NBA Quando Jrue Holiday era un adolescente, aveva bisogno di guadagnare qualche soldo extra. Aveva un discreto talento nell’impacchettare la spesa, cercando un ordine, trovandolo, sistemando le lattine accanto a sacchi d’uva, e tutto il resto. Così, un giorno andò da sua madre Toya, la direttrice atletica della scuola, la Campbell Hall di Los Angeles, e le chiese se poteva fare domanda per un lavoro presso il droghiere del posto. «Ehi, guarda che la scuola è il tuo lavoro», si sentì rispondere, e niente, il droghiere rimase senza un garzone.
Ma quando la squadra di tennis femminile cercava un manager, Toya fece il nome di suo figlio come volontario. A quel tempo, Jrue Holiday non riusciva a distinguere una smorzata da un servizio. Era uno dei migliori giocatori di basket della zona, ma il tennis mmm. Comunque, non c’era certo bisogno di conoscere l’arte del rovescio lungolinea per prendere i panini e preparare le valigie alla squadra.
«Uscivo prima da scuola, per gli allenamenti andavamo a Santa Barbara e io stavo con le ragazze, insomma non posso proprio lamentarmi. È stato un periodo divertente» dice oggi quando lo racconta.
Perciò quando arrivò in NBA, anni dopo, prendersi cura degli altri sarebbe stato un processo naturale. Giannis Antetokounmpo ricorda una notte ad Abu Dhabi, quando rimasero seduti sul pullman della squadra fino alle luci dell’alba, guardando il sole che iniziava a sorgere nel deserto. «E niente, stavamo solo parlando della vita. Jrue – ha raccontato il greco – era davvero aperto su come vadano affrontate o non affrontate certe cose. Mi diede ottimi consigli, per la mia carriera e per la vita che vita»
Quando si parla di Jrue Holiday, fresco campione NBA con i Boston Celtics tre anni dopo esserlo stato con i Milwaukee Bucks, la prima cosa che viene in mente da raccontare è la sua normalità, la sua totale capacità e disponibilità a stare con entrambi i piedi nella vita, con la consapevolezza che «il basket non è tutto, fratello, devi conoscere le persone e le loro storie, questo sì che apre le porte». Secondo Jared Weiss della rivista The Athletic, gli ultimi in ordine di tempo a raccontare quanto siano uniche le vicende personali di quest’uomo, “i compagni di squadra di Holiday finiscono per considerarlo ogni volta il pezzo che mancava alla squadra nella loro corsa al titolo“. È successo ai Bucks, è successo ai Celtics Non solo per come difende. Per come tiene unito il gruppo, dentro e fuori dal campo.
ADESSO I GIOCHI
Jrue non va in vacanza. Non ancora. È tra i convocati degli USA per i Giochi di Parigi. L’anello più l’oro è una somma che gli è già riuscita nel 2021 a Tokyo. Ma senza pubblico. Erano le Olimpiadi del lockdown. Da Lille a Parigi, stavolta intorno al Dream Team ci saranno palazzetti pieni.
Jrue condivide questa sua propensione all’aiuto degli altri con sua moglie Lauren, ex stella della nazionale di calcio americana. Organizzano cene, fanno volontariato, hanno cercato di sviluppare la loro vita fuori dal campo davvero lontano dal campo. L’ex vice allenatore dei Bucks, Chad Forcier, dice di non riuscire a pensare a Jrue senza Lauren.
Lauren Cheney e Jrue Holiday si sono incontrati quando erano entrambi a UCLA. Un tifoso aveva scambiato Jrue per il suo compagno di squadra Darren Collison, e lei gli disse una cosa tipo «oh, non preoccuparti, tu sei più carino di Darren’». Nel 2016 i medici hanno scoperto che Lauren aveva un tumore al cervello e che avrebbe dovuto operarsi. Jrue mollò il basket, si prese un pausa, saltò le prime tre settimane della stagione per prendersi cura di Lauren e della loro bimba appena nata. Da quell’esperienza sarebbe nata poi l’idea di istituire una fondazione, si chiama JLH. È stato il motivo che ha spinto il riluttante Jrue a giocare in bolla nel 2020. «Non ho intenzione di mentire: non volevo andare. Non mi sembrava fosse il momento del basket. Mia moglie era di nuovo incinta. Mi sentivo sbagliato nel lasciare la mia famiglia. Volevo anche uscire in strada e protestare ma non potevo farlo, dovevo proteggere la mia famiglia. Avevo bisogno di qualcosa che mi motivasse».
La trovò sua moglie, suggerendo di andare, andare in bolla, sì, andare a giocare, guadagnare l’ultima fetta di stipendio e devolverla interamente alle famiglie nere devastate dalla pandemia e da un’estate di disordini sociali dopo l’omicidio di George Floyd a Minneapolis. Cinque milioni e 300 mila dollari. Quando Jrue ha preso il covid, si è chiuso nel seminterrato di casa per due settimane e parlava via FaceTime con la famiglia. J.T. di 4 anni faceva disegni per suo padre e li lasciava in cima alle scale. Jrue dice che lui sa di aver giocato una buona partita solo se glielo dice sua moglie. Holiday non è mai stato un free agent. È sempre stata la lega a decidere quale sarebbe stata la sua destinazione nuova, ma in ogni posto dove sia stato lui e Lauren hanno sempre trovato il modo di sentirsi a casa, di costruire una casa, “di scoprire che quando Holiday parla – ha scritto The Athletic – la gente ascolta”.