Il ragazzo che può far grande il Messico nel ciclismo

Forse dovremo aggiungere presto un posto alla tavola dell’El Dorado, forse ci sarà da allargare ancora un po’ la mappa del ciclismo. Prima che tornassero a vincere Francia, Belgio e Olanda, ai Mondiali su strada maschili sono arrivate fra 2009 e 2019 sei nazioni che non ce l’avevano mai fatta prima: la Danimarca, la Norvegia, la Slovacchia, il Portogallo, la Polonia, l’Australia. Ora si candida a fare irruzione nell’Élite il Messico. Lo deve a un ragazzo di 21 anni, si chiama Isaac del Toro Romero. Ha vinto al Tour Down Under in Australia con un colpo che si dice da finisseur. È il suo primo successo da professionista, alla seconda corsa dell’anno, ma soprattutto l’estate scorsa aveva già messo la bandierina del suo paese nell’albo d’oro del Tour de l’Avenir. 

Il Tour de l’Avenir sarebbe il Tour de France per i più piccoli. Nella storia del ciclismo ci sono stati sette corridori che hanno preso l’uno e l’altro. Dall’elenco dovremmo escludere Laurent Fignon, titolare di un record insuperabile. Ha vinto prima tra i grandi e poi tra i piccoli, ma tra i piccoli era fuori tempo massimo, aveva 28 anni. Erano solo cambiate la formula e l’anima della corsa, all’epoca sua si chiamava Giro della Comunità europea – prima di tornare alla vocazione di partenza. 

Felice Gimondi fu il primo ad annunciarsi all’Avenir per prendere poi la vera maglia gialla. Fece tutto nel giro di un anno. Nel 64 era il più bravo dei piccini, nel 65 si lasciò alle spalle gli adulti. Joop Zooetemelk è quello che ha impiegato più tempo a colmare il divario [1969-1980], dopo sono venuti Greg LeMond [1982-1986], Miguel Indurain [1986-1991], Egan Bernal [2017-2019] e Tadej Pogačar [2018-2020]. A quell’edizione del 2018 curiosamente corse pure Jonas Vingegaard, ma non lasciò alcuna traccia. Faceva parte della nazionale danese velocissima nella cronosquadre di Orleans, ma quel giorno il fenomeno sembrava Mikkel Bjerg. 

Il Belgio si aspetta che arrivi presto l’avvenire di Cian Uijtdebroeks [edizione 2022] giacché un trionfo al Tour manca dai tempi di van Impe [1976]. Ma noi adesso cominceremo a guardare che combina il giovane messicano, forse più adatto ai colpi di un giorno nelle Classiche che a far classifica per tre settimane. Pierre Menjot su L’Equipe dice che siamo di fronte a un diamante grezzo dalle potenzialità ancora misteriose, affinate durante gli anni trascorsi da apprendista ciclista a San Marino.

 

Del Toro è il cognome di papà, Romero è il cognome di mamma. Isaac viene da Ensenada, la regione della Baja California affacciata sul Pacifico, anzi la Cenicienta del Pacifico, Cenerentola. Un posto con un passato leggendario, una città creata in mezzo alle miniere della zona, frenata nel suo sviluppo dalla Revolución e trasformata grazie al proibizionismo americano. Quelli che cercavano alcol e divertimento, attraversavano il confine e andavano là, nel lusso dell’Hotel Riviera, inaugurato nell’ottobre del 1930 con la Xavier Cugat e il pugile Jack Dempsey. Durante la seconda guerra mondiale diventò un sito militare, ebbe un suo nuovo splendore negli anni Cinquanta e nel 1964 venne statalizzato, chiuso e demolito. Olé. Qualcuno sostiene che lì dentro sia stata inventata la Margarita, ma probabilmente è una leggenda. 

Isaac racconta di passare le sue giornate a guardare video di ciclismo. Pensa che certe situazioni del passato si possano ripetere. Quest’anno ha messo in cima agli obiettivi il Mondiale e le Olimpiadi. È lucido, il ragazzo. Sono le due corse nelle quali avrà la maglia della nazionale e potrà dirsi capitano. Nel resto dell’anno veste la mezza manica dell’UAE. La squadra di Pogačar. Anche questo è un indizio. 

 

 

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