Per oltre mezzo secolo Hong Kong era sparita dalla mappa del calcio. Fra il 56 e il 68 aveva giocato tre volte la Coppa d’Asia facendo due semifinali e un quinto posto. Dopo più nulla. Quasi nulla. Qualche eco, qualche eco lontano di un’attività locale. Nel maggio del 1985 giunse la notizia di una vittoria per 2-1 sulla Cina, così rumorosa da costringere il cittì e il presidente della federazione di Pechino a dimettersi. Ci furono 127 arresti dopo la partita. Nel 2009 è arrivato l’oro ai Giochi del Sud est asiatico, ai rigori in finale contro il Giappone. Cose spoaradiche. Hong Kong è tornata a farsi vedere grazie al traino del Kitchee, sei scudetti negli ultimi 10 anni, il primo club a qualificarsi per gli ottavi di Champions, qualche ingaggio fuori scala cone Diego Furlan e Onazi. Una decina di naturalizzati [brasiliani, inglesi, un francese, un camerunense] e soprattutto il grande lavoro di Jørn Andersen, il cittì norvegese che da attaccante era stato capocannoniere in Bundesliga con l’Eintracht Francoforte nel 1990. Ha allenato in Grecia e Austria. Ha assunto la guida del Mainz che era appena retrocesso e che aveva appena esonerato l’allenatore, uno strano tipo, si chiamava Jurgen Klopp. Andersen ha riportato il Mainz in Bundesliga al primo tentativo e poi in semifinale di Coppa di Germania. Quando se ne andò, la stampa scrisse che aveva litigato con i suoi giocatori.
La sua formazione da allenatore può dirsi però compiuta in Corea del Nord, dove ha allenato la nazionale tra il 2016 e il 2018. Un’esperienza raccontata da un lungo articolo di James Montague su Bleacher Report.
Quando lo contattarono per proporgli un lavoro in Asia, non gli fecero neppure il nome della nazionale che avrebbe dovuto guidare. Gli emissari non svelarono subito per conto di chi stessero conducendo quel sondaggio. Il nome della Corea del nord emerse solo dopo alcune chiamate esplorative. Ci vollero cinque mesi per firmare. L’accordo prevedeva che avrebbe dovuto vivere a tempo pieno nel paese. Andersen sentì sua moglie Ulla e dissero di sì. Rimase stupito dalla tranquillità, dall’assenza di macchine e di pressioni dei giornali, l’assenza pure di discorsi sul calcio al ristorante. In Norvegia venne molto criticato per aver detto di sì a Kim Jong Il. Anche Amnesty International fece sentire il suo dissenso. Jørn viveva a Pyongyang, in albergo, ma libero di muoversi – ha sempre detto. Giocava a golf con altri stranieri, principalmente personale dell’ambasciata.
A Hong Kong lo considerano una specie di eroe perché a gennaio la squadra ha battuto di nuovo la Cina in amichevole, a distanza di 29 anni dall’altra volta. Secondo il Guardian la partita si è svolta a porte chiuse per limitare la pubblicità. Al South China Morning Post Andersen disse che non aveva avuto bisogno di motivare la squadra. Otto anni fa la federazione è stata multata di 40.000 dollari locali quando i tifosi avevano fischiato l’inno nazionale cinese durante una partita in Qatar. La Marcia dei Volontari è anche l’inno di Hong Kong dal 1997 e da quattro anni c’è una kegge che punisce i fischi. Negli ultimi anni, dentro gli stadi è stata cantata spesso Glory to Hong Kong, l’inno delle proteste contro Pechino, e nel 2022 gli altoparlanti l’hanno diffuso ufficialmente durante la partita di rugby contro la Corea del Sud, all’Asia Rugby Sevens Series . Gli organizzatori parlarono di errore umano. L’anno scorso, a tutte le federazioni di Hong Kong è stato ordinato di includere “Cina” nei loro nomi, con la minaccia di essere privati dei finanziamenti o del diritto di competere a livello internazionale. Il calcio ha obbedito.
ore 18.30 in streaming su OneFootball: Hong Kong-Iran