Yazeed al-Rajhi e Charlie Dalin
Ognuno sta solo sul cuor della terra trafitto da un raggio di sole: ed è subito Dakar. Oppure è Vendée Globe. Dipende se sotto i piedi c’è il deserto o ci sono gli oceani. Quando si vince la corsa sulla sabbia, si festeggia salendo sul tettuccio della macchina. Il giro del mondo sulle acque viene invece celebrato con un paio di bengala accesi tra le mani, come i più dilettanti fra i napoletani a Capodanno: gli altri sparano.
Come tutti prima di lui a Dakar, all’età di 43 anni, Yazeed al-Rajhi ha interpretato la scena del predellino. È il figlio di uno dei fratelli fondatori della Al-Rajhi Bank, uno dei più grandi istituti bancari islamici del mondo, un impero immobiliare che è proprietario di una catena di ristoranti. Non è un tipo che la mattina si alza con l’ansia di dover dare un verso alla giornata. Il suo camper è un bivacco attrezzato come una suite a cinque stelle, le sue auto di lusso vengono spedisce in aereo in Europa d’estate, per godersi la bella stagione alle latitudini giust: avviene più o meno nel periodo in cui i mortali si tormentano all’idea di farsi due bagni a Gaeta o restare a casa.
Yazeed al-Rajhi insomma ha sufficiente tempo libero per fare il pilota di rally. È il primo saudita che vince la Dakar da quando la Dakar non si corre a Dakar, ma in casa. Jean-Marc Fortin, capo della sezione apposita della Toyota, pensa che Yazeed sia un pilota di grande talento, ma non sempre ha fame. Quelli che fanno i bagni a Gaeta dicono che ‘o sazio [la persona sazia] non crede a ‘o riuno [la persona che digiuna].
“È sempre facile trovare un’auto e una squadra quando puoi essere il finanziatore di te stesso” la sintesi de L’Équipe. È un tipo veloce ma incontrollabile, questo si è sempre ripetuto di Al-Rajhi. Attraversa le dune con disinvoltura, vince le gare W2RC [qualunque cosa siano], ma alla Dakar gli capitava sempre un calo di concentrazione. Un anno fa si ribaltò dopo aver valutato male il peso della sua macchina. La leggenda sul suo conto dice che una vittoria in Argentina nella scorsa stagione lo abbia cambiato. È diventato più saggio e più umile. Ha raggiunto la maturità. È uscito dall’ombra ingombrante di Nasser al-Attiyah, cinque volte vincitore della Dakar, un pilota che è stato allo stesso tempo un esempio e un rivale, una motivazione e un’ossessione. “I miliardari – ha scritto David Fioux su L’Équipe – possono essere anche complessi, ed è proprio questa la qualità che la squadra riconosce ad Al-Rajhi, la sua fortuna e il suo lato stravagante”.
L’uomo che ha acceso i bengala in Vandea si chiama invece Charlie Dalin, “molto più scientifico che romantico” viene definito dal giornale francese, ma romantica è l’immagine dell’albatros che nell’estremo sud si è posato sullo scafo del velista francese, “come se avesse bussato al vetro di plexiglass della sua cabina di pilotaggio”. Fa molto Baudelaire, un tipo che ha navigato parecchio. Prima di arrivare a sollevarsi con i foil sugli oceani, con i piedi su otto tonnellate di carbonio, ha imparato a stare sull’acqua a bordo di un Optimist all’età di 8 anni. Charlie Dalin aveva un conto da regolare con la Vendée Globe, regata in solitaria, senza scalo e senza assistenza. Nel 2021 era stato il primo a passare il traguardo, ha abbracciato sua moglie, ha dato un bacio al suo bambino, o forse ha dato un bacio a sua moglie e abbracciato il suo bambino. Non importa. Importa che Yannick Bestaven, una volta arrivato dietro di lui, si è visto detrarre dal tempo le 10 ore e 16 minuti impiegate per salvare il naufrago Kévin Escoffier. E ha vinto lui. Dalin perse quella Vendée Globe per 2 ore e mezza.
Così sul suo conto si racconta di notti insonni, le successive, le notti in cui si svegliava per scoprire dove aveva perso quello 0,13% di tempo. Christian Le Pape, suo ex allenatore al centro di formazione di Port-la-Forêt, peraltro pure suo suocero e nonno del nipotino Oscar, dice che Charlie ne ha riempiti e ne ha riempiti, di fogli Excel. Dice che cerca la luce. Ha un approccio da scienziato. Non ha seguito suo padre, operaio nel backstage dei concerti, in particolare dei Noir Désir. Si è messo a studiare come il vento spinge le barche. Ha studiato architettura navale a Le Havre. Ha vinto qualche regata, ma in quelle grandi non usciva mai dall’imbuto dei piazzamenti, fino a definirsi un Poulidor, dice, “con un sorriso contrito” [L’Équipe], “ma sentendosi un Anquetil”.
Ha imparato da quelli che considera dei fallimenti. Ha ripudiato la parola perfezionista. Si è rivolto a un mental coach [Jean-Pascal Cabrera]. È un laser secondo Jean-Luc Nélias, il team manager. Un cartesiano pare che sia la definizione definitiva tra quelli che lo conoscono. Cartesio al massimo escludeva che il pensiero sia nel corpo «come un nocchiero nella barca», figuriamoci se poteva distrarsi a guardare un albatros.