Da lontano viene l’acqua al mulino
Proverbio portoghese
I calciatori pulcini addestrati in Portogallo
Il prossimo si chiama Anisio Cabral, ha segnato un gol e ha servito un assist nella finale degli europei Under-17 vinti qualche giorno fa battendo la Francia. O forse no, forse il prossimo si chiama Daniel Banjaqui, uno di quei terzini che hanno preso Cancelo come modelo. Il prossimo potrebbe essere Mateus Mide che dentro la testa già possiede i tempi di gioco giusti, la visione ampia di una partita di calcio, il piede morbido per assecondarla, oppure Rafael Quintas, gioca nel Benfica, 17 anni, sta davanti alla difesa e fa tutto. Passa, dribbla, controlla, avanza, gioca a un tocco, mette il piede nei tackle, cerca l’anticipo senza paura del contatto fisico, sebbene sia magro come un lampione.
Il prossimo campione del Portogallo può avere qualunque nome perché di campioncini è pieno. Aprono stasera la Nations League contro la Germania portandosi ancora dietro Cristiano Ronaldo, ma sotto l’ombrello della sua gloria c’è futuro per un decennio almeno. La produzione di ingegno calcistica procede a ritmo continuo. Nascono, crescono, si sviluppano e partono. Diciotto giocatori nel giro della Nazionale hanno un contratto all’estero. Nella sola Svizzera i portoghesi sono in tutto 580 sparsi in ogni categoria, da noi sono arrivati in 62. Si va dal Rafa Leao del Milan al Diogo Bebé del Sondrio, il Duarte Ferreira del Lavello, João Gonçalinho nella Primavera del Genoa.
Una tale fioritura ha un prezzo. Ti guardi attorno e non c’è altro. La Nazionale di pallacanestro del Portogallo non è mai stata ai Mondiali né alle Olimpiadi, quella di pallavolo mai più su del 10° posto agli Europei, quella di pallanuoto non dà sue notizie dal 1952. Qualcosa si muove nella pallamano. Forse perché pure là c’è una porta e si deve fare gol. Agli ultimi Mondiali il Portogallo si è piazzato al quarto posto, la sua migliore campagna di sempre.
Quando la settimana scorsa Nuno Borges ha battuto Casper Ruud al Roland-Garros e Rocha ha battuto Menšík, per la prima volta il paese ha avuto due suoi giocatori insieme al secondo turno di uno Slam. The Athletic ha scritto che il paese dovrebbe avere più tennisti d’élite.
“Ha un clima fantastico. Ci sono splendidi campi in terra battuta. Ha circa 11 milioni di abitanti, quasi il doppio della popolazione della Serbia e il triplo della Croazia. Il tennis è una passione. La tappa dell’ATP Tour a Estoril è gremita. Il presidente del paese, Marcelo Rebelo de Sousa, è un appassionato di tennis”.
Perché non succede? Facile. La monocultura del pallone. Per il Portogallo vale al contrario quel che sta accadendo da noi in Italia, dove signora mia non ci sono più i difensori di una volta, non nascono più Baggio e Totti, Del Piero e Rivera [andrebbe bene anche un Bruno Giordano], ma ci sono il miglior tennis di sempre, la migliore atletica leggera di sempre, il miglior nuoto di sempre, la migliore pallavolo di sempre. Tutte queste energie a qualcuno, a qualcosa, andavano sottratte.
Al calcio portoghese invece gli altri sport non riescono a sottrarre niente. Rivista Undici ha dedicato qualche giorno fa un bell’approfondimento sullo stato dei settori giovanili nel paese, dal più piccolo [Braga] ai più grandi [Benfica e Porto].
“L’obiettivo è uno solo, limpido e inequivocabile: produrre talento. E ogni sforzo, dagli investimenti corposi sulle infrastrutture, fino alla costante ricerca scientifica in collaborazione con le università del territorio, è volto al raggiungimento di questo obiettivo. C’è un concetto che viene ripetuto da tutti i coordinatori dei settori giovanili: se si tratta di settore giovanile, la performance nell’immediato non interessa; che un U13 vinca un campionato seguendo la scorciatoia più semplice, magari garantendo un salto di carriera al suo allenatore, non è certo una priorità”.
Hugo Machado, coordinatore del vivaio del Porto, sostiene che le squadre del suo club devono giocare sotto età di un anno. Si allenano a tre in difesa se in partita giocano con la linea a quattro, addestrano i difensori all’uno contro uno e ai duelli in campo aperto. Il Benfica ha guadagnato un miliardo e 300 milioni con i calciatori ceduti negli ultimi 10 anni. Al Braga hanno un database già sui bambini di 9 anni e nessuno scrive editoriali su quanto erano belli i tempi in cui si giocava per la strada. La libertà e la fantasia si possono coltivare anche a scuola. “I talenti continuano a emergere a grappoli – spiega Undici – per un semplice motivo: quando si manifestano dei problemi, si cercano soluzioni. Non tutte funzionano, ma intanto si agisce, ci si libera dal torpore pigro di chi imbraccia un alibi per giustificare la propria passività”.
Il Benfica organizza sessioni di calcetto su cemento. Altri club dispongono di gabbie per allenare a giocare con la sponda e senza ruoli fissi. Sempre il Benfica ha ingaggiato un istruttore di danza per insegnare la coordinazione. Ne ha scritto il Times andando a vedere come funziona. Due volte a settimana, i piccoli ballano il fado. Così alla fine si diventa Vitinha e si domina la finale di Coppa dei Campioni, attraversando il pregiudizio di essere un calciatore da 77esimo minuto, quello che entra per l’ultimo spezzone di partita perché è troppo tenero, troppo delicato per reggerne una intera con il suo tocco di velluto. Vitinha ha completato più passaggi di qualsiasi altro giocatore in questa Champions League e si è piazzato al secondo posto per chilometri percorsi, dietro João Neves.
“Luis Enrique – ha scritto il Guardian – merita il massimo riconoscimento per la crescita di Vitinha. Con lui ha trasformato il PSG in un congegno altamente ingegnerizzato, come mettere un transponder in una berlina tedesca di lusso”.
Cose che accadono ai portoghesi.
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Luis Enrique ti fa credere che sei il migliore al mondo
DANI OLMO intervistato da l’Équipe
Che cosa stanno leggendo in Europa
Il giocatore più importante della finale NBA gioca in un’altra squadra
Gli analisti di Opta considerano che potremmo avere la finale NBA più sbilanciata degli ultimi – boh – tot anni. “Siamo onesti. C’è davvero qualcuno che pensa gli Indiana Pacers in grado di fare il colpo?”. I bookmaker certamente no e il modello di proiezione della società di rielaborazione dati e statistiche assegna ai Thunder l’89,4 possibilità sui cento di vincere il primo titolo della loro storia [il primo da quando la franchigia nel 1978-79 giocava a Seattle e si chiamava SuperSonics: così anche l’Associazione notai è soddisfatta].
Gira molto questo divertissement che poi un divertissement è fino a un certo punto: la storia che il giocatore più importante delle finali NBA sia uno che non gioca per nessuna delle due squadre. Il suo nome è Paul George, passato sia dagli Oklahoma Thunder sia dagli Indiana Pacers, ma a un certo punto scambiato da entrambe le franchigie – che proprio grazie a quegli scambi hanno avuto modo di prendere i loro attuali migliori giocatori e diventare quel che sono diventate. Il Wall Street Journal dice che “ora due franchigie per cui George lavorava hanno raggiunto la terra promessa della NBA, mentre George stesso non è mai andato nemmeno una volta alle finali”. Il sito Around the Game lo ha chiamato l’effetto farfalla: quella cosa che un battito d’ali in Asia eccetera eccetera.
Morten Stig Jensen per Yahoo racconta come Oklahoma ha costruito il roster che fa invidia alla lega
A New York non hanno ancora digerito lo smacco
A questa festa i newyorchesi hanno pensato per molto tempo di poter partecipare. Negli ultimi due mesi ogni partita al Madison Square Garden è stata un delirio, cortei di tifosi in marcia all’andata, disordinati festeggiamenti al ritorno. In alternativa: l’assalto a un posto che sotto la stazione della metro spaccia alette di pollo memorabili. Invece puff. Tutto finito.
Per giunta tutta l’epica di questa primavera si è conclusa come potrebbe concludersi in una squadra di Cellino. Hanno cacciato l’allenatore. Tom Thibodeau è stato lo stratega che ha fatto fuori i Boston Celtics, solo che adesso hanno fatto fuori lui. Il Wall Street Journal lo elegge miglior allenatore da decenni della squadra e si domanda se questi Knicks resteranno i Knicks anche senza di lui
Nelle nebbie del delirio collettivo è cascato pure il New Yorker, il magazine stiloso di reportage, saggi, critica letteraria, satira, vignette e poesie che compie cent’anni tenendo in mostra copertine e memorabilia alla Public Library, terzo piano. Vinson Cunningham adesso fa lo spiritoso e benedice. “Pace e bene, Knicks” ha scritto. In realtà confessa di essersi stato dentro fino alla fine, “sono quasi certo di non aver mai tifato così disperatamente, con un così inquietante mix di piacere e dolore, gioia e disperazione, per una squadra tanto confusa. Non sono mai riuscito a capire se mi piacessero davvero – neppure mentre andavano a zig zag in un playoff che ha segnato la storia”.
Segue descrizione sentimental-tecnica su Jaylen Brunson, il suo peso in squadra, la sua intesa con Karl Anthony Towns e tutte quelle cose carine se davvero avete voglia di sentire questa storia [fa molto New Yorker mettere l’attacco del giovane Holden in mezzo alla segnalazione di un pezzo del New Yorker, solo che al New Yorker lo chiamerebbero incipit e non attacco: ma si sa che l’attacco fa vendere i biglietti, mentre l’incipit fa vincere i premi – fine del delirio of consciousness].
Insomma.
Vinson Cunningham ci racconta la stagione in prima persona con quello sbuffo di autofiction che ormai non si nega a nessuno e che sta passando come la sola maniera possibile di scrivere. Sul serio. Una giovane penna va a seguire il congresso di Forza Italia e ci deve per forza riferire del fatto che Silvio Berlusconi è stato per lei-lui quello che le-gli faceva vedere i cartoni animati su Italia Uno. Le redazioni sono invase dal morbo. Se un anziano si mette a fare boomersplaining e fa notare con imbarazzato paternalismo che ehm, guarda, i cartoni animati li possiamo anche togliere, si sente rispondere che lui non lo sa, non è più come una volta, emmanuel Carrère ha cambiato il modo di scrivere. Così l’anziano rincula, senza poter fare a meno di pensare che nell’attesa arrivi un pezzo da Emmanuel Carrère i cartoni animati si potrebbero togliere lo stesso.
Ecco. Vinson Cunningham ci racconta di essere finito in una chat di tifosi dei Knicks, e noi non abbiamo idea di cosa è stata questa chat di tifosi dei Knicks per tutto l’anno e tutte quelle baggianate alla David Copperfield che a lui non gli va proprio di parlarne. Alla fine, quello che conta – dice – è che “non dimenticherò mai questi Knicks. Tifare per loro è stato come essere su una montagna russa con un’intera discesa vertiginosa. A volte avrei voluto essere da qualche altra parte nel parco divertimenti, al sicuro, a terra, a mangiare una torta. Ora sono qui e non mi piace più tanto”.
La sfida della California al bando transgender di Trump
Lei si chiama AB Hernandez e quando va in pedana per gareggiare porta la canottiera della Jurupa Valley High School. L’ultima volta che l’ha messa ha vinto i titoli statali di salto in alto e salto triplo, piazzandosi seconda nel salto in lungo. AB Hernandez è reduce da un percorso di transizione di genere e i suoi successi scolastici nello sport sono arrivati dopo una settimana di modifiche apportate dalla California Interscholastic Federation [CIF] alle norme, in risposta alla minaccia della Casa Bianca di sospendere i finanziamenti federali.
Per tenere insieme il principio di inclusione e quello di competitività leale, la CIF ha stabilito che una studentessa-atleta nata biologicamente donna avrebbe ricevuto sul podio la medaglia che avrebbe vinto senza Hernandez. Così, durante le cerimonie di premiazione, sul primo gradino del podio insieme con Hernandez è salita la signorina Kira Gant Hatcher, che aveva realizzato il secondo salto più lungo. Nel salto in lungo, dove Hernandez è arrivata seconda, sullo scalino del secondo posto c’era con lei la signorina Brooke White, che aveva fatto la terza misura in gara. Le cronache che arrivano da The Athletic riferiscono che le ragazze si sono abbracciate sul podio. White ha definito un onore condividere il podio con Hernandez, alla CBS News ha detto di essere turbata dal fatto di vedere tante persone mosse dall’odio verso una ragazza di 16 anni.
In effetti sembra la proposta di una formula. Un compromesso. Né la portavoce del CIF, Rebecca Brutlag, né la portavoce del Distretto Scolastico di Jurupa, Jacqueline Paul, hanno prefeirto rispondere alle richieste di chiarimento del magazine. Anche il Dipartimento dell’Istruzione della California non ha risposto, ma la portavoce Elizabeth Sanders aveva precedentemente affermato che ulteriori linee guida sarebbero state inviate alle scuole pubbliche nella giornata di ieri.
Il punto è che ieri è arrivato anche dell’altro. Il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti fa sapere che potrebbe intraprendere un’azione legale contro il sistema scolastico pubblico della California, se lo Stato andrà avanti con questa storia. Harmeet K. Dhillon, procuratore generale aggiunto della Divisione per i Diritti Civili, ha scritto lunedì in una lettera che il regolamento della California Interscholastic Federation (CIF) viola il XIV Emendamento. Dhillon ha affermato che il regolamento priva consapevolmente le studentesse di opportunità sportive. Il distretto scolastico pubblico deve certificare per iscritto entro il 9 giugno che certe cose non si ripeteranno, per “garantire la conformità ed evitare responsabilità legali”.
È lo stesso Dipartimento di Giustizia che ha intentato causa contro il Dipartimento dell’Istruzione del Maine per lo stesso rifiuto dello Stato di uniformarsi all’obbligo di escludere le atlete transgender dalle competizioni sportive scolastiche. Oltre alla California, anche il Minnesota è stato minacciato dal procuratore generale Pam Bondi di trattenere i fondi federali. Al Maine sono stati congelati in attesa di trovare un accordo.
Mentre AB Hernandez saltava e vinceva, dentro e fuori il Veterans Memorial Stadium di Clovis, c’erano delle persone che si fanno chiamare attivisti con dei cartelli che dicevano: Salvate lo sport femminile. Uno spettatore allo stadio ha protestato durante la cerimonia di premiazione. In cielo è passato un piccolo aereo con uno striscione attaccato dietro la coda, con una certa grazia diceva: “Niente uomini negli sport femminili”. Anche la madre di AB Hernandez, la signora Nereyda, ha evitato di rispondere a The Athletic che voleva intervistarla. In precedenza, attraverso la mediazione del gruppo TransFamily Support Services, aveva detto al New York Times che sua figlia era stato attaccata «per il semplice fatto di essere quello che è».
E Imane Khelif?
Questa piccola [grande] storia californiana si accavalla alla grande [piccina] storia che continua a muoversi intorno a Imane Khelif. Il media 3 Wire Sports dice di aver preso visione di un reperto medico trapelato – così viene definito: leaked – nel quale si dimostra che il sesso biologico della pugile algerina non è femminile. Gli altri giornali americani che si sono messi a cercare conferme, non ne hanno trovate [lo spiega qui Newsweek]. Ma ormai il concime è arrivato alla terra, così la notizia fiorisce dovunque in rete e vola veloce di bocca in bocca, come accadeva in quella canzone nelle stazioni successive a Sant’Ilario. D’altra parte i tempi sono questi, che vuoi verificare, che vuoi pensare, Ctrl C, Ctrl V.
Era successo con Imane Khelif anche venerdì scorso, quando la World Boxing ha diffuso la notizia dell’introduzione di test obbligatori di genere nelle sue competizioni. I titoli su molte Home Page e in molte colonnine delle Brevi dicevano che Imane Khelif era stata esclusa dalle gare femminili.
Eh?
Sul serio. Dicevano così. Senza preoccuparsi del fatto che Imane Khelif quel test non lo avesse ancora sostenuto, ma soprattutto senza dare importanza al fatto che il test riguarda tutte e tutti. Cos’è successo? È successo che la World Boxing – la nobile World Boxing che ha preso il posto della controversa Iba – ha fatto una cosa fuori dal mondo. Ha messo nero su bianco nel suo comunicato il nome di Imane Khelif, scrivendo che la pugile non avrebbe potuto partecipare alla Eindhoven Box Cup che comincia domani, né a nessun altro evento World Boxing, senza sottoporsi allo screening per determinare il sesso.
Un’ovvietà. Ma riguarda tutte e tutti. È come se all’introduzione della VAR avessero scritto nel comunicato ufficiale che i calci di rigore in favore della tale squadra adesso sarebbero stati controllati con più attenzione.
Facendo il nome di Khelif, la World Boxing ha solo introdotto il sospetto [ehm] che il provvedimento sia ad personam. Molto più che un sospetto. Ma l’urgenza dei titoli ha vinto sulla necessità di farsi due domande, pure in quel caso hanno vinto Ctrl C e Ctrl V.
World Boxing ieri si è dovuta scusare con la federazione algerina e con Imane Khelif per il deplorevole episodio. Lo dice la NBC – la tv olimpica.
La bancarotta degli Assoluti in Francia senza Marchand
Non tutte le assenze riescono col buco. Ce ne sono alcune che lasciano i segni. Quella di Léon Marchand ai Campionati francesi di nuoto a Montpellier ha sfregiato il torneo e i ricavi previsti. Gli organizzatori hanno fatto due conti e hanno ridotto il budget. Bernard Dalmon, presidente della Legad’Occitania, e Laurent Ciubini, direttore generale della federazione, i due enti organizzatori degli Assoluti che iniziano il 14 giugno, forniscono a l’Équipe la storia di un bilancio difficile da riequilibrare dopo l’annuncio del disimpegno della stella dei Giochi di Parigi. Gli introiti derivanti dai biglietti, i sussidi pubblici e i partenariati privati sono influenzati dalla sua assenza, un anno dopo le quattro vittorie olimpiche nei 200 misti, 400 misti, 200 farfalla e 200 rana. Il budget, si aggira intorno ai 340.000 euro [220.000 euro la Lega, 120.000 euro la federazione], ben lontano dai 432.000 dell’edizione 2024. Il deficit della manifestazione supera i 130.000 euro. Era previsto un incasso di oltre 160.000 euro in biglietti, invece non supererà i 110.000. C’è gente che sta chiedendo il rimborso. L’area metropolitana di Montpellier ha rifiutato sovvenzioni. La regione Occitania ha messo solo 25.000 e non i 170.000 che gli enti locali versano di solito, come fatto a Chartres nel 2024. Gli Assoluti portano di solito 1.200 pernottamenti al giorno per sette giorni, un milione e 600 mila euro di benefici economici per la città che li ospita. Invece Montpellier quei guadagni adesso se li sogna.
La semifinale di Musetti
Nella sua colonna per L’Équipe, Mats Wilander scrive che “vedere Lorenzo Musetti in semifinale al Roland-Garros non è una sorpresa. È stato il favorito in ogni partita giocata dall’inizio del torneo. Ma soprattutto lo trovo sempre più maturo. In tutto ciò che fa, nel modo in cui si comporta in campo, nel modo in cui gestisce un punto. Fa sempre tutto un pochino meglio della volta precedente. Non ha giocato una partita straordinaria contro Frances Tiafoe, ma ha giocato per vincerla. È questo che mi piace di lui. Cerca sempre di sfruttare i punti deboli dell’avversario. Di metterlo a disagio. Di fargli perdere la calma, l’unica cosa su cui ci concentravamo ai miei tempi. Apprezzo questo modo di pensare. Non importa se giochi un tennis da sogno, quel che conta è che l’altro giocatore sia destabilizzato da ciò che gli proponi. Perché non si acquisisce sicurezza giocando particolarmente bene, la si acquisisce semplicemente vincendo. Trovare soluzioni ai problemi è ciò che conta di più. Quando Jimmy Connors era allenatore di Andy Roddick, in un periodo nel quale il gioco si stava evolvendo verso una maggiore potenza, una volta mi disse: «Non sbagliare è vincere di nuovo». Lo stesso accade qui. Non prevale solo chi colpisce dei vincenti, ma chi sbaglia meno possibile. Non concedere nulla è la mentalità giusta. A proposito di che andava a rete contro Nadal, una volta José Higueras ha detto: «Sai una cosa? Roger odia sbagliare un colpo». Eppure, quando lo guardavi giocare, non dava quell’impressione. Era come se non gli importasse di commettere uno o due errori qua e là. Invece era insopportabile. È un elemento che contraddistingue i migliori, da Sinner ad Alcaraz. Musetti rientra in questa categoria di giocatori che riescono a giocare vicino alle linee, mantenendo un margine di sicurezza quasi ogni volta. Così quando gli capita una giornata di fiacca o quando il nervosismo prende il sopravvento, il suo gioco non ne risente”.
[Con la palla tirata verso il giudice di linea gli è andata di lusso, eh]
▥ La dura vita degli analisti
Tra gli spettatori presenti sul Campo numero cinque, Louise Morchais non distoglie mai lo sguardo dalla palla. Ha un tablet tra le mani e deve trascrivere alla fine di ogni scambio cosa è successo. L’Équipe racconta il lavoro suo e quello di tante altre persone addette alle statistiche del torneo. Quando il giudice di sedia annuncia il punteggio al microfono, lei e la banda di addetti come lei devono stabilire se è stato un colpo vincente, un errore gratuito, un passante, uno smash, una palla corta.
Non c’è molto tempo per pensare. Le statistiche vengono comunicate in tempo reale al centro dati sotto il Centrale, dove vengono elaborate prima di essere ridistribuite ai canali media e ai vari tabelloni dello stadio. Quest’anno ci sono 65 esordienti e 14 nuovi addetti sono stati formati e selezionati al CNE [Centro nazionale di allenamento] nel mese di marzo, in un solo week-end. Louise Morchai dice che si tratta del lavoro migliore che si possa fare al Roland-Garros perché si vive la partita in modo intenso e a bordo campo. Lei è un’ingegnera di 26 anni ed è tornata al Roland-Garros dieci anni dopo aver fatto la raccattapalle.
Un cattivo giudizio si trasforma in una falsa informazione in un clic. Theo Tilkian, 29 anni, spiega che pur avendo giocato a tennis per tutta la vita, pur essendo maestro in un club di Saint-Malo, certe volte di fronte a un punto, di fronte a un colpo, gli viene un dubbio. Inoltre quando l’arbitro scende dalla sedia o parla con un giocatore che protesta, c’è il rischio che cambi la sua decisione. D’accordo che c’è il pulsante annulla: sempre che si dica ancora pulsante. Ma è una faccenda seria, un lavoro delicato, la vita con certe persone sa essere crudele.
Alexander Bublik raccontato da sé stesso
C’è stato un periodo in cui Alexander Bublik, 27 anni, numero 62 del mondo, poteva essere descritto solo come un eccentrico ragazzo sfascia racchette. Un tipo a parte. A parte tutto. Un ragazzo che in fondo della sua imprevedibilità si compiace. Quando era sotto due set a zero contro De Minaur, dice di aver iniziato a pensare ai bagagli, al biglietto, al viaggio, al tragitto da fare per tornare a casa. Non ha mai vinto troppe partite sulla terra battuta, di certo mai così tante a Parigi. Si sentiva stanco o pensava fosse la stanchezza di fine corsa. Ha fatt in tempo a immaginare che la felicità fosse il divano di casa a Monte-Carlo, più o meno sarebbe arrivato intorno alle nove della sera. E invece. Eccolo qua.
Bublik racconta di aver sempre bisogno di un avversario. L’avversario ogni tanto è sé stesso, spesso un giornalista che gli fa una domanda, una sola, oppure un’intervista intera. In una memorabile chiacchierata di un paio d’anni fa con l’Équipe disse di non sopportare i cronisti che gli rispondono Okay alla fine delle sue risposte.
«Che senso ha? Okay? Un’intervista non è un dibattito. A New York ho detto a un giornalista che forse non vorrei che mio figlio giocasse a tennis. È passato un anno e continuano a scrivere articoli su questa cosa di merda. Sul tuo giornale danni scrivete che gioco per soldi. Allora io non voglio parlare con chi usa una frase e la tira fuori dal resto. Se la conversazione è interessante, possiamo continuare, nessun problema. È passato molto tempo da quando ho detto quella frase sui soldi. Ne ho guadagnati un sacco. Ora non sono l’unico motivo per cui gioco. Ho avuto un’illuminazione dopo aver giocato a Wimbledon senza punti ATP nel 2022. Prima del mio terzo turno contro Frances Tiafoe, ho parlato con il mio allenatore, gli ho chiesto Che diavolo ci faccio qui? Mia moglie poteva partorire da un momento all’altro. I 60.000 dollari extra che avrei preso passando un altro turno non mi avrebbero cambiato la vita. Tornai a casa da mia moglie. Fu una svolta. Ormai non so nemmeno più quanti soldi guadagno. Prima riscuotevo gli assegni dopo ogni torneo. La mia vita è cambiata quando è nato mio figlio. Ho iniziato ad allenarmi più seriamente, ho trascorso più tempo al campo, ho smesso di uscire, ho smesso di bere, ho iniziato a mangiare meglio, ho allargato il mio team con degli specialisti. Prima tornavo a casa e mi riposavo dieci giorni. Adesso mi piace partecipare ai tornei. Ma se mia moglie mi chiama perché ha bisogno di me, me ne vado subito. Per questo motivo mi godo ogni minuto in campo. A volte dico che il tennis è uno sport stupido. Non è stupido, ma è duro e ingiusto. Sei da solo in campo e 10.000 persone fischiano perché hai rotto una fottuta racchetta. A volte ne rompi più di una e loro fischiano. Ma tu lo fai nel momento più concitato, senza premeditazione. Non mi piacciono quelli che agitano le racchette contro gli spettatori. Se devi rompere una racchetta, devi farlo con classe. Rompete le racchette e chiudete la bocca. Durante una partita, a volte ti senti come se fossi nel braccio della morte. La gente mi giudica senza conoscermi, basandosi su quello che faccio in campo: rompi tre racchette e sei un cattivo ragazzo. Non sono pazzo, sono un ragazzo normale, ma in una partita di tre ore può succedere. Posso diventare una persona diversa in campo. Ma perché ho rotto tre racchette non significa che torno a casa e picchio mia moglie o mio figlio».
«A sette anni giocavo a tennis colpendo l’aria, senza la palla, davanti allo specchio nel corridoio di casa, indossando la divisa di Rafa Nadal, una maglietta verde senza maniche che mi avevano regalato i miei genitori. Mia madre aveva appeso i poster di Rafa, Roger e Agassi nel nostro piccolo appartamento a Gatchina, vicino a San Pietroburgo. In città c’erano solo uno o due campi da tennis. A un certo punto, mio padre che era allenatore si è preso cura di tutto affinché potessi allenarmi gratuitamente. Erano i primi anni del 2000 in Russia, era dura, i miei genitori facevano lavori saltuari per sopravvivere. Ho iniziato a giocare a tennis con lo spirito con cui giocavo a carte, scacchi, backgammon. Tutto. Non voglio necessariamente vincere, voglio giocare. A volte mi dà fastidio perdere: quando i miei amici mi battono a ping-pong, mi fanno impazzire. Ma sono diventato così bravo che gli do 7 punti di vantaggio. Lo stesso vale per gli scacchi. Mia nonna mi ha insegnato a giocare. Nel 2022 ad Astana ho incontrato lo scacchista professionista Daniil Dubov. Ho fatto una mossa schifosa spostando il mio re accanto al suo. Scacco matto. I miei amici mi prendevano in giro. Da allora gioco a scacchi tutti i giorni. Faccio anche delle mini partite con il mio allenatore prima del riscaldamento. Scommettiamo su piccole cose: chi porterà le valigie in albergo, chi pagherà il ristorante. Ho bisogno di divertirmi. Quando avevo 16 anni, mio padre mi dava dei soldi per andare ai tornei e mia madre caricava la carta di credito. È stato il periodo più bello della mia vita. Come dice Saint-Exupéry nel Piccolo Principe tutti i grandi sono stati bambini, ma pochi se ne ricordano. Anche a trent’anni puoi rimanere un bambino. È necessario. Abbiamo bisogno di questa parte infantile per essere felici. Senza la parte infantile diventiamo pazzi e infelici. Abbiamo tutti bisogno di equilibrio. Io sono fortunato ad averlo trovato». [L’intervista completa è qui]
Non facciamo dispiacere Franco Carraro
Un’emergenza si abbatte sullo sport italiano. Franco Carraro è addolorato. C’è rimasto male. Ha scoperto che il CONI nella persona del presidente uscente Giovanni Malagò ha chiesto un parere interpretativo al ministero dello sport sull’eventualità che lui possa candidarsi di nuovo alla guida dello sport italiano.
Malagò deve aver pensato: se il limite di mandati vale per me, forse varrà pure per Carraro che s’è seduto su questa poltrona dopo lo scrutinio delle stesse tre elezioni. Secondo alcuni giuristi, pare di no, pare che per Carraro valga quel che vale per i sindaci. Avendo saltato qualche giro e avendo lasciato il soglio prima della riforma della legge, stavolta può ripresentarsi.
Però diamine non si fa. Carraro è contrito, amareggiato, sta riflettendo, deciderà domani se candidarsi o no. Così ce lo racconta stamattina il Corriere della sera, avvolto in questa nube di afflizione e di ingratitudine:
“Chi conosce bene il «Presidentissimo» – si legge – ne descrive un’amarezza che prescinde dalla sua decisione. Amarezza per il parere richiesto da Malagò ad Abodi a tutela del suo candidato Bonfiglio prima ancora che lui abbia deciso cosa fare. Amarezza perché il nuovo presidente rischia di nascere in un clima di scontro tra politica e sport che Carraro, di natura pacificatrice e attento a mettere gli interessi dello sport al centro di tutto, giudica pericolosa per il futuro del Coni”.
Così, anche stamattina torna la definizione del pacificatore, attestata e suggerita anche dalla rubrica Spy Calcio di Fulvio Bianchi su Repubblica. È una narrazione meravigliosa e fuori dal tempo. Carraro non ha fatto altro nella sua vita da dirigente e politico che partecipare a elezioni, spesso vincendole. Le elezioni sono per loro natura una contesa. Ci si batte per prevalere su qualcun altro. Per ideali, per interessi, per divertimento. Non importa il motivo. Ma ci si batte. Per prendere un voto in più di qualcun altro. Non c’è una ricerca di pacificazione quando ci si candida a qualcosa contro qualcuno. Carraro dovrebbe ricordare le battaglie condotte nello scontro per fare il presidente della federazione di sci nautico dal 1963 al 1967, il consigliere della Federcalcio dal 1968 al 1972, il presidente della Lega calcio dal 1973 al 1976, il presidente della federazione calcio al 1976 e al 1978, il presidente del CONI dal 1978 al 1987, il sindaco di Roma dal 1989 al 1993, di nuovo il presidente della Lega dal 1997 al 2001, di nuovo il presidente della Federcalcio dal 2001 al 2006 [il presidente di Calciopoli], il consigliere esecutivo dell’UEFA dal 2004 al 2009, il senatore dal 2013 al 2018.
Tutte condotte per mettere gli interessi dello sport al centro di tutto, come candidato della Lista Gandhi. Per favore, non lo fate dispiacere.
Guida allo sport in tv di oggi
Slalom ha un canale Whatsapp, dal quale diffonde non più di due aggiornamenti quotidiani, probabilmente un riepilogo serale con rassegna mattutina e nuovi sviluppi. Non vi impressionate. È una cosa riservata, per pochi intimi. Siamo un centinaio, niente di che. Nessuno disturba, non ci sono riunioni di condominio, mai un messaggio prima delle 8.30, mai uno dopo le 20.30.
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