Le sorelle del sincronizzato – L’Italia senza ori nelle acque libere

Per trovare un’Italia senza ori ai Mondiali in acque libere bisogna tornare all’ultima edizione prima del covid, nel luglio di cinque anni fa all’Expo Ocean Park di Yeosu in Corea. La 10km è stata interpretata solo come gara di qualificazione per i Giochi, con la carta che Dario Verani è andato a prendere da supplente per Gregorio Paltrinieri. Sulla mezza distanza – poi – il super-capitano non è andato oltre il quinto posto. Stefano Arcobelli sulla Gazzetta ha scritto: La condotta è stata impeccabile, rimanendo sempre in testa e dettando il rito, ma il caos nel finale, con i troppi colpi proibiti, hanno confermato a Greg che i rivali usano anche le maniere forti e non pensano alla correttezza. In vista dei Giochi la lezione di Doha è chiara. Non solo contro il vincitore francese Fontaine (argento al connazionale Olivier), ma soprattutto Greg ha fatto i conti con l’infrazione commessa dall’ungherese Rasovzky nell’imbuto finale. Domenico Acerenza ha salvato lo zero nelle caselle delle gare individuali con il suo bronzo, prima che la staffetta mista prendesse l’argento. 

 

Una mezza sconfitta anche questa, da campioni uscenti – contro l’Australia. È stato sanato almeno un peccato originale. Il paese di Grant Hackett e degli 8 ori maschili nei 1.500 in piscina, ha riportato un oro delle acque libere fuori dall’Europa per la prima volta dal 2011 con Moesha Johnson, Chelsea Gubecka, Nicholas Sloman e Kyle Lee. L’Australia non era la favorita, ma negli ultimi cinque anni ha alzato il livello delle sue prestazioni [bronzo mondiale 2023 e Coppa del mondo a dicembre]. Casomai era dalla Francia che l’Italia s’aspettava di essere impensierita. E invece. Sesto posto. A 97 secondi dalla medaglia d’oro. 

Sette anni fa la 17enne Oceane Cassignol, il 18enne Logan Fontaine e il 21enne Marc-Antoine Olivier, insieme con la veterana Aurelie Muller, vinsero il primo evento a squadre in acque libere dei Mondiali. La doppietta nella gara individuale maschile aveva lasciato immaginare un risultato differente. 

Quando Philippe Lucas parla di Logan Fontaine, si picchietta la tempia con un dito. Lo stesso fanno Bertrand Bompieyre e Stéphane Lecat. Sono i suoi allenatori e il direttore della nazionale francese di nuoto in acque libere. Quelli che lo conoscono meglio. Con lui è tutta una questione di testa. Sempre. La sua serenità condiziona i risultati più di ogni altro elemento. Così il primo titolo mondiale individuale nella 5km non aveva sorpreso nessuno l’altro giorno, perché loro tre avevano intravisto nei giorni scorsi un cambiamento.

Questo ha scritto L’Équipe nel raccontare l’oro del ragazzo di Normandia, primo davanti a Marc-Antoine Olivier per una storica doppietta francese. Non era una premonizione, solo osservazione. Fontaine scherzava, sorrideva, metteva in mostra la sua forma. Con gli occhi luminosi e il sorriso sulle labbra. Parlava delle sue letture e del sonno ritrovato

Fontaine diceva di essersi liberato dalla prigionia dello scroll del telefono. Aveva appena finito di leggere Into the Wild e mostrava fiero i suoi nuovi tatuaggi, un teschio, un granchio rosso sulla coscia, dei denti di squalo, una ragnatela. 

Con lui – ha scritto Sophie Dorgan da Doha – è anche e soprattutto una questione di sentimento. Aveva perso il sorriso sentendosi stufo nella seconda parte della stagione 2023. Le vacanze di Natale e uno stage in Guadalupa a gennaio gli hanno dato un reset provvidenziale. Anche il frustrante quarto posto nella 10km di domenica non gli ha fatto predere il fluido positivo. Ha semplicemente corretto gli errori commessi nella strategia per superare gli avversari nel finale dei 5 km, la gara corsa che ama.

 

UN BEL GIRETTO DI PAROLE DOPPIATE

Domenico Acerenza  nell’archivio di Slalom

  

22 AGOSTO 2022

La Lucania di Domenico Acerenza si chiama Sasso di Castalda, 834 abitanti, uno di quegli angoli nel sud d’Italia dove non si nasce più, ti autorizzano soltanto a spopolarlo, casomai a morirci, se proprio ci tieni. U Sàsse non ha più l’ospedale, devi andare a Potenza per venire al mondo, così finisce che non smetti di farlo, e per il mondo vai. Sulle sponde del Fosso Arenazzo, ai piedi del centro storico, stanno sospesi due ponti tibetani. Il Petracca è lungo 95 metri, a circa 30 metri di altezza. Il Ponte alla Luna, campata unica, è una passerella di 300 metri e alta 102. Si cammina sul fiume che scorre a valle, all’arrivo sei dentro una sky-walk in vetro, in mezzo alle montagne, non proprio mille metri, ma quasi. 

A Sasso di Castalda ti puoi muovere tra i canyon secchi, aridi, in mezzo ai quali hanno scavato il sentiero della legalità, un percorso che si attraversa soprattutto con la mente. È dedicato a Mimmo Beneventano, un giovane medico, attivista, una vittima della camorra. Quando il  vento ha spazzato il cielo, in mezzo ai lecci si vede fino alla valle del Melandro, fino al Cilento. 

C’è la neve d’inverno, a Sasso, copre le case di pietra del borgo che era abitato pure nell’antichità. Non era distante dalla via Herculia voluta da Diocleziano alla fine del III secolo per collegare il Sannio alla Lucania. Il quartiere della Manca è il guscio di questa antichità, ci hanno vissuto per molto tempo gli ultimi, i poveri. 

Chi lascia Sasso di Castaldo, lascia pure l’oasi sulla collina dove vivono i cervi in libertà, tutelati, custoditi. Lascia il bosco di Costara e il faggio vecchio di quasi 400 anni.

Domenico Acerenza ha cominciato a farlo per cercare una piscina. Ce n’era una piccola a Satriano,  dove si allenava da solo, perché a farfalla, a rana, a dorso, un compagno di corsia lo trovi, ma uno che vuol darsi al fondo è più raro. Era solo, come soli si arriva spesso al traguardo, come ha fatto ieri a Ostia nella 10 km d’Europa. 

 

Matteo De Santis su La Stampa ha parlato di salto del delfino, nel senso dell’eterno secondo che finalmente batte il primo. Il ribaltone di Acerenza d’oro e Paltrinieri settimo. 

Stavolta “Mimmo”, il fidato scudiero che scortava quasi sempre Super Greg al traguardo, aveva annusato che poteva scavallare la siepe oltre l’argento

Arianna Ravelli sul Corriere della sera ha celebrato allora questa figura disabituata a primeggiare, il protagonista è chi in genere veste i panni del n. 2, il Robin di Batman, il Sancho Panza di Don Chisciotte, il Carlo Campanini di Walter Chiari, ma ci vuole stoffa per fare la spalla e quando il protagonista ha un problema, il mondo si rende conto che è perfettamente in grado di tenere il palcoscenico da sola.

Le medaglie sarebbero diventate alla fine 67 con la staffetta mista 4×1250. Formazione: Rachele Bruni, Ginevra Taddeucci che era stata d’argento poche ore prima nella 10 km, Gregorio Paltrinieri in terza frazione, di nuovo Acerenza nel finale. Alessandra Retico su Repubblica ha scritto che il mare prende a schiaffi, si nuota alla cieca. Ma l’Italia ci vede benissimo

 

leggi anche Il ragazzo di Potenza che batté Juantorena

Slalom 9 aprile 2020

 

La prima Basilicata da stupore si reggeva sulle gambe di Donato Sabia, due volte finalista alle Olimpiadi negli 800 metri, oro agli Europei indoor del 1984. L’anno memorabile della sua carriera. Con il primato mondiale sui 500 metri e la vittoria su un Alberto Juantorena al tramonto, al meeting di Firenze. Un eroe, uno dei migliori dell’atletica vera, nella definizione di Sandro Donati, che ammirava il suo rigore nel tenere lontani gli stregoni del doping. 

L’atletica lo aveva sottratto al calcio, lo sport che non ha mai portato la serie A in questa regione, come mai in Molise, non hanno un aeroporto. Sono arrivati in A i vari Antonio Tricarico [portiere della Triestina anni trenta], Nicola Ferrara [scudetto con l’Inter nel 38], Luigi Nobile [scudetto con la Roma nel 42] e fino al Mundial è arrivato Franco Selvaggi, lasciando Pomarico, provincia di Matera

«La federcalcio organizzava dei raduni in Puglia. Ci davano in regalo un pallone e una magliettina rossa. Una volta, a Giovinazzo, ci misero a palleggiare sul palco alla festa del santo patrono. Chi ne faceva di più vinceva un viaggio a Coverciano. Vinsi io. Mi accompagnò il responsabile locale, Michele Andreolo, campione del mondo del ‘38. Non sapevo chi fosse. Lo avevo notato con la cravatta, che stoppava un pallone arrivato a duemila all’ora. Mi era parso un titano. A Firenze mi chiesero di palleggiare, tenni la palla per un tempo lunghissimo, mi parve un’ora, fecero segno: basta, basta. Mi erano venuti i crampi. La mia squadretta si chiamava Gianni Rivera, il presidente impazziva per lui. Gli scriveva lettere per avere delle maglie. Non sono mai arrivate. Quando l’ho conosciuto, gliel’ho domandato. Rivera sostiene che nemmeno le lettere sono mai arrivate. I calciatori del Matera venivano a vedere noi piccoli. Uno di loro, Angelino Rosa, andò alla Ternana e disse ai dirigenti: a Matera c’è un fenomeno, prendetelo. Partii alle 4 del mattino con la 124 scassata del presidente Lo Capo, felice perché saltavo la scuola. Arrivammo un’ora prima, giocai con un piatto di pasta asciutta sullo stomaco. Lo Capo mi prese in disparte e disse: ti vogliono. Io devo tornare a casa, gli risposi. Tirò sul prezzo, a un certo punto sbagliò la mia data di nascita, stava saltando tutto. Due giocatori, Romano Marinai e Antonio Cardillo, si intromisero: se non volete spendere 3 milioni per Selvaggi, lo compriamo noi. Ero terrorizzato. Ma un milione lo davano ai miei e uno al presidente che era operaio. Pensai a loro e firmai».

Ventiquattro anni dopo la sua notte al Bernabéu, Simone Zaza da Policoro sarebbe andato a sbattere su uno dei rigori più goffi nella storia della Nazionale, Euro 2016, contro la Germania. Qualche mese dopo, il cavaliere Emanuele Gaudiano sarebbe andato ai Giochi di Rio de Janeiro nella specialità del salto ostacoli. 

La grande gloria dello sport lucano sta compiendo trent’anni, ed è la squadra di pallavolo di Matera, quattro scudetti consecutivi a partire dal 1992, due Coppe dei Campioni e altrettante CEV, tre volte la Coppa Italia, 1 Supercoppa europea. Non esiste più dal 2000. Erano finiti i soldi. Quelli che andò a cercare la famiglia di Raffaele Giordano in America, partendo da Rionero in Vulture. Diventò campione del mondo dei pesi welter nel 1933 e dei pesi medi cinque anni dopo con lo pseudonimo di Young Corbett III. Papà Vito e mamma Gelsomina erano emigrati quando lui era un neonato, a Pittsburgh e poi a a Fresno, in California. Prima di trovare la sua fortuna nei pugni, Raffaele aveva venduto giornali per la strada. Tra un match e l’altro faceva l’istruttore di educazione fisica per la polizia stradale dello stato della California e coltivava uva. A Fresno gli hanno dedicato una statua in bronzo. 

 

 IL MONDIALE È TUTTO UN

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  UNO CONTRO CENTO  Sorelle contro

Wang Liuyi e Wang Qianyi della Cina hanno preso la loro quarta medaglia d’oro a Doha e il decimo mondiale assoluto nel Duo femminile libero. Hanno battuto le olandesi Bregje de Brouwer e Noortje de Brouwer, così se vi pare che entrambe le coppie abbiano cognomi in comune, l’impressione è giusta. Sorelle sono le cinesi, sorelle sono le olandesi.  Bronzo alle inglesi Kate Shortman  e Isabelle Thorpe – che non sono sorelle ma si vogliono bene. 

Anche a Budapest 2022 il duo cinese aveva vinto tutto, quattro ori. Il sito della federazione internazionale sottolinea la crescita complessiva del movimento nell’America Latina, con le buone prestazioni di Aruba, Brasile, Cile, Colombia, Cuba e Messico, grazie al programma di sviluppo lanciato nell’area. 

 

 

AVANTI UN ALTRO Insuperabile Cina

Non si sono state sorprese stavolta nei tuffi, finale maschile del sincro dalla piattaforma. Pure qua la Cina ha dominato, con la coppia formata da Lian Junjie e Yang Hao, davanti a Thomas Daley e Noah Williams, gli ucraini Oleksii Sereda e Kirill Boliukh. Diversi nove e mezzo e dieci per i cinesi nel triplo e mezzo rovesciato raggruppato e nel quadruplo salto mortale e mezzo avanti raggruppato, segnala Oa Sport. Si tratta dell’undicesimo oro cinese nella specialità in 14 edizioni. Yang Hao è al quarto personale, il terzo consecutivo con Lian Junjie. Gli ucraini guardano cosa può esserci oltre l’orizzonte. Hanno 34 anni sommati in due [16 Boliukh e 18 Sereda]. 

Qui a Doha la Cina ha vinto 7 ori su 10, tutte le gare a cui si è presentata. 

 

 

  La fase a gironi del torneo femminile di pallanuoto si è chiuso con la vittoria dell’Italia sul Canada [12-8] e quella dell’Ungheria sull’Australia [13-9]: primo posto nel girone e qualificazione diretta ai quarti di finale. Come USA e Spagna. Sono ancora sei le squadre che possono conquistare un posto ai Giochi di Parigi. Kazakistan e Gran Bretagna partono sfavorite contro Grecia e Australia, Nuova Zelanda-Canada sarà uno scontro diretto. È assai probabile a questo punto che la qualificazione per le semifinali possa valere il passaggio all’Olimpiade. 

 

  COSA GUARDARE OGGI

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  IL PROGRAMMA DI VEN 9 FEB

ore 7.30 Preliminari Duo Libero Misto | 12 Finale Libero a squadre

 

torneo maschile ore 7 Serbia-Stati Uniti (Gruppo C) | 8.30 Montenegro-Giappone (Gruppo C) | 10 Kazakistan-Ungheria (Gruppo D) | 11.30 Romania-Italia (Gruppo D) | 14 Australia-Spagna (Gruppo A) | 15.30 Sudafrica-Croazia (Gruppo A) | 17 Grecia-Francia (Gruppo B) | 18.30 Brasile-Cina (Gruppo B)

 

ore 10 Semifinali trampolino 3 metri femminile | 13 Preliminari Piattaforma maschile [con Riccardo Giovannini e Andreas Sargent Larsen] | 18.30 Finale Trampolino 3 metri femminile

 

  ore 8.30 Staffetta mista 4x1500m

 

in tv su Rai Sport, Rai Play, Eurovision Sport [qui]

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