C’è silenzio, c’è tanto silenzio, nel calcio inglese intorno all’orrore di queste ore in Israele. Un silenzio così sospetto che lo hanno fatto notare contemporaneamente da destra il Telegraph e da sinistra il Guardian. Sul quotidiano dei progressisti britannici, Barney Ronay parla di muta risposta alla guerra che mette in luce la complessa relazione tra calcio e geopolitica.
“Qualche mese fa – racconta – Beckham si è rivolto a un pubblico estasiato in una sinagoga di St John’s Wood, parlando dell’importanza del giudaismo nella sua vita. Ha annunciato di far parte della comunità ebraica, continuando a parlare di zuppa di pollo e della kippah indossata durante le funzioni familiari. Ogni aspetto dell’immagine pubblica di Beckham è gestito minuziosamente. Ora, sapendo questo, alla luce degli eventi orribili dei giorni scorsi, Beckham forse sentirà una sorta di contraddizione logica, nel fatto che lui, come Hamas, è beneficiario del denaro del Qatar”.
Il Guardian si riferisce al fatto che Beckham è stato pagato 125 milioni di sterline dallo stato del Qatar per fare da testimonial del paese nel calcio. Ma anche Hamas, dice il Guardian, riceve centinaia di milioni di sterline di denaro dallo stesso Qatar. La cosa non riguarda solo Beckham. Non c’è stato alcun minuto di silenzio prima delle partite di Premier League. Negli ultimi tempi invece i calciatori della Premier si erano raccolti per il terremoto in Marocco, per le inondazioni in Libia, per la guerra in Ucraina, per un incidente ferroviario in Grecia, per la morte di John Motson.
Scrive Ronay che è sempre anticpatico entrare “in un’Olimpiade del dolore”, ma quando inizi a fare un minuto di silenzio, ogni volta che ti astieni diventa significativa. Come può la Premier League sentirsi distante dal Medio Oriente, si domanda Ronay. Non può perché lo stadio di casa dell’Arsenal si chiama Emirates. Le partite del campionato vengono trasmessa sul canale televisivo statale del Qatar BeIN Sports. Il Manchester City è di proprietà di Abu Dhabi. Il Manchester United è in trattative per essere acquistato a titolo definitivo da un fondo del Qatar. Una proprietà saudita guida il Newcastle e sempre saudita è la mano che partecipa all’investimento nel consorzio che possiede il Chelsea.
Senza tirare il filo delle conclusioni, il Guardian mostra l’imbarazzo del campionato inglese, mentre Oliver Brown sul Telegraph è più dritto, pur esponendo meno in dettaglio lo scenario.
“Perché il calcio tace sugli attacchi terroristici israeliani? È un’omissione sconcertante. Persiste una preoccupazione – dice – il bilancio dell’antisemitismo nel calcio è pessimo. I tifosi del Tottenham sono ancora soggetti agli insulti di alcuni rivali londinesi Ma la semplice inazione, proprio in questo momento, non è una strada percorribile. Sulla facciata di Downing Street c’è la bandiera israeliana. A tutti gli edifici governativi è stato ordinato di seguire l’esempio. Cosa aspetta, allora, il calcio? Per quanto tempo ancora potrà restare passivamente in disparte? È una posizione non solo sconcertante, ma sempre più difficile da difendere”.