Intorno a Panatta Adriano, totem e monumento Anni ‘70, ci devono essere parenti, amici, conoscenti, avventori, avventisti, chissà che altro, ci deve essere gente che gli sta chiedendo la stessa cosa che si domanda la Gazzetta con un punto interrogativo grosso così: Jannik, che succede?
Anzi, no. Grosso così: ?
Jannik, che succede ?
Se i marziani leggessero i nostri giornali fatti sul pianeta Terra, ecco, se almeno loro li leggessero, si domanderebbero com’è possibile che fino a due mattine fa ‘sto benedetto ragazzo era un fenomeno, era fantastico, faceva profumare di lavanda provenzale tutte le strade attraversate, restituiva la vista, moltiplicava i pani e i rovesci, faceva andare più veloce la fibra, faceva innamorare le ragazze dell’Est, questo ragazzo era uno show, era Jannik Show, era bum bum, era Jannik Bum Bum, era la Grande Bellezza, era l’Orgoglio Azzurro, e poi tutto d’un tratto stamattina puff: Jannik che succede?
Intorno al povero Adriano Panatta ci deve essere un mucchio di gente così, lui se ne indispettisce, lo sapete com’è fatto, così è stato costretto a spendere una quarantina-una cinquantina di righe sul Corriere della sera per riaffermare un’ovvietà, la totale assoluta normalità della sconfitta, una cosa che per brevità potremmo perfino chiamare sport.
In questo assoluto delirio della nazione, in questa perdita di senno [o di sinno] che può dirsi sinnerite, Aaa-driaaa-no si fa bastare 40 parole per scolpire una verità.
“Siamo noi a esaltarci con troppo entusiasmo – scrive – noi a considerare Sinner imbattibile, e a restarci male se viene battuto. È un grande amore verso questo ragazzo atleta, o la voglia di sentirsi anche noi, grazie a lui, un po’ imbattibili?”.
Adria’, togli il punto interrogativo.
Panatta conclude dicendo: “Olimpiadi? Us Open? Finals o Davis? Il primato in classifica? Abbiamo un gran bel campione e un ragazzo eccezionale. Non pretendiamo da lui la perfezione. Perché nel tennis, come nella vita, la perfezione è noia”.
Pure Paolo Bertolucci, a occhio, avrebbe voluto farsi bastare le medesime 40 parole, però la Gazzetta gli ha chiesto di rispondere all’angoscioso quesito Jannik che succede? – e lui ci ha dovuto fare una pagina.
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In compenso, Jasmine Paolini può andare a giocare la sua storica semifinale a Wimbledon, prima donna italiana di sempre, sbucando da qualche foto piccina in qualche tondino in prima pagina, schiacciata tra il Magnifico e la nostra palpitazione affinché Re Jannik stia bene a Parigi, speriamo, dai, se no poi ci rimane il calciomercato.
Tra i quotidiani politici, La Stampa è il giornale che dedica a Jasmine Paolini le maggiori attenzioni. Semeraro ricorda che sia lei sia Musetti sono toscani, “Bagni di Lucca e Massa Carrara, sullo sfondo le cave dove lavora il papà di Musetti e dove Michelangelo andava a scegliere il marmo per i suoi capolavori. «La statua è già dentro il marmo – diceva Michelangelo – si tratta solo di farla venire fuori». Togliendo le impurità, il materiale di scarto. Lorenzo ha capito la lezione, e sa di avere la stoffa del campione. Il meglio, come recita uno dei suoi tatuaggi, deve ancora venire”.
Poi sempre Semeraro intervista Francesca Schiavone, la prima donna italiana da Slam, sulla terra del Roland-Garros nel 2012.
Secondo Schiavone, «Jasmine ha tranquillamente il livello per stare, regolarmente, fra i quarti e la finale, anzi la vittoria in uno Slam. È intelligente nel gioco. Ha soluzioni tattiche, piuttosto che di forza, che in questo momento possono fare la differenza. Si muove molto bene con i piedi. E come lei stessa ha dichiarato, da un po’ di tempo ha iniziato a credere di poter vincere a prescindere da chi ha davanti. Sono quattro fattori oggi molto importanti. Se non se la gioca lei contro la Vekic, chi deve farlo? Se a Donna dai un vantaggio, lei è una che se lo prende. Ma non mi sembra arrivi da vittorie molto importanti, quindi… Se io fossi in Jasmine cercherei di far giocare il più possibile l’avversaria, perché la Vekic è una che più va avanti lo scambio e meno ha soluzioni. Può vincere il torneo, l’ho già detto qualche giorno fa, e lo ripeto. Sembrava una boutade, e invece è già in semifinale».
Francesca Schiavone ha parlato anche con Federica Cocchi sulla Gazzetta raccontando del suo primo incontro con Jasmine Paolini. «La primissima volta, lei era piccolina, è venuta in Fed Cup, in Nazionale. Ricordo che non ascoltava nessuno e io le dicevo “Dovresti ascoltare!” e lei “No, no, io lo faccio così, lo faccio così!”. Una bella testarda (ride)».
È molto interessante la considerazione sull’effetto che fa il Centrale di Wimbledon. «Il Center Court è un campo per niente facile. Perché c’è il silenzio, perché le persone amano il tennis, la tradizione, non gli piace lo show e infatti si è visto con Djokovic. Qui la tradizione vince su tutto, o la rispetti o sei fuori dai loro cuori. almeno questo è quello che io ho percepito negli anni. È forse il campo più difficile del mondo, ma nel momento in cui ti ama, probabilmente è quello che ti dà di più. Bisogna trovare un equilibrio».