Il grande teatro sta scappando da Milano. Colpa del boom economico

Il 5 gennaio nel ‘66 è un mercoledì e Aldo Moro è fiducioso nella stabilità del governo di centro-sinistra. Lo ha scritto di suo pugno in un articolo che viene pubblicato su Epoca. Andrà alla Camera a sostenere che le dimissioni di Amintore Fanfani da ministro degli Esteri sono state un fatto personale.
Fanfani aveva lasciato il 28 dicembre per le polemiche del caso La Pira. L’ex sindaco di Firenze, suo amico stretto, era stato in missione non ufficiale ad Hanoi per tentare una mediazione nella guerra. La Pira riportò a Fanfani una presunta disponibilità del governo nordvietnamita a trattare la pace. A complicare la situazione fu un’intervista rilasciata da La Pira alla rivista di destra Il Borghese, in cui esprimeva giudizi critici e imbarazzanti su altri esponenti del governo, tra cui lo stesso presidente Aldo Moro, e sul segretario di Stato USA Dean Rusk. Le opposizioni e parte della stessa Democrazia Cristiana criticarono la gestione della vicenda, accusando Fanfani di condurre una politica estera personale e inaffidabile. Quel mercoledì, Moro promette di andare a riferire in Parlamento il 12.
Non è un 12 ma un 13 che rende milionario un signore di Milano. Ha azzeccato tutti i risultati sulla schedina del Totocalcio. Si chiama Rocco Minniti e si presenta nella sede del CONI al Foro Italico con la moglie Anna e la figlia Laura per ritirare i 120 milioni del premio. C’è sciopero dei bancari in Italia.
Sul Corriere della sera, Indro Montanelli dà l’ultimo saluto a Dino Alfieri, ex ministro della cultura popolare nel governo Mussolini fra 1937 e 1939, ambasciatore a Berlino durante la guerra.
“Un giorno mi disse – scrive Montanelli – non so se siamo stati dei traditori a fare quello che abbiamo fatto, o se lo siamo stati per averlo fatto troppo tarsi. So soltanto che nessuno ce ne sarà grato e che la storia non sarà indulgente co noi. La vecchiaia per lui – così bello, elegante e galante – era stata qualcosa di mezzo tra il dispetto e l’oltraggio. Dopo la guerra era tornato a Milano, e non mi risulta che abbia avuto fastidi per le parti di rilievo che aveva svolto nel ventennio”.
COSA STA CAMBIANDO IN AFRICA
Dove le cose stanno cambiando è in Africa. Il Corriere della sera dedica il suo editoriale d’apertura alla Rhodesia, al suo petrolio e all’atteggiamento dell’Inghilterra che “ha fatto la decolonizzazione con saggezza e con abilità. Non si è ostinata a difendere posizioni che non potevano essere difese come fece la Francia in Indocina e in Algeria”.
La Stampa invece ha mandato Giovanni Giovannini a Nairobi per raccontare l’indipendenza del Kenya, “il paese dove combatterono i mau-mau vive in stretta amicizia con gli inglesi”.
Scrive Giovannini: “Ad arrivare in Kenia dopo un mese dì viaggio attraverso Rhodesia e Malawi, Zambia e Tanzania, sembra di giungere alle porte dell’Europa, alla soglia di casa. Grande, moderna, fresca per i duemila metri dell’altipiano, Nairobi «la splendida» non soffre il confronto con una Lusaka, che comincia appena a tentare di trasformarsi in città, e nemmeno con la pur bella Dar Es Salaam immersa nel caldo umido dell’Oceano Indiano. L’unico paragone possibile è quello con l’altra città di bianchi, con Salisbury, ma Nairobi ne esce trionfante. Il capoluogo rhodesiano resta nella memoria come un irreale caposaldo europeo, isolato nella sterminata distesa centroafricana; la capitale del Kenia si stende aperta ed accogliente con i suoi grandi viali fioriti, dal nucleo dei palazzi degli uffici e degli alberghi, alle infinite ville nascoste nel verde, alle piantagioni dei bianchi ed ai villaggi kikuyu”.
A due anni dall’indipendenza del 12 dicembre 1963, il più importante settore economico del paese, quello agricolo, è controllato come prima dagli europei – scrive Giovannini – che “sono rimasti nelle loro moderne, industrializzate fattorie di caffè, tè, sisai, zucchero, sulle white highlands, i fertili altopiani dei bianchi. E nonostante un rapido processo di africanizzazione dei quadri, sono sempre impiegati inglesi ad assicurare il funzionamento di tutti i servizi essenziali, dalle poste alle ferrovie, dai porti all’aviazione civile. … Non era irragionevole temere che con l’indipendenza si scatenasse una violenta reazione nera con sequestri di terre ed espulsione degli usurpatori: se questo non avvenne, il merito fu soprattutto di Kenyatta. L’uomo che la Gran Bretagna aveva condannato nel 1952 a sette anni di prigione per connivenza — da lui negata — con i ribelli mau mau, ed aveva poi tenuto al confino fino al momento di farne il primo ministro del Kenia indipendente, seppe tenere a freno i suoi, dimostrare che con la violenza non avrebbero raggiunto nessun risultato utile. … Kenyatta non è un ideologo, gli preme di far stare meglio il suo popolo. In una terra potenzialmente ricca, ci sono abitanti di certe zone che in questi storni rischiano di morire di fame a causa della persistente siccità (e con loro, gli animali: si sta progettando una strage di cinquemila elefanti che perirebbero ugualmente d’inedia ma potrebbero, prima, diventare pericolosi per gli uomini). … Perché rompere con Londra, garanzia del presente, speranza di un futuro migliore. Strillino fin che vogliono gli estremisti; di spezzare i rapporti diplomatici, il vecchio con la barba non ci pensa nemmeno”.
IL TEATRO NON BACIA MILANO
Il Sessantotto prima del Sessantotto sembra che stia accadendo nel mondo del teatro. È sempre La Stampa a raccontarlo con Gaetano Tumiati: i milanesi che vanno a teatro sono sempre più numerosi, ma questo aumento di pubblico non coincide con un aumento di vivacità, di passione, di polemiche e di interesse.
“Si ha talora l’impressione – scrive – che Milano «consumi» teatro così come consuma burro, insaccati o benzina. L’esperimento e il dibattito, che fino a qualche anno fa erano il suo pane quotidiano, l’interessano sempre meno; la febbre particolarissima che, irraggiandosi dal Piccolo Teatro, si diffondeva in tutti gli ambienti culturali si è attenuata; ormai i milanesi non pretendono neppur più le novità, non ambiscono al privilegio di essere i primi a giudicare; preferiscono i prodotti già noti, garantiti da un marchio famoso o dai successi riportati sulle altre grandi piazze italiane. In una parola a poco a poco, quasi senza avvedersene, Milano ha abdicato a quel titolo di capitale teatrale d’Italia di cui fino ad un paio d’anni fa poteva incontrastatamente vantarsi”.
Nella stagione teatrale in corso, la città non ha avuto neppure una grande «prima». Tutti i maggiori successi di quei mesi sono stati ideati e presentati altrove. Sono arrivati a Milano con mesi, a volte addirittura con un anno di ritardo, dopo essere passati attraverso i trionfi di una, due, tre altre città.
“Modena e Ferrara possono vantarsi di aver preceduto Milano più di una volta. Le compagnie di giro, che una volta puntavano dritto sulla Madonnina, ora esordiscono regolarmente a Roma; i vari Teatri Stabili di Genova, di Torino, di Trieste eccetera, che un tempo non si muovevano o se si muovevano era soltanto per venire a Milano, oggi compiono lunghe tournées in cui Milano spesso rappresenta soltanto una delle ultime tappe. Anche nel campo dello sperimentalismo, dei teatrini d’avanguardia, dei tentativi individuali, Milano sta lentamente arretrando”.
La Stampa aggiunge che “un po’ per la pesantezza di questo clima, un po’ per il miraggio romano della tv, anche gli attori più attaccati a Milano, come Sergio Tofano, Sarah Ferrati, Lilla Brignone, anche i milanesissimi Tino Carraro e Franca Valeri hanno finito per abbandonare la loro città e per trasferirsi Roma. A Milano resiste soltanto un trio: Renzo Ricci, Gianni Santuccio e Lina Volonghi. Fino a quando? Ma i più colpiti da questo declassamento sono stati i critici teatrali dei quotidiani milanesi, che la nuova situazione ha costretto addirittura a mutar vita. Una volta, ai tempi di Renato Simoni, il critico teatrale di un giornale ambrosiano non si muoveva mai da Milano. Arroccato nella sua poltrona del vecchio Teatro Manzoni, aspettava impassibile gli eventi, nella convinzione che il meglio del teatro italiano non poteva fiorire che lì. Oggi i critici milanesi, sol che vogliano rimanere aggiornati, debbono spostarsi in continuazione da Roma a Genova, da Torino a Trieste, da Palermo a Bologna, perché non sanno mai se e quando gli spettacoli che si danno in quelle città verranno rappresentati a Milano”.
Perché questa rivoluzione nei teatri di Milano? È colpa del boom economico del 1960-62. Lo dice Paolo Grassi, direttore del Piccolo. “L’ondata di ricchezza di quegli anni avrebbe finito per travolgere in molti strati della borghesia gli ancor deboli interessi culturali. Ad un certo momento, i pensieri fissi della crociera in panfilo, della villa in Brianza, dell’inverno a Cortina, avrebbero finito per soppiantare qualsiasi altra istanza. E la congiuntura, accentuando sia pure in tutt’altra direzione le preoccupazioni economiche, avrebbe peggiorato ulteriormente la situazione, gettando nelle file della borghesia milanese il germe di un poujadismo scettico e miope. L’unico settore dove Milano, culturalmente parlando, è nettamente avvantaggiata rispetto a Roma — mi dice — è quello degli operai e dei piccoli ceti medi. Ma per portare a teatro queste categorie sociali non bastano gli sforzi organizzativi”.
Quanto al calcio, c’è grande attesa per il sorteggio dei gironi dei Mondiali. L’Italia pescherà la famosa Corea del nord. Ne scriveranno i quotidiani domani mattina.