Tour de France, tappa-1: Il duello al suono delle campane intorno a Lille

Sì, ma chi corre

Due corridori si sono divisi gli ultimi cinque Tour. Siamo tre a due per Tadej Pogačar e un 3-2 in un quinquennio non si vedeva dagli anni Ottanta, da Hinault contro Fignon. Sarebbero poi venuti i due Tour di LeMond [1989-1990] seguiti dai primi tre di Indurain ma tra loro non ci fu mai un duello. 

Il timore-sospetto è che non ci sia un duello neppure stavolta, non è altro che un miraggio, sotto l’effetto dell’ultimo Delfinato ha scritto Roos, dove Pogačar s’è scrollato di dosso la concorrenza ogni volta che voleva, anche se è stato molto attento a non esagerare. Pogačar dà l’impressione di una crescita non ancora finita, mentre Jonas Vingegaard con due anni di più sembra essersi stabilizzato – scrive Roos – al suo livello stratosferico, ma un livello che non gli permette più di competere con il suo più grande nemico

Per trovare un momento in cui il danese infiniti lutti addusse allo sloveno bisogna tornare alla crisi sul Granon nel 2022 oppure alla batosta nella cronometro di Combloux dell’anno successivo. Pogacar ha già spianato il Combloux durante il Delfinato e a questo Tour gli capita la chance di lavare gli affronti del passato, all’Hautacam, sul Ventoux e al Col de la Loze.

Roos vede due ragazzi opposti sulla strada, vede un Tadej Pogačar che ostenta il suo buon umore davanti alle telecamere, gioviale, bonario, ma un blocco immobile e freddo, che non dice mai nulla dei suoi sentimenti più profondi, mentre Jonas Vingegaard ha aperto le porte del suo animo, più umano, più capace di mostrare emozioni, senza che paia necessariamente una debolezza, neppure quando lo sentiamo sopraffatto da un tormento, la cui intensità non conosciamo bene, ma che possiamo intuire.

▬▬▬▬▬        ▬▬▬▬▬

Una volta chi scriveva di sport raccontava l’allegria degli incontri con la vita, ora si parla solo di buio, di tristezza e di depressione. Dov’è finito l’oppio dei popoli? Perché tutta quest’ansia e disagio? Forse è una moda, forse avere il coraggio di dichiarare la propria fragilità aiuta gli altri a riconoscere e ad anticipare la propria.

EMANUELA AUDISIO, Repubblica

Dopo tre partenze consecutive dall’estero, il Tour ha scelto di mettersi in marcia dalle Fiandre francesi, da questo posto nel quale svolti l’angolo e un palazzo nuovo sbuca con i suoi colori pastello come le casette di cartone dalle pagine dei libri per bambini. Da quando Luigi XIV assediò con successo la città, Lille è rimasta parte della nazione, è stata una potenza industriale specializzata in tessuti durante il XIX secolo, oggi è un centro studentesco di una certa vivacità.

Anche il piatto cittadino, le moules-frites, cozze e patatine fritte, è tipicamente fiammingo, e a Lille non si scandalizzano se a tavola non prendete il vino ma la birra.

Una delle tre piccole salite di giornata è il Mont Cassel, un acciottolato, la terza è il Mont Noir al confine con il Belgio. Ma i sussulti del tracciato difficilmente sottrarranno la corsa allo sprint, come accadde undici anni fa quando qui vinse Marcel Kittel. Stavolta la volata vale la maglia gialla, un’occasione preziosa per la categoria dei velocisti, obbligata in questi anni a cambiar pelle. 

Le tappe pianeggianti erano un’apertura comune nei paraggi del 2010, dopo è cominciata la rincorsa al mangia-e-bevi come direbbe Cassani, perché il Tour si stava facendo la fama di corsa dalla noia mortale nella prima settimana. Non c’è una volata di gruppo nella prima tappa dal 2020 [Alexander Kristoff]. 

I cuori mamelici confidano in Jonathan Milan. Gli serve una volata di potenza, lunga, uno sprint che cominci da lontano. Tim Merlier è la più grossa minaccia e il più grosso scompaginatore dei piani. Ma poi ci sono Jasper Philipsen, Biniam Girmay, Jordi Meeus, Dylan Groenewegen, Arnaud De Lie, mettiamoci pure Jordi Meeus e Alberto Dainese, e qualcuno cercherà di strappare il secondo posto a Wout Van Aert [ah ah bella battuta].

Al Vento scrive che saranno decisivi  i treni e i poisson-pilote, gli ultimi uomini. Philipsen può contare sul miglior ciclista al mondo nelle gare da un giorno, Mathieu Van der Poel, per il quale ogni altra parola sarebbe superflua. Milan ha Simone Consonni, con cui corre e vince in strada e in pista. Il mago Merlier avrà al suo fianco, anzi proprio davanti, Bert Van Lerberghe. I due, nati a un mese di distanza l’uno dall’altro nelle Fiandre Occidentali, si conoscono benissimo da quando erano piccoli, e hanno costruito insieme molti dei successi di Tim.

 

|  parole  Jonathan Milan

 ➣  Che ricordi le evoca il Tour?

«La scuola finita, le vacanze, le giornate d’estate da ragazzino in casa con i miei genitori sul divano davanti alla tv. Mio papà Flavio è stato professionista negli anni Novanta, mi ha trasmesso lui la passione. Io sono sempre stato un grande tifoso di Peter Sagan. E lui al Tour si esaltava: maglia gialla, maglia verde, tappe, uno spettacolo ogni volta». – intervista di cosimo cito, Repubblica

 

 

Per chi suona la campana

Le campane nei paraggi di Lille: il panorama della prima tappa del Tour
Le campane nei paraggi di Lille: il panorama della prima tappa del Tour

Dopo 400 metri di Tour saremo a Wattignies. A questo posto dove secoli fa combatté il Duca di Marlborough è legata una canzoncina popolare che da noi ha il suo corrispettivo in Giuseppe Garibaldi. La canzone fa Marlborough s’en va t’en guerre eccetera eccetera. 

Seclin arriva invece al quinto km di corsa per ricordarci che ogni innovazione è considerata il diavolo dai contemporanei, dove andremo a finire signora mia. Quando arrivò il carillon, venne considerato come la presa del potere da parte della tecnologia sull’uomo: diamine si dissero, c’è una macchina che suona musica al posto nostro. Fine della divagazione. Seclin possiede un carillon di campane del 1933 che suona quattro melodie diverse ogni giorno: Le Petit Quinquin ogni ora, Le Roi Dagobert a ogni quarto di ora, Mandoline d’Oiseaux a ogni mezz’ora e J’ai du Bon Tabac a ogni tre quarti d’ora. Sulle spiagge da noi invece suona sempre Annalisa. 

Un carillon di campane si incontra pure a Béthune, 25 mila abitanti al km 62 della tappa. È la città di Fabien Roussel, attuale segretario del partito comunista francese, ma i compagni evidentemente assecondano pure don Peppone. Un centinaio di km più in là, nella città di Nieppe, il Tour sarà nella terra di Mademoiselle d’Armentières, il soprannome di Line Renaud, cantante, attrice, oggi 97enne, una delle personalità più amate dai francesi per decenni. Deve buona parte della sua carriera al Tour. Venne assunta dalla Pathé-Marconi nel 1946 e produsse i suoi primi due 78 giri l’anno successivo. Diventò famosa quando iniziò ad accompagnare la carovana del Tour e si esibiva al traguardo prima dell’arrivo di ogni tappa. Nel 1954 se ne andò negli Stati Uniti, dove appariva regolarmente nei programmi tv di Bob Hope, e come ballerina si esibiva sia al Casino de Paris sia al Caesar’s Palace di Las Vegas. Dopo essere tornata in Francia, si è dedicata alla commedia anni ’80 e alle campagne sociali sull’AIDS. 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.