
È uno sporco lavoro, ma bisogna farlo. C’è sempre qualcuno che deve prendere sulle spalle il ruolo del cattivo, dell’antipatico. Se giochi al centro della difesa della Juventus sei spesso un buon candidato. Lo sapeva bene Sergio Brio, forse il capostipite della famiglia, da Gianni Brera negli anni definito rude, demoniaco, energumeno, dai cardini rugginosi, fintamente sicuro [“Se Brio si muove eccessivamente va in crisi come l’artiglieria”], e poi granitico, acromegalico, di limpida ferocia, capace di gollastroni in incursioni aeree. Gli diede due soprannomi. Il primo era Maciste – come Bruno Bolchi. Il secondo era Margutte, il semigigante astuto e maligno apparso nel Morgante di Luigi Pulci, “dalle membra strane, orride e brutte”. Un’altra volta ancora Brera scrisse che Brio gli ricordava un personaggio di Uomini e Topi di Steinbeck, non precisò altro, ma doveva trattarsi certamente di Lennie Small, stazza imponente e grande forza fisica nonostante quel cognome. “Spesso la mole – disse Brera di Brio – ha tramato contro l’integrità delle sue ginocchia. Non è agile nei movimenti minimi. In compenso è attento e spietato nei tackles e quasi imbattibile nel gioco alto. Sullo stile meglio non disquisire”.
Così sarebbe poi venuto Pasquale Bruno, “in un certo senso vittima della sua immagine” scrisse Gianni Mura, chiamandolo difensore che “scene di isteria come la sua se ne sono viste molto raramente”. Una presenza frequente nella rubrica dei Sette giorni di cattivi pensieri, con voti altrettanto frequenti fra il 2 e il 3. “Ma non aveva sempre detto, Bruno, di amare il calcio nordico, non questo italiano, inquinato da troppe signorine? E non s’è accorto che nel calcio del nord si entra sugli avversari solo se il pallone è nei dintorni?”.
Brio, Bruno, e poi Paolo Montero primatista di squalifiche [“il carognone per antonomasia, poi è arrivato Materazzi” ancora parole di Mura] fino a Giorgio Chiellini. È uno sporco lavoro e adesso se ne fa carico Federico Gatti,
Stamattina su Repubblica Maurizio Crosetti scrive proprio che “c’è chi nelle movenze di Federico Gatti intuisce qualcosa di Chiellini: per il momento è solo un augurio, però la suggestione non sembra peregrina. Anche Gatti è un muscolare assai generoso, spinto dall’istinto verso la porta altrui a dispetto di una tecnica non eccelsa, ma tutto si può migliorare e su tutto si deve lavorare. Il percorso di Federico Gatti, dai dilettanti alla Juventus e alla Nazionale, incoraggia ogni ragazzo che sappia scommettere sulla volontà e sulla tenacia. Non arrivano in alto (sui tetti!) solo i baciati dalla grazia. Gatti ha comprato il pane in provincia e ha imparato a masticare anche quello un po’ duro. Ha montato finestre e zanzariere, infissi e porte, arrampicandosi su ballatoi, tegole e balconi. Trovate altri calciatori delle ultime generazioni con un simile percorso, vagamente neorealista”.
Secondo Ultimo Uomo Gatti è già entrato a far parte della mistica dei giocatori operai della Juventus. Ha scritto Alfredo Giacobbe: “Gatti racconta che quando entra in campo tutto sparisce dalla sua testa: le difficoltà, i problemi, tutto si allontana in un istante; ci sono solo i compagni, gli avversari e la palla. La partita di Gatti è una continua lotta per la sopravvivenza. Autoritario sui palloni alti, tenace nella marcatura, attaccato alla schiena di un avversario per tutto il campo”. Ultimo Uomo lo mette nella lista a cui appartengono gli Anastasi, i Ravanelli, i Torricelli. È meno convincente quando accosta Gatti a Scirea, che di operaio aveva le radici familiari e il lavoro del papà, ma in campo era aristocratico come pochi, del tutto estraneo al machismo scritto nel copione dei cattivi. Pure ieri, prima di far gol a Meret, Gatti era riuscito a infilarsi negli highlights della partita con una manata allo stomaco di Kvaratskhelia mentre quello batteva un fallo laterale. Ammonito. Kvara, non Gatti. Per la reazione di un pallone tirato dietro la schiena, con il nervosismo sopra la soglia per quattro falli subiti da Cambiaso, senza che Orsato abbia tirato fuori il giallo.
È arrivata la quarta vittoria della Juventus per 1-0 nelle ultime sette giornate, nella quinta partita consecutiva di dis-possesso palla, l’ottava della stagione, la terza di fila sotto il 35%. Un’altra vittoria con un gol di un difensore. La pagina facebook Calcio da dietro la chiama “la credibilità attuale del calcio di Allegri” parlando di un allenatore che si fa scivolare addosso le critiche come pochi.
“La vittoria contro il Napoli segue uno spartito ormai noto: tanto, tanto pragmatismo, unito al sano motto di “prima non prenderle e poi, semmai, darle”. Bello? Brutto? Preistoria? Mesozoico? Credibile. Gatti ne è la piena dimostrazione, come tutta la squadra. Agli occhi dei tifosi più o meno interessati potrà non piacere, ma per vincere bisogna avere un gruppo che creda in quello che professa la guida che indica loro la via. Non lo diciamo noi, ma un certo Phil Jackson. Uno che prese un Jordan stellare, ma perdente e gli fece credere nell’importanza del gruppo per ottenere l’agognato anello. Ecco, se dobbiamo descrivere l’Allegri di questa stagione, credibile è l’aggettivo più adatto che gli attribuiamo. La squadra lo segue e ad ogni vittoria ci crede sempre di più”.
Alessandro Bocci sul Corriere della sera stamattina dice che “lo Stadium soffre e gioisce per la sua squadra non certo spettacolare, che farà storcere la bocca agli esteti, ma è solida, combattiva, energica, allegriana dall’inizio alla fine. La sostanza prima della forma. La difesa di ferro è l’anima della Juve”. Paolo Brusorio su la Stampa considera: “Giungla o radura: la missione si compie sempre. Allegri ha trasformato le necessità in virtù, capovolta obbligata e chissà se anche sufficiente per vincere lo scudetto”.
Emanuele Gamba su Repubblica offre spunti di ragionamento con la sua analisi. “Le partite della Juventus – scrive – sono una replica, hanno un copione seguito alla lettera e allora complimenti allo sceneggiatore: gli altri tengono la palla, i bianconeri li lasciano fare (65-35 di possesso anche stavolta), s’acquattano sereni a protezione delle loro terre, traggono il massimo dalle rare sortite dei loro gregari (Cambiaso e Gatti, ancora) e naturalmente vincono, naturalmente lo fanno di misura e naturalmente si capisce fin da subito, se non addirittura da prima, come andranno le cose. Se tutto ciò funziona, perché cercare altro? La rete gattesca è stato il secondo e ultimo tiro in porta bianconero nonché, per la sostanza anche se non per la statistica, la settima arrivata da palla ferma, visto che l’azione è nata da una rimessa laterale: sono le occasioni che la Juve sa cogliere, mica gliene si può fare una colpa, specie se il confronto è con il gioco velleitario del Napoli, con l’inutile circolazione di palla di un calcio che non viene mai al dunque. Attaccare la Juve è frustrante, demoralizza, ma più che altro è inutile. Se però gli avversari, che oramai il copione lo conoscono, non sanno trovare alternative, perché deve farlo Allegri ora che la Juve è così gratificata dall’essere esattamente come sembra, come è?”.
Ivan Zazzaroni sul Corriere dello Sport-Stadio dice che “l’incidenza di Gatti sul momento e sulla classifica della squadra è notevolissima e fa dimenticare alcune sue manchevolezze. In un calcio che continua a parlare di milio ni mancanti, debiti, fatturati e valuta titoli, zone Champions, passaggi del turno o esclusioni dalle coppe col solo metro del denaro, la missione di Allegri non possa essere che questa: ottenere il massimo col materiale di cui dispone. Non importa come”.