Tour, tappa-11: il cassoulet di Tolosa e l’esaurimento di De Lie

De Lie racconta come friggono i pensieri

 

Oggi c’è questa tappa di avvicinamento ai Pirenei, non si sa bene quanto adatta ai velocisti puri, quanto apparecchiata per la fuga dei cani sciolti e per dare un altro giorno di riposo camuffato ai signori della classifica. Una tappa dura dopo un giorno di riposo può fare conquassi, metterne una che faccia da cuscinetto prima di Hautacam è stato carino. 

Il belga De Lie oggi ne parla con L’Équipe e nelle prime righe racconta proprio di aver incontrato Benjamin Thomas nella hall dell’hotel e di essersi sentito spiegare che sì, certo, la tappa è dura come tutte, come sempre, ma che se lui fosse un corridore da classifica, oggi potrebbe starsene al calduccio nella pancia del gruppo. 

De Lie invece al calduccio c’è stato tanto in queste settimane. All’età di 23 anni ha sentito il bisogno di fermarsi. Si è ritirato dopo la Gand-Wevelgem dicendo di aver bisogno di stare a casa con le sue mucche. «Oltre a stare in fattoria, non traevo più alcun piacere dalla vita, mi pesava molto». Se n’è occupata qualche tempo fa Alessandra Giardini su Domani raccontando come il tema della salute psicologica e delle pressioni da sostenere sia caro alle nuove generazioni e incomprensibile a chi è avanti negli anni. 

La colpa – scrisse è anche di chi racconta lo sport, ponendo troppo spesso l’accento sulla perfezione dei modelli. Il corollario del campione supereroe è che essere carenti, insufficienti o semplicemente ansiosi, insoddisfatti, appesantiti dalle responsabilità, diventa una macchia difficile da lavare via. È più facile allora, in un mondo sovraesposto come questo, negare, tenersi tutto dentro, e dunque soffrire sempre di più, in una spirale che rischia di diventare autodistruttiva. Finalmente – ha spiegato Giardini – abbiamo atleti che non hanno paura di parlare dei loro disagi, che non si sentono sminuiti a rivelare che è troppo complicato e dispendioso rispondere a tutte le richieste. Devi avere talento, devi essere competitivo, devi essere magro, sempre sorridente, e devi avere una presenza interessante anche sui social media: originale, possibilmente unica. Tutto di te diventa pubblico, in diretta, senza schermi. Una pressione difficile da sostenere. E le vecchie generazioni fanno finta di non capire.

Stamattina a l’Équipe De Lie confessa che la sua mente friggeva a fuoco lento. È la frase del titolo che sovrasta le due pagine di intervista-confessione e che tocca parole care a Sartre. «La nausea – spiega il giovane belga – è durata una o due settimane. Ho fatto quattro o cinque giorni senza bici, ma sentivo di odiare quello che stavo facendo. Mi sono fatto molte domande, forse troppe. Dovevo riscoprire tutto ciò che amo del ciclismo, pedalare con passione, provare piacere nell’allenamento e nelle gare. Dall’inizio del Tour, è esattamente quello che ho fatto».

È la speranza che ci tiene in vita, dice De Lie, perciò quando ha sentito arrivare dei segnali ha scelto di tenerli sotto chiave. Nell’istante in cui sono emersi con chiarezza, era troppo tardi. «Mentalmente non stavo benissimo, se fosse burnout o depressione non lo so. Qualcosa c’era. Succede che ti senti incompreso, non sai come esprimere quello che provi. Hai l’impressione che tutti siano contro di te, la mia via di fuga è stata andare ad aiutare mio padre. Lui e mia madre hanno saputo trovare le parole giuste e restituirmi il gusto della vita. L’avevo perso. Ho dovuto riscoprire le piccole cose della vita, come andare a mungere le mucche. Ho ricominciato ad andare in bici dopo una settimana, due ore al giorno. Dieci ore a settimana non sono molte, ma mi hanno restituito il piacere di stare fra le gente della mia zona, oppure di andare con la mia gravel. Volevo diversificare l’allenamento, non guardare i numeri, solo pedalare e riscoprire il piacere di sentire un uccello fischiare. Come prima, quando amavo andare in bici. Credo che parlare dei propri punti deboli renda più forti. Le aspettative danno alla testa. Bisogna trovare il giusto equilibrio tra i compiti da svolgere e il benessere. Se non c’è equilibrio, non si può camminare. Non sono ancora sicuro di non ricaderci, ma per adesso non ci rimugino più ed è già una grande vittoria personale. Negli ultimi mesi o due ho visto molte più cose positive. Quando dovevo pedalare per due ore e vedevo un temporale in arrivo, mi dicevo: “Cavolo, c’è un temporale”. Ora mi dico che non sta piovendo. Quando sono caduto a Dunkerque, dove mi ero fatto parecchio male in passato, mi sono detto che stavolta non è poi così grave. Al Puy de Sancy c’erano dei paesaggi magnifici. In salita c’era un tizio vestito da rana, mi ha fatto ridere e allora la sua immagine me lo sono messa nella testa». 

 

   

Tolosa secondo Gianni Mura

Quando Gianni Mura andava a Tolosa per il Tour de france, poteva capitargli di fare bella figura con un benzinaio del posto rispondendo al cento per cento Cavendish alla domanda su chi avrebbe vinto a Brive. Era il 2012 e raccontava pure di come il commissario Maigret fosse in fondo onnivoro perché mangia la choucroute dell’est come l’aioli e la bouillabaisse del sud, il cassoulet del sudovest, con preferenze per quello di Tolosa

Quell’anno però faceva troppo caldo al passaggio in città e nelle sue cronache Mura racconta di aver messo da parte ogni velleità di cassoulet, annotando che in Francia insistono a mettere su oneste foglie di lattuga fresca qualunque cibo caldo, dal filetto di rombo all’ andouillette

Sei anni più tardi – colpo di scena: Ho mangiato una pizza (ma decorosa) contro le mie abitudini a Tolosa. La città gli era entrata nel cuore nella prima edizione delle sette consegnate a Lance Armstrong. Anno 1999. Dal diario di fine Tour: Miglior distillato: un Bas Armagnac del ’48 bevuto a Tolosa. Miglior città: Tolosa. Certo che il Tour non ci passava, ma siete mai stati a St. Gaudens?

È nelle deviazioni che si scrivono le storie migliori, perfino in quelle che non sei riuscito a vivere. Da qui sul Canal du Midi – ha scritto una volta – si può arrivare in battello fino a Tolosa (vecchio sogno, poco tempo)

 

 KM 30.3   Fronton

Nel XII secolo, con la protezione di Papa Callisto II venuto a consacrare la chiesa di San Giovanni Battista nel 1119, i vigneti della regione divennero proprietà degli Ospitalieri dell’Ordine di San Giovanni di Gerusalemme. L’Ordine costruì un villaggio attorno alla chiesa, le pie donazioni affluirono e al riparo di fossati e bastioni, la vita si organizzò sotto la protezione del castello signorile. Il vigneto fece la fortuna di Fronton. La reputazione dei vini raggiunse l’apice nel XVIII secolo, quando il protezionismo di cui godevano i vini prodotti della Gironda terminò e le bottiglie poterono essere esportate via Bordeaux in tutta Europa. Dopo un periodo di crisi, vini di Fronton hanno riacquistato la loro nobiltà ottenendo la denominazione di origine controllata nel 1975. La cuvée INES ha vinto il premio per il miglior vino rosato del mondo nel 2008.

 KM 103   Baziège

Qui le chiese sono due: quella della Saint-Étienne è classificata come monumento storico dal 1950, la cappella di Sainte-Colombe dal 1986. La seconda possiede anche un faro aeronautico, una sorta di pilastro di cemento illuminato al buio, un tempo aiutava a orientarsi gli aerei che volavano di notte. Solo tre fari di questo tipo rimangono nella regione di Tolosa. Il faro di Baziège si trovava sulla rotta verso Narbona e servì da guida per aviatori come Mermoz, Saint-Exupéry e Guillaumet.

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