Finzioni | Lettera di Gianni Clerici a Jannik Sinner

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Se si usasse ancora, vorrei scrivere una letterina a Jannik Sinner per dargli con modestia un consiglio, ammesso che un uomo di 22 anni freddo come gli inverni di casa ne abbia bisogno e voglia dar retta a un vecchietto che potrebbe essere il bisnonno. La ex Coppa Davis si può vincere. Dico ex nel senso di finta. Ho sentito più di un rumore, nel cimitero vicino a Longwood Tennis and Cricket Club di Chestnut Hill, a Boston. Erano il Dottor James Dwight e Dwight Davis che si rotolavano nelle loro tombe, per quanto sta accadendo alla loro creatura, la Coppa che porta il nome del secondo. Ricordo che la Coppa, prodotta dagli orafi della Shrimp Crump e Low, venne dapprima messa in palio per avvicinare le due aree degli Usa, Pacifico e Atlantico, allora troppo lontane per un interscambio di tennisti, e si chiamò International Lawn Tennis Championship, prima di prendere il nome di Davis, che divenne anche, guarda caso, sottosegretario americano alla Guerra.

Subito dopo, nel 1900, si verificò il primo incontro con le Isole Britanniche, in cui gli americani dominarono una squadra B inglese, priva dei famosi Fratelli Doherty a causa di una presunta racial superiority ante Brexit. Allora il Tennis era un gioco aristocratico e/o alto borghese, si chiamava Lawn Tennis, tennis sull’erba, ed era diretto dalla ILTF, International Lawn Tennis Federation. Ora le cose sono cambiate, insieme alla Federazione Internazionale, che ha perso il Lawn. Nonostante alla Coppa si iscrivano, nei turni competenti, oltre cencinquanta nazioni, facendone la manifestazione sportiva più frequentata dell’anno. La Davis sta morendo. Perché? Perché tra i primi tennisti del mondo pochi avevano preso a giocarla per il loro paese. Per due ragioni fondamentali. Perché durava 4 settimane l’anno, che confliggevano con il densissimo calendario, e perché i premi della Federazione Internazionale vanno alle Federazioni Nazionali, che decidono come pagare i tennisti per la loro partecipazione. Il mio ex partner di doppio, il povero Philippe Chatrier, gran Presidente ITF, si era già posto il problema prima dell’elezione di Francesco Ricci Bitti, che nei 16 anni della sua direzione ne ha spesso parlato, senza risolverlo. L’unica buona idea, nel casino strutturale contemporaneo, sarebbe stata la creazione di un Commissioner, così come ne esistono nei vari sport professionistici americani, e in una modifica dei due calendari.

In questa valle di lacrime, dove ho pianto anch’io il giorno in cui ero stato convocato contro l’Olanda nel 1953, e poi cancellato dal capitano Barbato per offese alla Federtennis (ero già un giovane giornalista), mi immagino che pianga adesso mr. Dwight Davis nella sua tomba, perché quella che porta il suo nome è una gara diversa.

Ho trascorso la mia vita nel tennis, e la Coppa Davis ne è un parte non secondaria. Ho visto piangere un uomo, che si chiamava Valentino Taroni, quando avevo nove anni, e non immaginavo che i grandi piangessero. Valentino era stato accoppiato con tennista di Fiume, Kucel, ribattezzato dai fascisti Cucelli, per la presunta superiorità razziale. I due avevano perso male, nel 1939, da Puncec-Mitic, jugoslavi veri e, tornando al lago di Como in auto accompagnati da mio papà, Taroni si era messo a piangere, perché il capitano Fazzini gli aveva tolto il suo abituale partner Quintavalle e imposto Kucel. Il risultato era stato drammatico, quattro soli games vinti. 

Ma la ex Coppa Davis si può vincere. E Sinner è il giocatore adatto al delitto perfetto. Il nostro ragazzo mi ha impressionato per potenza, velocità di braccio e sveltezza di gambe, due trampoli che paiono non finire mai ed essere robusti come legno. Fantastico sui colpi di rimbalzo con i piedi ben piantati cinque metri oltre la riga di fondo campo, colpi micidiali uniti a un servizio molto migliorato in peso e sicurezza. Riesce così a cogliere in controtempo l’avversario, quasi sempre costretto in difesa a fare il “tergicristallo” macinando chilometri e energie. Si è messo al lavoro con la serietà di un boscaiolo di San Candido dal tocco magico e spietato. Il tennis moderno si gioca sui decimi di secondo e avere 22 anni può aiutare. Avevo da tempo pronosticato a Jannik Sinner un futuro da numero uno o giù di lì, chissà che un pezzo di corona non venga forgiata proprio in Spagna. Spedisco questa lettera sapendo bene che le stesse cose gliele avrà già raccomandate tante volte Riccardo Piatti quando ne era coach, mio antico figlioccio, ma lasciatemi credere che una parola in più non sia di troppo.

 

 

Con Sinner è nato un nuovo Pietrangeli. Sono stato più di 80 anni in attesa, dal giorno in cui scrissi sul mensile Il Tennis Italiano di aver incontrato un semi-bambino di quattordici anni, che era stato vicinissimo a battere me, ormai diciassettenne e ancora speranzoso di diventare un campione. Le somiglianze e le differenze non si limitano a simili aspetti. Così come Pietrangeli era figlio di una mamma russa, Anna, Sinner è figlio di altoatesini, che gli austriaci chiamano sudtirolesi, e avrebbe potuto diventare sciatore, così come Nicola si è allenato a lungo con i boys della Lazio. In più, per meglio definire la predestinazione, Nicola è sempre stato chiamato Nic, e Sinner Jannik, proprio come il campione francese Noah.

Ma ora smetto con queste similitudini, e ricordo che Pietrangeli non ha mai avuto altro coach che se stesso, mentre Jannik ha trovato sulla sua strada il mio ex allievo Riccardo Piatti, è stato scoperto da Massimo Sartori, altro coach meritevole di simile definizione, e ora sta trovando in Simone Vagnozzi, già similzio di Seppi, un fabbro che gli aggiusta i colpi. Quanto a Darren Cahill parliamo di un australiano non diventato Laver a causa di una menomazione muscolare, un grande tennista tradito dagli infortuni. Sinner ha pagato in passato le maggiori difficoltà nel seguire a rete un rovescio bimane. Lo conosco troppo poco per suggerirgli, come fece Wilander, un rovescio monomane per gli attacchi. È cresciuto nella pietra dura di San Candido, luogo di tempra forte e piste di fondo, poco incline al sorriso. Mi piace la sua maturità di molto superiore a gli anni che porta, mi piace la bassissima percentuali di errori nei due colpi principali, dritto e rovescio, ma soprattutto mi piace il suo modo di non ignorare le sue possibilità. Lo definirei un umile dotato di una presunzione naturale. Sono curioso di valutare la sua tenuta psicologica sulla lunga distanza.

Il suo modo di stare in campo, da uomo intendo, con la testa voglio dire,  mi fa venire in mente un altro vecchio amico, Ken Rosewall, uno che è arrivato in finale di Wimbledon a quarant’anni. Laver diceva di lui che per sperare di batterlo bisognava giocare come Gesù Cristo. Rosewall è stato sottovalutato dalla Storia e dalla fortuna. Prima dell’era open, avendo accettato di passare tra i professionisti di Jack Kramer, ha saltato 44 tornei dello Slam tra il 1957 e il 1967. Quanti ne avrebbe vinti? Avrebbe il record dei record. Altro che Federer.

 

Jannik Sinner era già predestinato con il nome, poi ha trovato sul suo cammino Riccardo Piatti, un coach come in Italia non si usava e come non avevano trovato i quattro grandi italiani a lui precedenti: De Stefani, Gardini, Pietrangeli e Panatta. De Stefani aveva addirittura una mamma che gli aveva imposto di tenere la racchetta sul rovescio con la sinistra, Gardini e Pietrangeli avevano il diritto e il rovescio più insoliti, Gardini aveva un colpo liftato e Nicola un rovescio tagliato, di preparazione addirittura eccessiva, Panatta quella sua volée sopra la testa, la Veronica. Abitando nella mia stessa città, Como, un giorno Piatti mi disse – lui di una famiglia di setaioli – «Domani vado a Roma». «Cosa vai a fare» chiesi io. «Vado a fare il Maestro» rispose lui. Capii che aveva ragione le due volte che suoi allievi raggiunsero i quarti, Cristiano Caratti in Australia e Renzo Furlan a Parigi.

Ora io auguro a Sinner ogni bene, ma non sono in grado di sapere dove finirà questo fenomeno che gioca tutti i colpi come fossero vincenti, diritto o rovescio che siano. Si può dire che prima di insegnare tennis, Piatti insegni ai suoi protetti come si sta al mondo, a soffiarsi il naso. È un educatore. Forse Sinner non diventerà Borg, come si augura il presidente della Fit Binaghi, che paragona Musetti addirittura a McEnroe, ma sicuramente Riccardo, figlio di una famiglia borghese che fece la sua fortuna in campo tessile, ha saputo insegnargli tattica e resistenza. Se il bambino, dalle guance rosate e dai capelli rossi inanellati, riuscisse a vincere la Davis finta, non mi parrebbe una esagerazione. Ha imparato a rimontare i punteggi passando a pieni voti uno degli esami più complicati del percorso tennistico: la mosca cieca. Cioè non sapere mai che colpo ti si tira dalla parte avversa del campo.

Fra i segreti di Jannik Sinner vorrei, se permettete, annoverare l’aiuto sottile del dottore chiropratico Alfio Caronti, della mia città, Como, di cui mi hanno appena portato un libro, dal titolo La postura è l’ombra delle emozioni. I suoi consigli hanno spesso aiutato a ridurre le sofferenze del corpo a molti tennisti, e anche con Sinner potrei dire con elevata certezza che questo lavoro ha dato i suoi frutti. Aveva scoperto, Caronti, collaborando con l’altoatesino da quando questi aveva quattordici anni, che Jannik aveva delle difficoltà nascoste con gli oggetti che si muovevano a pochi centimetri dalla sua vista. Indagando, aveva ricollegato tali difficoltà a un trauma che Sinner aveva avuto da bambino, quando era stato spintonato contro il muro da un compagno di giochi, procurandosi una ferita e alcuni punti di sutura. Da questa scoperta aveva lavorato per migliorarne la postura e vincerne l’incredibile timidezza che aveva portato per molto tempo il ragazzo anche a rifiutare gli abbracci.

Aveva poi aggiunto, il dottor Caronti, anche dei pezzi di tessuto al telaio della racchetta di Jannik, per migliorarne la presa e anche la postura, in maniera da ridurre le contrazioni e consentire a Sinner di concentrarsi solo sulla palla. Non gli manca nulla. Di giocatori di volo non ne esistono più nel tennis fatto da queste racchette spaziali. E parlo di volo classico, il tennis verticale inventato da Jack Kramer: servizio e discesa a rete. 

 

Le racchette sono cambiate da quando nell’autunno del 1977, un anno in cui aveva vinto qualcosa come 15 tornei, tra i quali lo U.S. Open, Guillermo Vilas dovette impiegare cinque tragiche ore per venire a capo del mediocre francese Deblicker, armato di una racchetta dall’insolita, doppia cordatura. E giunto alla finale, alla sua cinquantesima vittoria consecutiva, Vilas si batté invano per due set con Nastase e finì per ritirarsi, scorato dalle incontrollabili rotazioni che partivano dallo strumento dell’avversario, fitto di corde doppie, nodi, tubicini in plastica. Prontamente soprannominata racchettaspaghetti, lo strumento differiva in realtà da quelli tradizionali per la sola cordatura. Le 18 corde verticali erano doppie e libere, e cioè non annodate l’una dentro e l’altra fuori le corde orizzontali, come sempre era accaduto. Le corde orizzontali erano ridotte solo a 5, ma erano di una sezione più che doppia, e servivano insieme da separazione e da cilindretti di scivolamento per le verticali. Per diminuire l’attrito nei punti d’incrocio tra le verticali e le orizzontali, erano piazzati dei tubicini di plastica, a loro volta tenuti fermi da cinque sottocorde doppie. Normalmente una palla liftata, e cioè con una rotazione in avanti lungo il proprio asse, provoca uno scorrimento di 5-6 corde orizzontali nella zona dell’impatto.

Avrete provato tutti a rimetterle a posta, ad angolo retto con le verticali, tra uno scambio e l’altro. Questo scivolamento laterale, che aumenta propulsione e rotazione della palla, giungeva al parossismo nella “spaghetti”, le cui corde doppie orizzontali arrivavano a spostarsi in un numero di 12-13!

L’incredibile invenzione era venuta in mente a un bavarese, di professione floricultore. Werner Fisher ne aveva dotato un amico, modesto terza categoria, d’improvviso capace di raggiungere le finali dei regionali. Di fronte alla vicenda di Vilas e ad una rivolta di molti campioni, la Federazione Internazionale si rese d’improvviso conto che le caratteristiche della racchetta non erano mai state codificate, e si mise alla ricerca di un laboratorio, per definire scientificamente le nequizie della “spaghetti”. Non si poteva certo permettere che il tennis si trasformasse in una lippa per maratoneti! Il laboratorio fu incredibilmente trovato nelle campagne del torinese, in un ex stalla equipaggiata da un ex industriale automobilistico, Massimo Altissimo. Anche lui tennista inesperto, Altissimo aveva iniziato i suoi studi quando il figlio aveva spezzato una fiammante, costosissima racchetta: un’autentica patacca di lusso.

Il robot piazzato nella ex stalla riuscì a stabilire che, colpita dalla “spaghetti”, la palla aumentava la sua rotazione di un minimo del 15 per cento. Era lecito temere che polsi e articolazioni alla Borg potessero cavare dalla “spaghetti” un aumento del 25 per cento. I servizi tagliati in fuori sarebbero diventati incontrollabili, alte parabole liftate avrebbero spiacciato le vittime contro i teloni di fondo. L’analisi permise di mettere fuori legge la “spaghetti” e di redigere un regolamento che afferma: “la superficie della racchetta deve essere liscia e costituita da un reticolo di corde intrallaciate e saldate tra loro, e attaccate alla cornice della racchetta stessa”.

Quanto a corde, si era quindi ritornati al 1874, l’anno in cui il capitano Walter C. Wingfield depositò il brevetto del Lawn Tennis, o Sfairistikè. A trasformare le racchette in strumenti micidiali ci avrebbero pensato i nuovi materiali, le nuove tecniche di costruzione, l’ampliamento delle superfici, l’ispessimento delle cornici.

Diventiamo tutti vecchie case, come scriveva il bardo milanese Delio Tessa. 

Ho pronosticato da tempo un luminoso futuro per questo ragazzo. Mi auguro solo che il caro Jannik sia riuscito un po’ a dormire.

 

fonti | Questo testo è stato ricostruito cucendo interventi di Gianni Clerici per l’Espresso del 1989, per il quotidiano la Repubblica fra il 2017 e il 2021 e nello stesso periodo per la newsletter Cambio campo curata con Dario Cresto-Dina.

 

   PUZZLE

Che cosa si dice in giro per la Davis   

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 ◇  Il burraco | Gaia Piccardi, Corriere della sera: La sera in ritiro ci si affronta senza sconti a burraco e Sequence, gioco di strategia: l’Italia che stamane incrocia l’Olanda con giustificata inquietudine affila il fosforo anche così. Insieme a Jannik Sinner, inamovibile singolarista, Arnaldi è in vantaggio su Sonego in imperfette condizioni (inguine) ma il vero problema si imporrebbe sull’1-1: gli orange con gli specialisti (Koolhof a cui affiancarne uno a scelta) e la compagnia dei celestini con Santo Jannik, più un cero agli dei del tennis. Capitan Volandri è l’emblema della serietà e c’è da capirlo: maneggia il n.4 del mondo, volato da Torino a Malaga con qualche tossina addosso ma anche con la determinazione di provare a prendersi questa Davis fast food, una promessa di inizio anno che il barone rosso ci teneva a mantenere. Non ha — non può avere, a 22 anni — la sapienza per gestire qualsiasi situazione

 ◇  Un doppista che parla male del doppio | Paolo Bertolucci, la Gazzetta dello sport: Non ho mai risparmiato critiche alla nuova Coppa Davis, che sembra quasi usurpare il nome della più antica manifestazione tennistica a squadre, ma questa adesso è l’Insalatiera e dunque è questa che dobbiamo provare a vincere, perché ne abbiamo le potenzialità. Ciò che la rende troppo diversa rispetto al precedente formato è la formula costruita attorno a due singolari e un doppio, che assegna troppa importanza a quest’ultimo, specialità snobbata da tempo dai grandi giocatori e, insieme alle partite due set su tre, apre il campo a tante sorprese, come dimostrano la semifinale raggiunta dalla Finlandia ai danni del Canada campione in carica e la battaglia tra la Repubblica Ceca e l’Australia. Non c’è dubbio che un’Italia a pieno regime, cioè con tutti gli effettivi abili e arruolati (mi riferisco ovviamente a Berrettini) sarebbe la più seria candidata al titolo, visto che un anno fa perdemmo per un niente in semifinale senza poter contare sui nostri giocatori allora più forti, cioè Sinner e appunto Matteo.  Quel che è indubbio è che ogni speranza di successo per l’Italia passa dalla settimana perfetta di Sinner, ormai una superstar conclamata, che si è calato nel ruolo di leader del gruppo e ha dato la disponibilità, subito accolta da capitan Volandri, a giocare pure il doppio. Per Jannik si prevedono dunque fatiche erculee, malgrado le scorie fisiche e mentali delle Finals. Ma il ragazzo ormai si muove sui piani elevati dei fenomeni

 ◇  Un complotto, sicuramente | Daniele Azzolini, Tuttosport: La nuova formula invece è stata studiata per far vincere la Spagna, unica ad avere fino a pochi anni fa due singolaristi di alto livello e nella convinzione che Nadal sarebbe stato eterno, ma non per consegnare la Coppa alla squadra più forte. Dunque, chi abbia qualche dubbio sul suo numero due, o sul doppio, è destinato a soffrire. È il caso nostro. Ne deriva che Sinner dovrà fare i doppi turni

 ◇  Il doppio buono in effetti ce l’hanno loro | Stefano Semeraro, la Stampa: A Malaga l’Italia oggi è alle prese con una matinée scivolosa, e Jannik Sinner con uno shock cromatico: dopo una settimana di tifo da parte di Carota Boys e affini, oggi l’arancione della Martin Carpena Arena gli sarà tutto nemico  gente da maneggiare con cura, considerato che la superficie è decisamente veloce. Arnaldi secondo singolarista Trattasi di Tallon Griekspoor, 27 anni, n.23 del mondo, e Botic van de Zandschulp, 28 anni, n.51 ma con all’attivo un quarto agli Us Open nel 2021, mentre se parliamo del doppio capitan Haarhuis ha sottomano molte combinazioni vincenti e soprattutto due fuoriclasse, due ex n.1 della specialità: Wesley Koolhof, oggi numero 8 e campione in carica a Wimbledon, e il veterano Jean-Julien Rojer, 42 anni e tre Slam in bacheca. Ma anche Griekspoor e ‘Vandezan'(soprannome tattico) insieme hanno vinto tornei: Haarhuis sceglierà dopo i singolari che geometria scegliere: un’Arancia Meccanica con molti possibili ingranaggi

 ◇  Se avessimo almeno Berrettini | Vincenzo Martucci, il Messaggero: La Davis come battaglia, sentimenti che esplodono, classifiche e gerarchie che si annullano. La Davis come cuccia calda e sicura, abbracci degli amici, tifo più passionale. Malaga è multi-facce. Da una parte, il Profeta Jannik Sinner, il numero 4 del mondo, finalista del Masters, lanciato verso il vertice, e i compagni in un momento opaco, sfidano alle 10 del mattino la pericolosa Olanda del coriaceo Tallon Griekspoor; dall’altra, il figliol prodigo, Matteo Berrettini, si aggrega in panchina da super-tifoso ma è mogio, dimesso, incerto come un pulcino e visibilmente combattuto: da ex numero 6 del mondo e traino del Rinascimento italiano ha più bisogno di essere sostenuto di tutti

 ◇  Calcoli e strategie  | Ubaldo Scanagatta, Ubitennis: Sul 2-0 per l’Italia (o per l’Olanda, incrociamo le dita), Sinner non gioca di sicuro. Ma sull’1 a 1 penso proprio che Volandri sarà fortemente tentato di schierare il nostro miglior giocatore, quello che certamente risponde meglio di tutti i nostri e che spesso ormai batte anche meglio di loro. Sinner scenderà in campo contro Griekspoor per secondo e quindi – ammesso che sia stato lui a conquistare il punto dell’1 pari e sia quindi normalmente su di morale – occorrerà capire (e chiedergli) se sia stanco o meno. E non solo poco stanco e in grado di affrontare un doppio decisivo, ma anche non così logoro da rischiare di non poter giocare sabato contro Djokovic o (se vincesse la Gran Bretagna) Norrie

 ◇  D’Azeglio capitano non giocatore | Marco Lombardo, il Giornale: Fatto Sinner, ora bisogna fare gli italiani, in campo e fuori

 ◇  A ‘nfame | Paolo Rossi, la Repubblica: Da brutto traditore a salvatore della patria. Nell’Italia degli eccessi, di quelli che passano sempre da un estremo all’altro, al top della classifica c’è Jannik Sinner

 ◇  La sorpresa Finlandia | Giulio Vitali, Il Tennis Italiano: Dopo aver passato il girone eliminando gli Stati Uniti e la Croazia, la formazione guidata da Jarkko Nieminen fa fuori anche i campioni in carica del Canada. L’aspetto più incredibile è che l’impresa arriva senza il giocatore migliore: Emil Ruusuvuori. Il numero 69 del mondo è stato tenuto fuori con ogni probabilità per una forma fisica pessima. La scelta per il primo singolare è infatti virata sul semi-professionista Patrick Kaukovalta, numero 782 del mondo, che è stato sconfitto con il punteggio di 6-3 7- 5 da Milos Raonic: il canadese era tutt’altro che in buona condizione fisica, ma una versione approssimativa è bastata per battere l’avversario diretto, sostenuto anche da un servizio particolarmente efficace. Sorprende anche Frank Dancevic, lasciando fuori Felix Auger-Aliassime e schierando come numero uno Gabriel Diallo. Il classe 2001, autore di alcune grandi prestazioni quest’anno come a Bologna contro Musetti, ma anche di altrettanti buchi, è stato sconfitto da Otto Virtanen con lo score di 6-4 7-5. Il vincitore del Challenger di Bergamo 2022 ha servito alla grande e ha sfruttato alcuni passaggi a vuoto da parte del coetaneo al servizio, aggredendo spesso soprattutto sulla seconda di servizio. Le condizioni veloci hanno dato a una mano al numero 171 del mondo che ha riportato così la sfida in partità.

Il doppio decisivo è stato un autentico psicodramma: Virtanen ancora schierato al fianco di Helioovara, mentre Galarneau messo insieme a Pospisil. Così si è materializzata la straordinaria favola della Finlandia, che accede per la prima volta nella sua storia in semifinale di Davis

 

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2 commenti su “Finzioni | Lettera di Gianni Clerici a Jannik Sinner

  1. Anna sorri Rispondi

    Non tutto quello che ho letto è condivisibile perché tutto a volte, nel tennis è il contrario di tutto. Comunque belle cronache educative. Complimenti!

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