – è lo stesso di sempre, dai tempi di Arsene Wenger e prima ancora, quando c’erano George Graham, Bertie Mee e Herbert Chapman. I tifosi si sono riversati in superficie, come generazioni prima di loro, sulla destra c’è un’unica, stretta corsia chiusa per i viaggiatori che vanno nella direzione opposta e non sono interessati al calcio, quelli che non devono lottare contro la marea biancorossa”.
In questo profumo di Nick Hornby, il Daily Mail continua e dice che “ieri sono usciti così dalla stazione, sotto il sole splendente di Gillespie Road, con le loro magliette, i nomi di Bukayo Saka, Martin Odegaard e Declan Rice sul retro. L’odore delle cipolle fritte e degli hamburger sulla griglia riempiva il caldo della giornata. La passeggiata verso l’Emirates accompagna i tifosi attraverso la storia del club, oltre la bancarella di merchandising su Drayton Park con l’elenco incorniciato delle 49 partite di imbattibilità che l’Arsenal tenne dal maggio 2003 all’ottobre 2004. Oltre le bandiere sul Ken Friar Bridge, sulla linea ferroviaria che ricorda leggende come Patrick Vieira, Dennis Bergkamp, Robert Pires e Charlie George. Oltre la statua di Tony Adams, con le braccia tese mentre si gode l’adorazione dei fan. È un cammino di appartenenza, ma anche un cammino di desiderio. Adesso sono davvero vicini a quell’incoronazione, a quella reincarnazione, così vicini che possono sentirlo. Più vicini di quanto lo siano stati per quasi 20 anni. Perché durante quel cammino verso lo stadio, sapevano che per realizzare il sogno, prima o poi avrebbero dovuto battere il Manchester City”.
Ecco. Pure la Gazzetta sottolinea che “Arteta ha fatto le mosse giuste: fluidità è la parola chiave per il suo modo di giocare quest’anno. Stavolta niente terzini ibridi, dentro Jorginho a centrocampo a dare una mano all’ottimo Declan Rice, Martinelli in campo nella ripresa perché non ha ancora 90 minuti nelle gambe. La maturità dell’Arsenal è anche qui: capire che contro il City non vinci aggredendo, che devi soffrire, correre, trovare la mossa giusta, sfruttare ogni occasione senza fare errori”.
James Gheerbrandt, ancora sul Times, dal canto suo fa notare che “Josko Gvardiol gli pare sprecato nel ruolo di terzino sinistro, in un Man City imperfetto come questo. Pep Guardiola andrà alla sosta per le Nazionali grattandosi la testa dopo una giornata sconnessa, anche da parte sua”.
Victoria Beckham sa sorridere
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Ieri su Libération, il giornale della gauche francese, un lungo servizio dedicato a Victoria Beckham, in occasione della prossima serie tv che non si deve perdere e di cui bisognerà parlare. Maria Ottavi l’ha incontrata a casa sua e scrive che “la più snob delle Spice Girls è riuscita a cambiare la sua immagine senza smentirsi. È sulla buona strada per farsi un nome nella moda”.
Così racconta: “Davanti al cancello della casa di famiglia, nel ricco quartiere londinese di Holland Park, dove vivono i pesi massimi dello spettacolo come Elton John e Jimmy Page, ci chiediamo prima di suonare: esiste ancora un po’ della Posh, la più snob delle Spice Girls, in Victoria Beckham? Appena il tempo di riconoscere le opere di Ed Ruscha e Richard Prince alle pareti, quando Victoria, 49 anni, appare all’ora stabilita, in leggings e top neri, aureolata di educata dolcezza. Ha già fatto sapere, da star qual è, che non parleremo di politica e tanto meno di soldi. È una professionista esperta di colloqui, non esita a parlare del suo passato e delle principali svolte della sua vita. Cerchiamo di capire come sia riuscita, in quasi trent’anni di carriera, a cambiare la sua immagine laddove tante altre hanno fallito, a cominciare magari dalle sue colleghe cantanti. Il giorno dopo l’incontro l’abbiamo potuta rivedere a Parigi dove ha presentato la sua ultima collezione di moda, dove ha celebrato l’uscita di una linea di profumi ispirati ai ricordi condivisi con la persona amata, l’uomo con cui è sposata da ventiquattro anni. Fin dalla sua apparizione nella sfera pubblica, nel ruolo di Posh Spice, Victoria Beckham ha assunto il ruolo di colei che non sorride mai, più snob di così si muore, sempre un po’ in disparte. Controllando le sue foto e le sue dichiarazioni, Victoria Beckham ha notato, dopo un’ora e mezza di intervista, di essersi guadagnata il rispetto del pubblico. Lo dice con un leggero sorriso. Certo che so sorridere, aggiunge in modo beffardo”.
TITOLI
◇ Times: “Rooney in corsa per diventare allenatore del Birmingham City”