La cuccagna della pallavolo italiana femminile

Milano e Conegliano giocano la seconda finale scudetto. La prima è stata vinta dalle venete nonostante 33 punti di Paola Egonu in quattro set. Stefano Lavarini è fiducioso e pensa che la squadra sia competitiva per puntare a pareggiare la serie. Sono attesi 12mila spettatori al Forum di Assago, Alessia Orro è alle sue ultime partite milanesi prima di trasferirsi in Turchia, ingaggiata dal Fenerbahçe con un contratto da 600mila euro. Giorgio Burreddu su Domani ha messo in fila i successi del campo e certi elementi di contorno per parlare dell’ipocrisia che circonda il volley femminile, pieno di stelle ricche e famoso, eppure con uno status da dilettanti. Roma ha vinto la Challenge Cup pur retrocedendo e Novara la Coppa CEV; Conegliano Scandicci e Milano sono in semifinale di Coppa dei Campioni. Burreddu l’ha chiamato “l’eden della pallavolo femminile mondiale”. 

Eppure si tratta di un dominio – ha scritto – che il paese “ancora non sa capire fino in fondo. Nonostante numeri da capogiro: quasi 440.000 spettatori nei palazzetti quest’anno, in costante crescita negli ultimi cinque anni (nel 2022/2023 erano stati quasi 385.000). Oltre 10 milioni di spettatori davanti alla tv nella scorsa stagione (+22,9 per cento rispetto all’anno precedente). I social della Lega crescono a ritmi da startup: +52 per cento solo nell’ultimo anno, sfiorando il milione di follower. Più della pallavolo maschile. Più del basket. È la seconda Lega sportiva per seguito in Italia dopo la Serie A calcistica. Sembra l’El Dorado. Invece è il made in Italy della pallavolo femminile. Dietro sembra esserci di più. Invece c’è di meno. Nessuna legge sugli stadi parla di volley, e le istituzioni non si sono ancora accorte di questo bolide parcheggiato in un cortile di periferia”.

Mauro Fabris, presidente della lega, in un paio di interviste a Italia Oggi, Sport Senators e al Foglio ha chiesto di considerare l’ipotesi di concedere lo status di professioniste a giocatrici che “vanno a Sanremo, sfilano in passerella, influenzano le mode. Fanno tendenza. E attraggono pubblico”. Secondo le stime del Sole 24 Ore il giro d’affari supera i 45 milioni di euro. “La quasi totalità delle società – ha scritto Burreddu – vive sulle spalle dei suoi proprietari, un’imprenditoria locale viva e che funziona. Almeno finché resta in piedi. Ma vale la pena chiedersi se sarà così anche a lungo termine, a distanza di anni. Gli equilibri nello sport non durano in eterno”.

Adhuoljok Malual

Nel campionato italiano di pallavolo può anche capitare che fioriscano sorprese in mezzo alle grandi stelle. Adhuoljok Malual, per esempio. Ha chiuso la stagione regolare mettendo a terra 499 palloni, più di Isabelle Haak a Conegliano, più di Paola Egonu a Milano. Terza cannoniera del campionato, Firenze si è salvata grazie a lei. Solo Antropova con 569 e Anett con 599 hanno segnato di più. L’anno prossimo giocherà a Chieri o Pinerolo. Ha 24 anni, viene dal bacino sperimentale e geniale del Club Italia, non ha nessun rimpianto per i 4 mesi d’esperienza fatti negli USA, dove le offrirono una borsa di studio in pandemia, credeva di trovare l’America e invece. 

Il numero di aprile di Supervolley le ha dedicato un ritratto con Giorgio Marota. Malual ha genitori emigrati dal Sud Sudan, dice che è bellissimo avere due culture, studia Scienze Politiche perché un giorno vorrebbe impegnarsi per rendere migliore con la diplomazia il paese di mamma Mary e papà Yahya. Julio Velasco le ha parlato. Le ha detto di non preoccuparsi dei palloni impossibili, deve imparare a gestirli, non a schiacciarli, non deve impuntarsi ad attaccare tutti i palloni che le capitano sotto mano, dalla prima linea, dalla seconda, le palle alte, le palle basse, le palle buone, le palle sporche. Non è così che vanno le cose, non è così che si diventa grandi. In estate Malual sarà aggregata al gruppo della nazionale oro olimpico in viaggio verso i Mondiali. Anche se davanti ci sono Egonu e Antropova. 

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