
Zion Williamson sorride, e sembra un ragazzo che ha finalmente ripreso fiato. Entra in palestra e dice di «non essersi sentito così dai tempi del college, anzi del liceo». Cammina senza dolore, si allena senza smorfie, respira un’idea di normalità che da anni gli sfugge. Uno pensa allora che quell’enigma fisico che ha fatto a pezzi la sua carriera NBA forse gli sta concedendo una tregua. Poi arriva la partita di Los Angeles contro i Lakers, due notti fa, e Zion non gioca. Si siede in panchina, vede i Pelicans perdere 133-121, e la storia torna a incrinarsi. È la sua «sfida mentale», come dice coach James Borrego, «uno scherzo della mente». Il 25enne che doveva riscrivere la geometria della NBA resta l’elettrone più instabile del sistema: quando è sano nessuno lo ferma; quando non c’è tutto crolla.
Mark Medina, su Athlon Sports, ricostruisce i due piani della sua settima stagione: lo strapotere tecnico e la fragilità cronica. L’aggressività, la forza, la capacità di segnare ovunque, le cifre ancora da star: 22.1 punti col 51%, 5.6 rimbalzi, 4 assist. Ma anche le assenze, 30 partite o meno in quattro delle prime sei stagioni, un corpo che somma micro-stop e macro-fermate, ora un inizio di annata in cui Zion ha già saltato più della metà delle partite.
Il contesto attorno a lui è un teatro di scossoni: il licenziamento di Willie Green dopo un bilancio di 2-10, i veterani ceduti per ragioni economiche, la squadra più infortunata della lega. Ci sono serate in cui Borrego guarda la sua rosa e conta più assenti che presenti. Zion cerca di non perdersi di nuovo. Con Daniel Bove, il responsabile della performance, ha passato l’estate tra ring, campo da football e parquet per imparare a muoversi meglio e proteggere i suoi muscoli lunghi. Borrego riconosce un salto mentale: Zion si propone da leader, vuole difendere, vuole responsabilità. Limita Wembanyama, Butler e Jokić. Ma quando c’è. Solo che c’è di rado. Nella notte allo Staples, nonostante lo stop, non si è isolato. Parlava con Corey Brewer, dialogava durante i timeout, incoraggiava i rookie. Quando è finita la partita, è rimasto con Derik Queen a spiegargli movimenti, tempi, pazienza: Queen racconta che Zion gli dice che l’NBA è un’onda, lui ha vissuto tutto, bisogna imparare ad assorbire gli eventi negativi. «Cerco di fare la spugna», dice il rookie. Zion sta mostrando una parte che nessuno vedeva — la disciplina, la cura, la volontà di crescere, l’ascolto, una mentalità da guida. Ma la salute? Resterà sano per un po’? È la domanda sospesa a cui nessuno sa rispondere.