Un numero 7 chiamato Uccellino – La morte di Kurt Hamrin

Breve ripasso del mondo stregato da Kurt Hamrin. Era l’idolo di Paolo Rossi, era l’idolo di Rocco Commisso, era un idolo trasversale alle ideologie politiche, stava nel cuore rosso di Maurizio Sarri e nel cuore nero di Marcello Veneziani. Hanno tutti confessato di essere impazziti da ragazzi per lui, il più puro fra i numeri 7, un’ala elegante e vera, partito dalla Svezia e mai più tornato da Firenze, dove gli han voluto bene più che altrove. 

Chi l’ha visto diceva che avesse fantasia e tiro, era leggero e veloce perciò lo chiamarono Uccellino e Faina. Dribblava stretto stretto e se ne andava, qualche volta con un tunnel, qualche altra con un rimpallo sulla tibia del difensore. Era il quinto figlio di un imbianchino e aveva cominciato a lavorare come zincografo nella redazione del Dagens Nyheter di Stoccolma. Sveglia all’alba, in tipografia dalle 7.30 fino alle quattro del pomeriggio tra l’odore del piombo e dell’inchiostro, e nel frattempo giocava nell’Aik, senza un ingaggio. Gli davano cinquanta corone per ogni partita vinta, una pacca sulla spalla per ogni altra persa. Aveva 39 di piede e la Juventus occhi ovunque. Un dipendente della Fiat a Stoccolma lo segnalò a Gianni Agnelli che si mosse di persona per andare a Lisbona a vederlo in nazionale contro il Portogallo. Organizzò al volo un incontro negli uffici della fabbrica in Svezia e per 15mila dollari se lo portò a Torino.

Prima partita: due gol contro la Lazio, in porta stava Bob Lovati. Hamrin cominciò a farsi male troppo spesso, l’osso di un piede, una caviglia, si sparse la voce che era fragile. Agnelli nel frattempo aveva preso John Charles e Omar Sivori, gli stranieri in serie A erano due, l’uccellino volò a Padova, dove lo aspettava il calcio essenziale di Nereo Rocco. 

 

Come ha scritto Luigi Gianoli sulla Gazzetta dello sport del tempo, il Paron gli soffia vento nelle ali. Kurt porta la squadra al terzo posto con 20 gol. Rocco è sia un papà sia un fratello. Gli aveva vietato di guidare l’auto. Diceva che i suoi giocatori non dovevano mai stare fermi e lui ascoltava, allo stadio ci andava a piedi dalla stazione, per il Paron sarebbe andato pure al Milan. A vincere lo scudetto. Stava in attacco di fianco a Sormani e Altafini, più Rivera alle spalle. Rocco. Il difensivista. 

Ha chiuso con l’Italia a Napoli, 22 partite, ma in mezzo c’è stato l’amore di Firenze. Nove anni, quattro volte al secondo posto, due Coppe Italia, una Coppa delle Coppe. Mario Sconcerti ha spiegato una volta sul Corriere della sera l’esplosione di quella generazione svedese fra 1948 (oro olimpico) e 1958 (finale mondiale) con la neutralità del paese nella seconda guerra mondiale. 

Eravamo un paese distrutto – ha scritto – la nostra statura media era sotto il metro e settanta, il peso intorno ai sessanta chili. Stavamo ricostruendo il paese in bicicletta e avevamo abbastanza fame. Ma c’era la voglia di inventare che spesso nasce quando la miseria diventa fantasia. Pensammo che quei ragazzi biondi, alti, così diversi, potessero essere un’occasione. Amavamo un’abbondanza che non avevamo. Non a caso al cinema fu l’epoca delle maggiorate, ci piaceva il tanto. Così si aprì una vera caccia agli svedesi e, per sintonia, anche ai danesi. Arrivarono tutti mentre il Grande Torino moriva lasciandoci senza un’altra idea di calcio. Puntammo sulla loro diversità

Hamrin era il più diverso fra i diversi, la risposta europea al brasiliano Garrincha [Massimiliano Castellani su Avvenire]. Gianni Mura andò a trovarlo nella sua casa vicino Coverciano quando per Repubblica scrisse una serie di ritratti di stelle del passato, si chiamava Il campo dei ricordi. Un incontro sorprendente sin dall’attacco del pezzo. Mura raccontò che sul citofono c’era scritto Hamrim, con la emme. 

Mi viene un dubbio: che in tutti questi anni abbiamo sbagliato a scrivere Hamrin. Invece era sbagliato il nome sul citofono, Uccellino lo aveva lasciato così. Marianne, sua moglie, l’aveva incontrata al ballo del quartiere quando lei lavorava in una panetteria, pure lei mattiniera, in piedi dalle quattro del mattino. Era lei a custodire ritagli, oggetti, aneddoti. Sapeva che Hamrin non era mai stato ammonito e che una volta, solo una volta, aveva giocato con il numero 10. 

Quando ha smesso, Hamrin si è dato all’import-export di ceramiche. Per un po’ si è divertito a veder crescere i bambini della Settignanese. Aveva smesso di andare allo stadio con la fine delle partite di domenica alle tre, ma continuavano a piacergli i gesti antichi come i dribbling, i tunnel, i rimpalli sfacciati sulle tibie. Disse di essersi rivisto un’ultima volta in Dybala – quando ancora stava a Palermo. Disse di odiare i simulatori e sua moglie Marianne gli gridò che una volta contro la Germania aveva fatto finta pure lui.

Di tutto il calcio vissuto e guardato, Hamrin conservava negli occhi una scena più di tutte. Il Brasile campione che nel ’58 dopo la finale fa il giro del campo portando la bandiera della Svezia. Il Brasile di Pelé e di Zagallo

 

fonti e ritagli | Germano Bovolenta, la Gazzetta dello sport, 8 maggio 2005Gianni Mura, Repubblica, 27 gennaio 2014 Tony Damascelli, il Giornale, 19 novembre 2014 Mario Sconcerti,  Corriere della Sera, 8 novembre 2017 Claudio De Carli su il Giornale, 5 giugno 2023

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.