E NEVE E POLVERE CHE TIRA VENTO Le accuse a Pellegrini
Il Corriere della sera riferisce nelle pagine di cronaca che nei giorni scorsi i magistrati della Procura di Parma hanno ascoltato una donna, “escort di professione” scrive il giornale, su una serie di molestie. Accusato dello stalking è il capitano della Roma, Lorenzo Pellegrini. Il Corriere della sera precisa che i pm “stanno pesando” la versione dei fatti della donna e soprattutto chiedono di sapere, “se la donna abbia fornito tutti gli elementi a sua disposizione o vi siano omissioni nella ricostruzione e soprattutto che tipo di rapporto abbia con il fotografo Fabrizio Corona che ha diffuso la notizia”. Pellegrini ha smentito la storia sui suoi canali social.
E POI MAGARI PIOVE La violenza in Francia
Nella sua rubrica quotidiana in prima pagina sul Corriere della sera, Massimo Gramellini si dedica stamattina agli incidenti di Marsiglia-Lione. Scrive di ignorare che nelle due città gli ultrà si odiassero fino a questo punto, come forse i francesi ignorano i motivi dell’inimicizia tra romanisti e napoletani. E conclude: “L’altra sera alcuni abitanti di Marsiglia sono usciti di casa, magari dopo avere visto quel che stava succedendo in Medio Oriente, e, invece di benedire la sorte che li aveva fatti nascere in una parte di mondo relativamente tranquilla, hanno scagliato sassi contro il pullman della squadra «nemica». Basta un attimo e si finisce vittime di un troglodita che i suoi simili, oltretutto, celebreranno come un eroe”. [tutto qui]
NON AVER PAURA DI TIRARE UN CALCIO DI RIGORE La punizione di Jack
Ma nemmeno di tirare un calcio di punizione. Non ne segna più nessuno. Il Corriere dello Sport-Stadio fa notare che il colpo di Raspadori contro il Milan è stato il primo gol su punizione del Napoli dal 2021, sono passati 939 giorni da quello di Mertens. Ma soprattutto è stato il primo in serie A in questo torneo. Mancava da maggio, quando ci riuscì Candreva.
Antonio Giordano ha scritto: “Prima di Raspadori, il niente, perché in serie A è stato impossibile per chiunque – specialisti ed occasionali – arrivare alla magia che ha avuto il potere di risistemare una partita teoricamente perduta e di offrire d’un centravanti un’idea più ampia, quasi totale: Raspadori sa fare tutto quello che serve per sentirsi un vero 9, attacca la profondità e la crea, scappa dai centrali e lega il gioco, sente la porta (come a Berlino, girata al volo di sinistro), la vede, l’afferra con quella padronanza tecnica che appena nell’estate del 2022 il Napoli ha valutato trentacinque (35) milioni di euro, in quella rivoluzione silenziosa che ha consegnato lo scudetto, un quarto di finale di Champions, una stagione indimenticabile per chiunque, attraversata assieme a Osimhen e a Simeone ma senza farsi ombra l’uno con l’altro”.
UN GIOCATORE LO VEDI DAL CORAGGIO Il rigore di Immobile
E comunque Ciro Immobile davvero non ha avuto paura di tirare un calcio di rigore ieri sera, minuto 50 del secondo tempo, il quinto di recupero, sullo 0-0 di Lazio-Fiorentina.
Alberto Polverosi racconta sul Corriere dello Sport-Stadio: “Non era giallo quel pallone. Era color piombo e pesava come il piombo. Ci voleva solo lui, solo Ciro Immobile, perché tornasse un pallone da calcio, un pallone decisivo in una serata un po’ complicata per la Lazio. Non l’ultimo minuto, ma l’ultimo secondo del recupero. Non c’era un’alternativa: o segni e riprendi la scena o sbagli e il tuo mito si appanna, magari per sempre. Sarri lo aveva portato in panchina, una scelta tecnica, seppur dolorosa. Ci voleva quel rigore, ci voleva quel gol, Ciro non si è spaventato, anzi, non aspettava altro. La corsa pazza sotto la Nord può diventare il rilancio della sua stagione”.
Polverosi parla di una partita che la Lazio ha vinto in mezzo a uno spettacolo impoverito e sottolinea alcune mosse di Vincenzo Italiano che non lo hanno convinto, prima fra tutte lo spostamento di Nico Gonzalez a sinistra per consentire a Ikoné di giocare sul lato preferito. “Mah – scrive Polverosi – Gonzalez quando da destra taglia al centro per far schioccare il sinistro è un pericolo vero, da quella parte lo è di meno. Forse Italiano non voleva difendere sulla destra con due mancini (dietro c’era Parisi, il migliore dei viola), ma così ha perso incisività”.
HANNO APPESO LE SCARPE Ibra non smette mai
Ibra ha smesso ma non deve. Ibra se n’è andato ma deve tornare. Ibra non gioca, ma in qualche modo sa farlo anche se non mette le scarpette. È stato raccontato come il totem decisivo nello spogliatoio di giovani milanisti nell’anno dello scudetto. Tutta questa luce intorno al capo serve ancora al Milan e dunque si lavora per il suo ritorno da manager. Lo racconta Carlos Passerini sul Corriere della sera, con il titolo “Sos Ibra”. Lo vuole Cardinale ma lui prende tempo. Che cosa è successo? Perché tanta urgenza? Passerini racconta che l’umore dello spogliatoio sta forse sfuggendo di mano a Stefano Pioli.
“Le uscite dal campo polemiche di Giroud e Leao hanno fatto clamore. Detto che le due sostituzioni contemporanee a 10 minuti dalla fine lasciavano effettivamente qualche dubbio, resta il fatto che un atteggiamento del genere non è accettabile. La sensazione, anche all’interno del gruppo, è che serva più che mai una figura dirigenziale di campo che riporti equilibrio e leadership in uno spogliatoio che manca di personalità e che corre il rischio di scivolare nell’anarchia in certe fasi critiche. L’identikit ideale è noto: Zlatan Ibrahimovic”.
Sempre sul Corriere Arianna Ravelli precisa che non esiste nessuna possibilità che Pioli rischi il posto. La frase di Giroud a fine partita [«Dopo il primo gol del Napoli non sapevamo se attaccare o difendere»] – dice – “non voleva forse essere un’accusa a Pioli, ma ha aumentato la confusione. L’allenatore parlerà con lui e con Leao, la questione può chiudersi in fretta. La società, al netto di aprire tutte le porte a Ibra anche con contratti di consulenza che possono lasciargli maggior libertà, non farà alcuna mossa: Pioli è confermato perché, alla decima giornata, a 3 punti dalla prima in classifica, non può essere che così, il tema neanche si pone. PioliOut esiste solo su X o Instagram”.
L’ALLENATORE SEMBRAVA CONTENTO Ode a Claudio Ranieri
Stamattina sulla Gazzetta Sebastiano Vernazza celebra l’impresa del Cagliari contro il Frosinone, i quattro gol segnati negli ultimi 20 minuti per rimontare i primi tre presi fino a quel momento. “Ranieri – scrive – viene da lontano, ha giocato e visto migliaia di partite e sa rispondere a ogni situazione. Ha ridisegnato la formazione, inserito Pavoletti, e dal 70’ il Cagliari è risalito: 1-3, 2-3, 3-3, 4-3, con due reti del “Pavoloso” nel recupero. Come cantava Lucio Dalla, l’impresa eccezionale è essere normale e Ranieri è sempre stato il “Normal One”, contrapposto allo “Special One” Mourinho. Attenti ai normaloni”.
IL CUORE DENTRO ALLE SCARPE Il cardinale tifoso
Il cuore dentro la mitra, in questo caso. Tuttosport pubblica una originale e irrituale intervista a monsignor Simone Giusti, il vescovo di Livorno, la città di Max Allegri. Nella settimana che porta a Fiorentina-Juventus, il monsignore accende l’attesa e “si illumina di passione verace quando parla di calcio. Più ancora quando parla della sua Juventus e del suo amico Massimiliano Allegri”, scrive Tuttosport.
La passione gli è venuta, racconta lui, «da bambino in una famiglia tutta juventina. Quando ero piccolo simulavo la partita con le figurine Panini mentre ascoltavo la radio. Poi con i miei amici andavamo al bar del paese per vedere la partita in tv. Il proprietatio era tifoso della Fiorentina e si ricreava un clima da stadio prendendosi in giro. In Toscana il campanilismo è forte e da noi pur essendo in provincia di Pisa non c’è grande rivalità con il Livorno, ma con la Fiorentina sì. A Massimiliano ho detto che per noi gobbi battere la Fiorentina vale doppio, ma è lo stesso per i tifosi viola».
Il cardinal Giusti ha anche giocato. «Portiere, finché non mi infortunai: mi rimase il braccio tra il palo e la scarpa di un attaccante. Finite le scuole medie ho smesso a livello agonistico, ma in ambito amatoriale ho proseguito fino in seminario. E anche ora se vedo un pallone non resisto! Il mio idolo da bambino era Anzolin, il portiere della Juve degli anni Sessanta».
UN PALLONE CHE SEMBRAVA STREGATO Quelle canaglie dei raccattapalle
Sul Corriere dello Sport-Stadio, stamattina Roberto Beccantini dedica la sua rubrica PlayBeck alla figura dei raccattapalle, tra cronaca e aneddoti storici. Tutto parte dal referto di Roma-Monza 1-0 del 22 ottobre, nel quale si legge di un’ammenda da 10 mila euro alla società giallorossa «a titolo di responsabilità oggettiva, per avere i propri raccattapalle, dopo la segnatura della rete (di Stephan El Shaarawy al 90’), rallentato sistematicamente la regolare ripresa del giuoco, costringendo l’Arbitro a prolungare di due minuti il tempo di recupero». “Arbitro con la “a” maiuscola”, fa notare Beccantini e dice: “Alé”.
E comunque aggiunge: “Non è stato il primo caso, non sarà l’ultimo. Si sprecano gli inviti alla sportività, dimentichi del famoso monito di Wole Soyinka, drammaturgo, scrittore e poeta nigeriano, premio Nobel per la letteratura nel 1986: «Con l’esempio che ci viene dall’alto, perché stupirsi del marcio che c’è in basso». Marcio, vista la leggerezza dell’argomento, è esagerato ma rende l’idea”.
ENTRÒ NELL’AREA TIRÒ SENZA GUARDARE Scamacca [nero]-azzurro
La vittoria nel posticipo a Empoli ha portato l’Atalanta al quarto posto, davanti al Napoli. Con la luce della doppietta di Scamacca che si alluinga sul futuro della Nazionale. Andrea Elefante sulla Gazzetta ha scritto: “Raccontano che il sorriso di Luciano Spalletti ieri in tribuna al Castellani fosse piuttosto beato e che il tornare fra le sue vigne gli sia stato lieve: tutto quanto aveva visto era molto buono, per la sua Nazionale. E quel tutto ha un nome e cognome: Gianluca Scamacca. E tutto non è esagerato, perché il candidato forte al ruolo di centravanti dell’Italia ha giocato una partita così “totale” – non sarebbe giusto dire esagerata, dati i suoi mezzi – da consentire pensieri rassicuranti, in vista delle due prossime, delicatissime partite che aspettano l’Italia a novembre”.
IL PORTIERE LO FECE PASSARE Il ritorno a casa di Tacconi
Stefano Tacconi è tornato a casa dopo un anno e mezzo di paure, cure, terapie. Nell’aprile del 2022 aveva avuto una emorragia cerebrale causata dalla rottura di un aneurisma. Si era trasferito a San Giovanni Rotondo, per ragioni mediche e per fede in padre Pio. Ora il rientro a Milano e il Corriere della sera racconta che la prima notte ha dormito poco.
“Per colpa di Jack e Paul. Comprensibile la loro festa, i due cani, un beagle e un cocker, non vedevano il loro padrone da un anno e mezzo. Adesso a Stefano Tacconi non basta riprendere le sue abitudini casalinghe, ha voglia di tornare presto anche a lavorare. Negli ultimi tempi si era dedicato con il figlio maggiore alla sua società che commercializza Nebbiolo e Barbera con l’etichetta Junus”.
IL RAGAZZO SI FARÀ Questo Messi è bravino. Ma ora basta
E così siamo dinanzi all’ottavo Pallone d’oro per Leo Messi, senza che serva a nessuno, né a Messi che ne aveva altri sette né al calcio mondiale – prigioniero per un quindicennio di una ossessione, un dualismo che ha inghiottito tutto il resto, il molto altro che c’è stato e che non ha trovato un riconoscimento. Leo ha vinto da solo lo stesso numero di trofei di Cruyff, Platini e Beckenbauer messi assieme. Se Ronaldo non fosse esistito sarebbero stati tredici, ma bisognerebbe domandarsi quanti sono finiti nelle loro mani per distrazione, per non aver saputo alzare lo sguardo da loro e guardare il resto della scena.
Paolo Condò è da qualche anno il giurato italiano del premio. Stamattina su Repubblica spiega perché pure lui ha votato per Messi. [nell’ordine: 1) Messi 2) Haaland 3) Mbappé 4) Rodri 5) Kvaratskhelia].
“L’ennesimo Pallone d’oro — e qui va detto che in passato almeno un paio gli sono arrivati per la pigrizia dei giudici a valorizzare altri campioni — è la naturale conseguenza della vittoria più importante e sospirata. Nel resto dell’anno Messi ha fatto poco. Messi ha vinto l’ottavo Pallone d’oro esclusivamente per la potenza del suo Mondiale; o meglio, della sua storia con il Mondiale, culminata nel trionfo di Doha”.
Un anno di calcio nel deserto ha dunque potuto cannibalizzare il resto. Il calendario stravolto dai Mondiali d’inverno aveva costretto i giurati a votare per il Pallone d’oro 2022 senza tenerne conto. Così la Coppa in Qatar è stata caricata sul conto del trofeo 2023. Quando ormai è un ricordo lontano. Una Coppa al termine della quale Messi era già stato riconosciuto come il mvp di un mese. Era davvero così inevitabile eleggere il mvp di un mese anche come mvp di un anno – per giunta un anno dopo?
Condò ammette: “Qualche giorno fa Pep Guardiola ha detto una cosa facile ma ugualmente saggia: di Palloni d’oro ce ne vorrebbero due, uno riservato sempre a Messi, l’altro al miglior giocatore della stagione, e in questo caso lui avrebbe votato per Erling Haaland. In qualità di giurato mi ero mosso esattamente così”.
Ora che Messi guarda di che colore è fatto il tramonto in America, mentre l’eco di Ronaldo è perfino più distante, sono almeno finite le tasse da pagare ai due Re del calcio. Cosa penseranno di quest’epoca del calcio fra cinquant’anni?
Régis Dupont su L’Équipe scrive che “questo premio pone l’argentino nel firmamento per molto tempo. In termini di premi individuali, ora è fuori dalla portata di Cristiano Ronaldo. Ma questo lo avevamo già capito. Senza dubbio, si chiude un decennio riservato ai trentenni. Mbappé, Erling Haaland, Vinicius Junior e perfino Jude Bellingham, tutti presenti lunedì allo Châtelet, hanno già avanzato un’opzione sulla successione, ora che Messi non ingombrerà più lo spazio con tutto il suo prestigio di possibile miglior giocatore della storia”.
Anche Alessandro de Calò sulla Gazzetta parla di capolinea di un regno. Ha scritto: “Da domani toccherà a Mbappé, Haaland e Bellingham giocarsi la nuova egemonia. E noi – come direbbe il poeta – aspetteremo domani, per avere nostalgia”.
Invece qui voltiamo pagina dicendo finalmente. Il Qatar ha dato a Messi uno status definitivo, all’altezza di Maradona. Ora cominciamo la costruzione di un nuovo pantheon.
BINOCOLI Visto dall’Argentina, l’ottavo titolo individuale di Messi pare il riflesso di un paese immutabile, fermo dentro la palude della stessa cronaca in cui si dibatteva nel 2009, l’anno del primo trofeo. Ne ha scritto Guillermo Kellmer sul Clarín: “Se ieri pomeriggio avete perso tempo a cercare una stazione di servizio, e quando ne avete trovata una con la benzina ne avete perso altro, un po’ di più, aspettando in fila; se in tutto quel tempo non avete ascoltato la radio, o controllato le notizie sul cellulare, vi siete persi il fatto del giorno. Lionel Messi ha vinto il suo ottavo Pallone d’Oro. Il primo risale al 2009. L’anno successivo, nel 2010, l’Argentina soffrì di una grave crisi di carenza di carburante: rimase senza benzina per 3 settimane. In un Paese nel quale i problemi si ripetono, Messi fornisce sempre un motivo per festeggiare”.
Il Clarín sottolinea allora come la vita di Leo assomigli più di quanto si possa sospettare a quella di David Beckham, il suo nuovo datore di lavoro a Miami, appena ritratto in una docuserie di Netflix, quattro episodi da un’ora.
“La storia dell’inglese e dell’argentino hanno diversi punti in comune. Le frustranti partenze dal Manchester United e dal Barcellona, i club che entrambi consideravano le rispettive case. Oppure il rapporto particolare di ognuno con la MLS, il campionato degli Stati Uniti. Ma soprattutto è quasi presente in fotocopia il sostegno che entrambi cercano e trovano nelle rispettive famiglie. Dalla Spice Girl Victoria Adams ad Antonela Roccuzzo, dai quattro figli di Beckham ai tre di Messi. Leo ha portato sul palco di Parigi Thiago, Mateo e Ciro e ha detto che loro l’hanno aiutato a essere quel che è. Sono il suo carburante. Quello che a lui non manca mai”.