Generazione di Imprendibili

Su Fenomeni bisogna intendersi. Fenomeni in che senso. Certo: un asso, un prodigio, un portento. Ma certe volte un fenomeno può essere un vanesio esibizionista [vuole fare il fenomeno], in qualche altre caso è un problema, un caso, una questione [il fenomeno del bullismo], oppure diciamo la verità il fenomeno è tutta apparenza, è percezione dei sensi. Ci sono schiere di insegnanti di filosofia che al liceo non ti farebbero scambiare un fenomeno con un noumeno, con l’idea di Platone o la realtà di Kant, imprendibile, la sostanza ultima delle cose che resta in fondo inconoscibile, come una volta disse pure quella somma pensatrice della Magna Grecia a proposito del mare d’inverno, un concetto che il pensiero non considera.
Ecco. Onestamente. Senza offesa. Se quella degli anni Novanta era una Generazione di Fenomeni, allora questa è una Generazione di Imprendibili, gli uomini accanto alle donne, una Unione Itali-etica capace di arrivare a due titoli mondiali nello stesso anno come nella storia della pallavolo ha fatto solo l’URSS.
“Niente miracoli – ha scritto Valentina Desalvo su Repubblica – ma un modello costruito nel tempo che ha dato non solo risultati ma consapevolezza, metodo, investendo sui giovani, sui tecnici, sui centri federali”.
È la chiusura di un anno perfetto. I club femminili hanno vinto la Champions League con Conegliano, la Coppa Cev con Novara e la Challenge Cup con Roma – che in campionato è perfino retrocessa. Conegliano ha aggiunto il Mondiale per club. Tre di queste quattro finali sono state derby italiani [con Milano, Scandicci e Chieri]. Perugia ha vinto la Champions maschile, Civitanova ha giocato la finale di Challenge. Sono i picchi di un mondo fatto di 364.430 tesserati, di cui il 77% donne.
Un mondo che Giorgio Burreddu su Domani ha chiamato Volleywood. Dove la federazione investe 10 milioni di euro per “ricerca del talento nelle scuole, investimenti alti ma oculati”.
La scuola resta il luogo principale del reclutamento, come accade per l’atletica leggera – l’altro movimento in ascesa. Le schede delle convocate e dei convocati agli ultimi Mondiali di Tokyo erano piene di professori di educazione fisica che hanno indirizzato lei o lui allo sprint, al mezzofondo, al salto. Quelle scuole che secondo un rapporto di Save the Children sono dotate di una palestra solo nel 46,4% dei casi, lasciando più della metà degli studenti senza uno spazio per l’educazione motoria. Una disparità più marcata al Sud. In Calabria solo il 23% delle scuole ha una palestra, in Sicilia non si va oltre il al 30% . Chi ce l’ha, fa i conti con le condizioni. Sei palestre su dieci negli istituti primari e secondari risalgono agli anni ’80, un impianto su cinque non è accessibile alle persone portatrici di una disabilità.
Questo è il nostro Mare d’Inverno, questo è il risultato che un pensiero non considera. Leo Turrini su QS ha scritto che per il gran capo di questa banda, per Fefé De Giorgi, “ci vorrebbe la penna di Dumas, il papà letterario dei Moschettieri” e che sottorete c’è la vera Italia. Andrà da Sergio Mattarella fra 10 giorni, uomini e donne insieme. L’Unione Itali-etica. Imprendibili.
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Le storie
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La galleria degli uomini di Fefè è fatta di sopravvissuti. Simone Anzani, per esempio. È tante persone in una sola. Vicecapitano, leader silenzioso e al tempo stesso “leader morale” – come ama definirsi lui – ma anche padre, marito, amico. Supervolley lo ha raccontato nell’ultimo numero con un’intervista quasi familiare, tra le domande di Eleonora Cozzari e quelle perfino più pressanti della figlia. È il ritratto di un atleta e di un uomo che a 33 anni dice di considerarsi tutt’altro che “vecchio”, lui e il gruppo intero: «Questa è una squadra che sarà protagonista per altri dieci».
Quattro interventi al cuore in due anni, una sequenza di paure, ansie e pausa che possono piegare. Quando nel 2023, durante le visite mediche, emerge la tachicardia, comincia un calvario medico fatto di ablazioni e monitoraggi, fino all’esclusione dai Giochi di Parigi. «Avevo lottato quattro anni per poter esserci e accettare di non fare di nuovo parte del gruppo è stata dura», ammette Anzani con Supervolley. Eppure non si arrende: «Né io né tu, nessuno può colpire duro come fa la vita, perciò andando avanti non è importante come colpisci, l’importante è come sai resistere ai colpi». La paura di Anzani è stata cadere a terra davanti a sua moglie e sua figlia – confessa rigettando il mito dell’invincibile – lui che dice di avere «la lacrimuccia facile».
Invincibili no. Fenomeni no. Imprendibili sì. Mattia Bottolo non se lo aspettava nessuno. Non doveva esserci. È saltato sul vagone mentre chiudeva le porte perché Daniele Lavia ne restava fuori, con l’incidente alla mano che ha acceso un caso diplomatico e forse qualcosa in più tra la federazione e Trento. Quando vai ai Mondiali come c’è andato Bottolo, pure la routine degli allenamenti è un’avventura. Porti leggerezza e freschezza, in certi tornei valgono quanto l’esperienza. «Quando ti chiamano così – ha detto nei giorni scorsi – devi solo buttarti: niente calcoli, solo entusiasmo». È stato l’energia nuova della squadra, attaccare con coraggio, difendere con rabbia, mettersi al servizio di una squadra che doveva scrivere daccapo i suoi equilibri.
È una squadra dove l’arte del tocco si tramanda. Alessandro Michieletto scelto come mvp, Luca Porro, Kamil Rychlicki, Riccardo Sbertoli sono tutti figli d’arte. Yuri Romanò a un certo punto ha segnato cinque ace consecutivi, portando il risultato nel secondo set dal 18-16 al 23-16, “a tutto braccio, affondi in zone di conflitto, morbide stoccate ritoccate dal tocco della rete, un turno in battuta degno dei migliori cartoni animati – ha scritto Stefano Villa per Oa Sport – dove gli eventi surreali sono sempre possibili”.
Surreale in effetti è pure che Yuri Romanò esca dai Mondiali e se ne vada a giocare nel campionato in Russia. Va bene che porta il nome di Gagarin, ma qualche adulto poteva dirgli due parole.