L’aria nuova di Oliver Bearman. La scuola britannica e la costruzione di un pilota al simulatore

SETTE CILINDRI | L’importanza di un simulatore

 

DI ROBERTO LIBERALE

 

  ① PANORAMI  Ehi, ma quello online è Max Verstappen 

Il meraviglioso mondo di Max Verstappen è fatto di Formula Uno, di allenamenti e di vita notturna. No, non quella vita da playboy che rese mitici piloti del passato come James Hunt e Clay Regazzoni. La stessa che tanti ragazzi della sua età trascorrono davanti a uno schermo per giocare ai loro videogame preferiti. Grazie agli altri utenti collegati, felicemente sorpresi nel trovare online il numero uno del motorsport, si è saputo che la notte prima del GP di Arabia Saudita Max l’ha passata giocando ad iRacing fino alle 4 del mattino. Beh, giocare forse non è il verbo esatto. Infatti, iRacing è un simulatore di guida, non è solo un videogame, ma è stato progettato anche per allenare i piloti del mondo reale. Nonostante l’ora tarda in cui è andato a riposare, Verstappen in pista è sembrato fresco come una rosa, tanto da vincere senza troppa fatica il suo 56esimo Gran Premio. Addirittura pare che Max abbia trascorso tutte le notti di questo weekend arabo sul gioco di guida online. Ora che la notizia si è diffusa, è probabile che gli altri 19 piloti facciano altrettanto. Magari proveranno a batterlo online per scalfirne qualche certezza.

 

  PROSPETTIVE  Ben arrivato Oliver Bearman

L’uomo del giorno, o meglio il ragazzo del giorno, si chiama Oliver Bearman. Il suo settimo posto a quasi 19 anni non è un record solo perché davanti a lui ci sono il solito Verstappen, per la prima volta a punti a 17 anni e mezzo, e Lance Stroll a 18 anni e 7 mesi. Però Max ci arrivò alla sua seconda gara e Stroll alla sua settima. Ci sono stati esordi migliori di quello di Bearman, è vero. In sei sono andati in pole position alla loro prima gara, anche se molti appartenevano alla Formula Uno del passato. In 74 hanno fatto meglio di Bearman al loro primo GP di F1, in 23 addirittura sul podio, gli ultimi Hamilton nel 2007 e Kevin Magnussen nel 2014. Ma nessuno di loro era stato scaraventato all’improvviso, poco più che maggiorenne, in un weekend ufficiale di Formula Uno senza alcun preavviso. Prima di diventare pilota di riserva nella Ferrari, Oliver si era già distinto per aver vinto i campionati italiano e tedesco di Formula 4 a sedici anni, la stessa età in cui è stato selezionato dalla Ferrari Driver Academy. Nel suo palmarès ci sono 25 vittorie in 128 gare delle varie categorie. In questa stagione sta correndo il suo secondo mondiale di Formula 2 con la Prema, dopo la stagione 2023 in cui ha portato a casa 4 vittorie. La sua speranza è che la Haas lo ingaggi per il 2025. La stessa Haas con cui aveva fatto i primi test in Formula Uno lo scorso anno nelle libere di Messico e Abu Dhabi, e con la quale comunque tornerà in pista nelle prove libere per ben sei volte in questa stagione: Imola, Spagna, Silverstone, Ungheria, Messico e ad Abu Dhabi. Nell’ambiente si parla di lui da almeno 3 anni. Basta che non diventi anch’egli il “predestinato” di turno. Perché il fato c’entra poco.

 

  RADICI  Cosa c’è dietro la costruzione di un Bearman

Il caso Bearman fa chiedere a tanti come sia possibile che un ragazzino si trovi all’improvviso a guidare una bestia da 1000 CV, si prenda il centro dello schieramento in prova sfiorando la Q3, guidi una Ferrari per più di 300 km a una media di 220 orari, la porti al traguardo senza danni e soprattutto entri in quella zona punti nella quale tanti piloti sono arrivati dopo mesi di frustrazioni. 

Tanto talento e preparazione, certo. Ma parte della risposta è anche nella costruzione di un pilota di Formula Uno, che parte da lontano. Spesso si comincia ad avere dimestichezza con il motorsport in età prescolare, ci sono gare di kart che coinvolgono bambini di appena 6 anni, i corsi sono aperti dai 5 in su. Ma nel ventunesimo secolo la tecnologia può fare di più. La diffusione dei simulatori, con alcuni modelli tecnologicamente avanzatissimi, consente a chiunque di acquisire esperienze virtuali, ma vicinissime al mondo reale, su traiettorie, gestione della potenza, set up, guida: come se ci si sedesse su una vera Formula Uno. 

Poi i più bravi (e i più facoltosi) possono noleggiare i simulatori professionali. Una preparazione che insieme alle prime gare in pista consente a ragazzi giovanissimi di essere pronti in breve tempo a guidare macchine più potenti e impegnative. Quelli che si distinguono (e che hanno alle spalle mezzi economici), sono ingaggiati nelle F1 Academy. 

Oliver Bearman è uno di loro. Tutto ciò non basta se non si hanno talento e applicazione, ma soprattutto se non si hanno soldi. Di piloti in gamba ce ne sono stati tanti, anche se molti di essi non sono mai arrivati alle formule maggiori. Persino se da ragazzi hanno battuto Senna o Hamilton, come successe a Terry Fullerton, più volte citato dal compianto Ayrton come il suo avversario più forte in gioventù. Oggi è ancora più difficile, i posti in Formula Uno sono limitati a 20. Oltre alla selezione in pista, è stato calcolato che per accedere alla Formula Uno occorrano almeno 8 milioni di euro, tra stagioni nel kart agonistico, Formula 4, Formula 3 e Formula 2, prima di poter sperare, solo sperare, di farsi vedere. Il possesso della SuperLicenza non garantisce un posto in una scuderia. Chi ha sponsor consistenti alle spalle con la modica cifra di una dozzina di milioni può provare a trovare posto in un team di secondo piano. La prestazione di Bearman a Jeddah è un gigantesco biglietto da visita per la prossima stagione. Ma non sarà né semplice né scontato.

IL FASCINO DEL PILOTA BAMBINO

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  TRACCE  Qualche novità rispetto all’anno scorso. Forse

Lo spartito del campionato 2024 sembra essere sempre più la copia di quello del 2023. Poche differenze rispetto alla scorsa stagione. Però qualcosa di leggermente diverso, se si osserva con attenzione, c’è. Pérez sembra meno fragile della scorsa stagione, il distacco da Verstappen a Jeddah è stato più contenuto del solito e anche il rapporto con Max sembra migliorato. La Ferrari è la seconda scuderia, anche se le distanze con la Red Bull per ora restano enormi. La McLaren non sta confermando (ancora) quanto di buono mostrato nella seconda parte della scorsa stagione. Norris è stato in testa per 5 giri, ma solo per la decisione del suo team di non cambiare le gomme all’ingresso della Safety Car. Poi è stato pian piano risucchiato all’indietro, e dopo il pit-stop è stato sopravanzato anche dal compagno di squadra Piastri. È invece evidente quanto la Mercedes dovrà puntare tutto su George Russell, che ormai batte ripetutamente in prova e in gara Hamilton. Più in avanti nella stagione si capirà se, al di là di tutti i discorsi di facciata, Sir Lewis stia davvero dando il massimo nel suo ultimo anno in Mercedes o se la scuderia non lo stia supportando del tutto. Perché un Hamilton così anonimo lo abbiamo visto raramente. Della Aston Martin si è visto poco, a parte le frizzanti comunicazioni via radio di Alonso. Il confronto con l’avvio scoppiettante della scorsa stagione è impietoso. Due podi in due gare nel 2023, soli 13 punti quest’anno.

 

  CAMEI L’intruso Hulkenberg

Quel che non è cambiato, anche a Jeddah, è l’inferiorità delle cinque scuderie dal sesto posto in giù. Se Lance Stroll non avesse toccato il muro al quinto giro, anche stavolta nei primi 10 posti avremmo avuto le prime cinque macchine del mondiale 2023. L’intruso di turno è Nico Hulkenberg con la sua Haas. Un magro punticino, ma è il primo delle “altre scuderie”. La crisi Alpine prosegue, e stavolta ci si è messo pure il cambio di Gasly che si è rotto durante il giro di formazione. Il francese è il primo, e finora unico, pilota in stagione a ritirarsi per noie meccaniche. In questa ottica, il 13mo posto di Ocon è quasi eroico. Gli altri team non stanno molto meglio, sembrano navigare a vista aspettando tempi migliori. È questa la Formula Uno che voleva Liberty Media?

 

  MAPPE  La scuola britannica

Una menzione a parte la merita la vecchia, cara scuola britannica, quella dei 20 titoli mondiali, dei 143 piloti che hanno partecipato almeno una volta ad un GP, dei 308 Gran Premi vinti in 74 anni di Formula Uno. A Jeddah in pista c’erano quattro piloti inglesi di nascita, tutti e quattro sono arrivati a punti, con Bearman che si è aggiunto a Russell, Norris e Hamilton. 

È una Formula Uno sempre più a trazione britannica, con le sedi delle scuderie quasi tutte oltremanica, le sole RB Racing Bulls e Ferrari in Italia, Kick Sauber in Svizzera. Un pilota italiano manca da più di due anni, l’ultimo è stato Giovinazzi. Prima del suo approdo in F1 c’era stata una pausa di sei anni dopo l’addio di Vitantonio Liuzzi. Eppure l’Italia è la terza nella storia come presenze. Gli USA hanno avuto 153 piloti in F1, il numero più alto nella storia, ma sono tornati con Sargeant solo dopo 8 anni di assenza. Con risultati peraltro scarsi. 

La Germania, che ha avuto 48 piloti e 12 mondiali vinti, manca da due stagioni, dopo l’esperienza fallimentare di Mick Schumacher. Fu il primo tedesco dopo Pascal Wehrlein, uscito dalla F1, con scarsissimi risultati, quattro anni prima del suo arrivo. La geografia è cambiata da tempo e cambierà ancora, soprattutto se la ricerca da parte di Liberty Media di nuovi appassionati continuerà a espandere i confini di questo sport.

 

  ORIZZONTI La prima di domenica

Tra due settimane si torna in pista in Australia, stavolta di domenica. Il ritmo della Formula Uno del 2024 è frenetico, ma ciò non impedisce di alimentare polemiche, pettegolezzi e chiacchiere. Sette Cilindri resta allergico al chiacchiericcio senza evidenze. Il caso Horner, i rumors intorno al futuro di Verstappen, così come tutte le polemiche alimentate dal web e dai social suscitano poco interesse nei veri appassionati di uno sport che a molti altri può sembrare noioso e sempre uguale. Ma che invece nasconde infinite sfaccettature tecniche e umane. E anche il più acceso dei tifosi non deve mai dimenticare quanta dedizione, applicazione e sacrifici ci sono dietro le vite dei piloti, degli ingegneri, dei tecnici, dei meccanici e di tutti coloro che hanno dedicato se stessi a questo lavoro. Non esiste solo il pilota per cui tifiamo, e non esistono solo due, tre scuderie che meritano attenzione e considerazione mediatica. Nel momento in cui abbassa la visiera e schiaccia l’acceleratore, ogni pilota merita la nostra ammirazione. Lui e tutte le persone che lo supportano in pista e nei box.

 

 

   PUZZLE Che cosa si dice in giro    

 ◇  Leo Turrini, il Resto del Carlino: Temo che questo sia un Mondiale usa e…Gedda per la Formula Uno, nel senso che in Arabia Saudita Verstappen ha ribadito la devastante superiorità della Red Bull.

 ◇  Giorgio Ursicino, il Messaggero: Una corazzata del genere è inaffondabile, può essere solo azzoppata dal “fuoco amico”. Mentre Max e Checo spruzzano champagne per la seconda volta in una settimana dell’inizio del Campionato, le voci esplosive non si placano. Parlano tutti, ormai non si capisce più neanche di cosa. Parole devastanti come cannonate. Poi, i personaggi che dovrebbero essere acerrimi nemici, insieme sotto il podio, magari sorridendo soddisfatti. Da Horner i riflettori sono passati a Marko, coinvolgendo anche Newey ed in particolare Verstappen che inizia a parlare di «situazione necessarie perché possa rimanere». Per Richelieu Wolff è cacio sui maccheroni e dopo aver detto che per Max non si può mai dire mai, ora annuncia che è disposto ad ingaggiare anche l’anziano ex pilota austriaco (ha vinto una 24 Ore di Le Mans), vero mago per la gestione dei piloti e come “talent scout”. Sia come sia, la scomparsa non molto tempo fa del guru Dietrich Mateschitz che, dopo aver inventato la bevanda energetica globale, ha creato anche la favola della velocità. Non è però riuscito ha lasciare un ambiente coeso e le pedine fondamentali dell’organizzazione si sono scagliate una contro l’altra

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 ◇  Luigi Perna, la Gazzetta dello sport: Siccome sono finiti gli aggettivi per descrivere le imprese di Max Verstappen, che continua ad aggiungere pagine alla sua leggenda personale in F.1, tanto vale cercare un altro eroe nella notte di Gedda. Si chiama Oliver Bearman, ha 18 anni e 10 mesi, ed è riuscito ad andare subito a punti nel primo GP disputato, al volante della Ferrari. Basterebbe questo per capire di che razza di storia parliamo [le sue pagelle]

 ◇  Alessandra Retico, Repubblica: Ollie si toglie il casco con su disegnato un orso in onore al suo cognome (Bearman), sulla faccia colano litri di sudore. «Sono un po’ stanco, probabilmente si vede che non sono al meglio!». Altro che, forse l’inglesino coi riccioli da dandy non si rende conto di essere il ritratto, bellissimo, di un sogno” [le sue pagelle]

 ◇  Jacopo D’Orsi, la Stampa: Cresciuto nel mito di Jenson Button (campione 2009) più che del divino Lewis, da allora «Ollie» vive in affitto a Modena. Ha dovuto convincere la mamma, che spingeva per gli studi, «è stato come andare all’università due anni prima». Ha raccontato che in Italia gli mancano la famiglia e i due cani, ma anche che «il cibo è molto migliore che in Inghilterra», in particolare la pizza margherita. Con l’italiano ormai ci sa fare e sui social il suo simbolo è un orso, giocando con il cognome: uomo-orso, appunto. Un orso che ringhia, come ha fatto lui nel circuito più difficile – con i muretti da sfiorare a 250 all’ora – su cui debuttare senza preparazione, con una sola sessione di libere alle spalle. È uscito esausto dalla SF-24, sudatissimo, con il collo a pezzi per la micidiale accelerazione laterale cui si è sottoposti su questi bolidi da mille cavalli” [tutto qui]

 ◇  Giorgio Terruzzi, Corriere della sera: Chi ha figli di quell’età lì, 18 anni; chi ricorda i propri 18 anni, può avere misura dell’impresa riuscita a Oliver Bearman, protagonista di un esordio sulla macchina più ambita e osservata in assoluto, su una pista che mette a dura prova lo stomaco di chi guarda in tv.  Il verso di questa avventura che affascina l’intera platea del motorismo, riguarda la condizione in cui si trova il pilota di riserva di un team di vertice, pronto all’evenienza ma impossibilitato a sperimentare sé stesso in un test vero, lungo e tosto come una gara. Senza contare il rientro immediato ed inevitabile nell’ombra, con scarsissime probabilità di replica o di conferma, dato il talento dei titolari [tutto qui]

 ◇  Fulvio Solms, Corriere dello sport-stadio: Buffo ed eloquente l’SOS lanciato via radio da Ollie alla squadra: «L’acqua mi va ovunque tranne che in bocca!» Neanche ha potuto idratarsi il poverino, laddove serviva eccome. Se questa è la Ferrari, ha un grande futuro

 ◇  Umberto Zapelloni, il Giornale: Il giro più veloce è stato uno zuccherino in coda a una gara che Charles ha chiuso a 18”639, scavalcato anche dall’altra Red Bull di Perez dopo appena quattro giri. Un segnale che comunque conferma i progressi Ferrari: un anno fa per come si mangiava le gomme, non sarebbe mai arrivata a ottenere il suo giro migliore dopo 43 tornate sulle Pirelli bianche. Anche Bearman ha ottenuto il suo miglior giro alla fine. Segnale che la Ferrari aveva gestito bene le gomme, forse era stata addirittura troppo conservativa all’inizio dello stint, dopo il cambio gomme anticipato per l’ingresso della safety car innescato dall’uscita di pista di Stroll” [tutto qui]

 

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