La tattica del calabrone della nazionale svedese: via alle semifinali Mondiali | L’edicola del pallone: il caso Mancini

    In Svezia la stanno chiamando la tattica del calabrone. Per spiegarla, il Ct Peter Gerhardsson in un’intervista ha emesso anche un ronzio. Zzzz. La tattica del calabrone consiste nel muovere la squadra secondo i meccanismi di uno sciame. Il pressing delle ragazze svedesi è organizzato così, segue le regole nascoste dei gruppi in natura. Il Giappone se n’è accorto quando non riusciva più a passare la tre quarti di campo. L’inesorabilità dei movimenti ha messo in grande difficoltà Moeka Minami, difensora, e tutte le sue compagne di reparto. Hanno abbassato la linea, la Svezia ha trovato più spazio. Fine. 

«Quando la matematica incontra il mondo reale, può accadere di tutto» è una delle frasi preferite di David Sumpter, londinese, matematico, non a caso con una cattedra in Svezia, all’università di Uppsala. Matematica applicata, per la verità, e applicata al calcio, perché nel tempo libero, Sumpter allena una squadra di bambini. Dice di amare la bellezza astratta delle equazioni, sporca la sua matematica con la realtà. Ha lavorato con biologi e sociologi, ha creato modelli quasi per tutto, ha scomposto il calcio per dimostrare che gli allenatori usano strategie simili a quelle con cui gli uccelli attaccano i vermi, sei anni fa ha scritto un libro nel quale dimostrava che i difensori tedeschi del Bayern si muovono come leonesse a caccia, che il Barcellona attacca con le stesse reti che una muffa produce per nutrirsi. Il libro si chiamava Soccernomics, uscito in italiano con il titolo La matematica del gol

 

  idee che cos’è la bellezza Non eravamo così pratici di algoritmi e pallone quanto oggi. Eppure Sumpter già diceva che «un tempo un allenatore studiava i filmati, ora accede a migliaia di dati sui calciatori. Una stagione del campionato inglese produce quasi 100 miliardi di numeri. Il suo lavoro è prendere questi numeri e ridurli a poche frasi da trasferire ai giocatori. Ogni club ha un database. Il capo degli analisti del Liverpool ha un dottorato in fisica teorica. La matematica non può competere con il calcio, altrimenti pagheremmo 40 sterline al mese per un abbonamento a Sky Matematica e passeremmo i mercoledì a ripassare le disequazioni lineari anziché guardare la Champions» 

Secondo il professore, «il bel calcio è un calcio matematicamente elegante. Come quando ci si passa la palla con una triangolazione. Ma la matematica non si occupa solo di efficacia, si possono trovare relazioni scientifiche anche nelle emozioni. Non ero particolarmente affascinato dal Barcellona, ma quando ho iniziato a guardare le geometrie dentro il gioco non ho più resistito. Parlo del Barcellona di Guardiola, un modello di perfezione matematica. Attenzione però: c’è bellezza anche in una magnifica difesa. Il punto sta nella capacità di gestire lo spazio. Chi attacca lo crea, chi difende lo elimina. C’è matematica in entrambi gli atteggiamenti. L’esempio classico è l’uso delle linee difensive da parte di Mourinho all’Inter. Il seme d’origine è il cosiddetto “catenaccio”, l’atteggiamento per il quale voi italiani siete famosi nel mondo: una rete di difensori intorno alla porta, un’organizzazione capace di reggere pure di fronte a sette attaccanti. Anche il catenaccio ha dentro di sé un seme di bellezza matematica». Gli pareva che il Napoli di Sarri ricalcasse «lo schema con cui si muove uno stormo di uccelli o un branco di pesci».  

Ora, per uno di quei casi che non significano niente e che paiono una spiegazione a tutto, il Ct svedese che parla di una nazionale con la tattica del calabrone, è nato proprio a Uppsala. Non  ci sono in giro tracce evidenti di una connessione tra la sua idea vista in campo e il lavoro del professore, ma è affascinante credere che qualcosa da quella cattedra gli sia arrivato. 

Gerhardsson è la star delle conferenza stampa. Espansivo o taciturno, gioviale o sobrio. Non si sa mai chi ti trovi davanti quel giorno. Usa metafore, citazioni, si getta in paragoni filosofici. Allor aun giorno gli hanno domandato che cosa stesse leggendo in quel momento. Risposta: Resonance: A Sociology of Our Relationship to the World, del sociologo tedesco Hartmut Rosa, da cui Gerhardsson dice che sta cercando di trarre lezioni sul suo rapporto con il calcio. «Se tu come essere umano conosci tutto, il mondo non è più divertente. Ecco perché il calcio continua a esserlo, perché non si sa mai come va a finire. Neppure un allenatore sa tutto. Non lo sai cosa succederà. Puoi prepararti, puoi studiare, puoi sapere le cose, ma non avrai le risposte prima della fine della partita». Si può davvero immaginare che l’inventore della strategia del calabrone non conosca il professore che insegna matematica applicata al calcio nella sua città di nascita? E su. 

 

 

  IL TORNEO

I gol che vengono da dietro

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Peraltro un calabrone punge. Bella scoperta, uno dice. Il fatto è che non solo punge. Punge anche più volte. Non è come l’ape, che lascia il pungiglione conficcato nella pelle. Il calabrone ne ha uno liscio. Lo infila e lo sfila. Si ariavvicina, ci riprova. Il pungiglione della difesa svedese si chiama Amanda Ilestedt, gioca da centrale ma è la capocannoniera della squadra con 4 gol. È la trentenne con il numero 13 dietro la schiena [The Athletic le ha dedicato un ritratto con Kudzi Musarurwa]. Quando si racconta, sostiene di essere cresciuta molto con l’arrivo al PSG, due anni fa, sottolinea il vantaggio di allenarsi insieme a giocatrice come Kadidiatou Diani, Marie-Antoinette Katoto, Lieke Martens e Ramona Bachmann. «Quando le affronti ogni giorno in allenamento, migliori – ha detto al giornale svedese Aftonbladet – impari a essere all’erta a leggere il gioco un attimo prima». Ilestedt viene da una famiglia in cui la religione è l’hockey sul ghiaccio. Crescendo ha praticato pure la pallamano, al calcio è arrivata all’età di 12-13 anni. È stata argento ai Giochi di Tokyo con la nazionale, ma non è la sola con una medaglia olimpica nella sua famiglia allargata, fa sapere il Guardian: suo cugino Oliver Ekman-Larsson ha vinto l’argento con alle Olimpiadi invernali del 2014. Il PSG è però il passato. Sta per passare all’Arsenal. 

Come faccia a segnar tanto è semplice. La Svezia sfrutta i calci piazzati in modo implacabile. Ilestedt è al posto giusto al momento giusto. La minaccia viene dal cielo scrive infatti stamattina Lara Marta sul giornale spagnolo Abc. Peter Gerhardsson non deve saperne solo di matematica perché dice: «I frutti maturi sugli alberi quando cadono, devi raccoglierli. Questo è quello che fa Aamanda segnando gol da calci piazzati». Una compagna batte e lei segna di testa. Solo uno dei quattro gol non è arrivato a questo modo.  

La Svezia punta con lei a raggiungere la sesta finale in un torneo importante. Non ne gioca una in Coppa del Mondo dal 2003, quando perse con la Germania. Ai giornali di Stoccolma pare una grande occasione, almeno quanto pare a quelli di Madrid e Barcellona. Invitano la squadra a non scoprirsi. A usare la testa. Chi meglio di Amanda. 

 

  Due nazionali svedesi hanno giocato in Spagna, un’esperienza assurda, racconta Manuel Merinero, il loro ex direttore sportivo al Tacòn, prima che il club si fondesse con il Real Madrid consentendo a cotanto brand di entrare nel movimento femminile. Sofia Jakobsson e Kossovare Asllani trovarono la convivenza difficile. Due protagoniste del calcio femminile europeo erano sbarcate a Madrid come grandi acquisti e avevano trovato un’accoglienza pessima, abitudini opposte alle loro, caos in società, un clima di improvvisazione, invidie malsane, non tanto da parte delle colleghe quanto da parte dei dirigenti. Pur comprendendo la loro frustrazione, né noi né loro siamo stati in grado di correggere la situazione. La fuga del preparatore fisico, con il quale avevano continui litigi, non è stata una soluzione. La pandemia è arrivata e tutti ce ne siamo tornati a casa. Molti sconcertati, loro di più. Nella stagione successiva c’è stata più intesa. Era già il Real Madrid de facto. Jakobsson e Asllani avevano solo due nemici: l’allenatore (David Aznar) e il direttore sportivo (Ana Rossell). Non si sentivano aiutate. Alla fine di quella stagione, Sofia ha lasciato il club. Un anno dopo lo avrebbe fatto Asllani. Entrambe dalla porta sul retro.

Qualche sentimento di rivalsa, in campo dovrebbero portarlo. 

 

La Spagna invece si porta dietro in ogni partita il ricordo del trauma vissuto un anno fa, la rivolta, l’ammutinamento di mezza squadra contro il Ct Vilda. Quell’eredità, Abc la chiama le braci. Irene Paredes ne è un’incarnazione, una capitana senza la fascia dopo un anno di critiche, titoli di giornale, giornate no, sconfitte. I risultati cercano di farci dimenticare le braci. L’abbraccio tra Jenni e Alexia ha fatto il giro del pianeta calcio. E anche le lacrime di Irene Paredes nel tunnel dello spogliatoio, tra gioia, impotenza e sollievo, mentre Lucía Ybarra, sua moglie, cercava di consolarla. Paredes è crollata emotivamente perché questo Mondiale mette insieme tante esperienze. Lei le indossa con l’eleganza con cui gioca a calcio e l’integrità di un capitano a cui una fascia non aggiungerebbe un briciolo di rango in più. In Nuova Zelanda le manca un pezzo fondamentale, suo padre, morto poco prima del raduno. Ma in Nuova Zelanda c’è Mateo, il bambino nato dalla relazione con sua moglie

Il quotidiano sportivo As dice che un paradiso aspetta la Spagna e che Paredes, Jenni Hermoso e Alexia, con un decennio di calcio alle spalle, rappresentano le diverse generazioni che avrebbero meritato di essere qui stamattina, a giocarsi l’accesso alla prima finale nella storia del paese. 

Jordi Quixano su El Pais racconta allora i cinque anni di progressi e l’ultimo molto turbolento che hanno segnato l’ascesa della Spagna nell’élite internazionale, fino a questo buon Mondiale della Roja che consolida un percorso. Racconta il giornale spagnolo che se prima volevi un allenatore dei portieri, dovevi andare a prenderlo nel calcio maschile. In cinque anni si è passati da 30.000 tesserate alle 100.000 di oggi. Sei anni fa non esisteva un campo decente dove allenarsi. Dietro la maglia della Spagna non c’erano i nomi, solo i numeri. Allo scorso mondiale, quando la Spagna perse agli ottavi contro le Usa, non esisteva un contratto collettivo, né esisteva una battaglia per riconoscere i diritti sul lavoro delle calciatrici. Oggi la Spagna è fra le prime quattro al mondo ed è il paese che ha portato per due volte più di 90mila spettatori in uno stadio per una partita femminile [il Camp Nou di Barcellona]. 

 

in tv oggi ore 10 Rai Sport: Spagna-Svezia | mercoledì ore 12 Rai Sport: Australia-Inghilterra

 

  EUROGOL

L’edicola del pallone

 

 

    I cardellini allevati da Kepa

Abc: Il Real Madrid annuncia Kepa, in prestito fino al 30 giugno senza diritto di riscatto, al posto di Courtois. Il portiere basco è stato capace del meglio e del peggio al Chelsea” – Sergi Font ha scritto: Chi avrebbe detto a Kepa Arrizabalaga quando si è distinto nella categoria giovanile che avrebbe finito per difendere la porta del Real Madrid. A quel tempo era nelle categorie inferiori dell’Athletic e mentre sognava di fare il salto da Lezama a San Mamés, amava il silvesterismo, catturare e prendersi cura di uccelli campestri in cattività, per addestrarli a cantare, un hobby che gli ha trasferito suo padre all’età di cinque anni, quando ha iniziato ad addestrare cardellini. 

 

0-0   Una giornata e già ci sono polemiche

Ramon Besa, El Pais: Xavi ha ragione. Le sue proteste sono più che ragionevoli, al termine della partita più insopportabile e lunga che si ricordi in campionato. Ha argomentato la sua sorpresa per un rigore non chiamato e per le decisioni dell’arbitro, in direzione opposta alle linee guida annunciate. Non è stata una partita di calcio, ha concluso Xavi, facendo notare che il tempo effettivo è stato di 56 minuti, in una partita durata 115 e 54 secondi. 

Bordalás del Getafe e Xavi difendono due idee calcistiche opposte. Il gioco è stato costantemente interrotto con perdite di tempo, ostruzioni, blocchi, simulazioni e un anti-gioco dovuto all’impunità garantita da Soto Grande. L’arbitro è stato accondiscendente nei confronti del calcio abrasivo del Getafe, con e senza palla. È stato complice del modo di fare del Getafe, i regolamenti non parlano di stili ma di regole

Mundo Deportivo: Indignazione

 

  L’addio di Neymar al PSG

L’Équipe: Neymar, trasferito dal Psg all’Al-Hilal, spera di tornare al Barça tra due anni” – Venduto per 80 milioni di euro (bonus esclusi), Neymar è entrato nel campionato saudita, che gli ha fatto ponti d’oro. Ma non rinunciato a tornare in Europa nel giro di due anni.

Damien Degorre scrive: Era venuto a Parigi per vincere la prima Champions League nella storia del club della capitale e ricevere il Pallone d’Oro. Sei anni dopo, Neymar lascia la Francia per l’Arabia Saudita, dove moltiplicherà il suo stipendio per tre o quattro, se arriverà alla fine del suo contratto biennale, ma dove i suoi sogni di vincere un titolo importante svaniranno nella marea di rial che alimentarà il suo conto in banca.

 

     Il campionato saudita

Nell’attuale corsa sfrenata all’oro calcistico europeo la SPL ha individuato 5 grandi categorie di giocatori, cinque fasce che sono poi rappresentate da stipendi adeguati. Si va da Cristiano Ronaldo a Ciprian Tatarusanu. Il portoghese è stato il primo ad arrivare aprendo la strada, il romeno è in procinto di accordarsi con una piccola squadra. Come nella griglia dei giocatori c’è una prima classe, quella composta dai quattro grandi club, due di Riad, due di Gedda dei quali il Pif (Public Investment Fund) ha acquisito il 75%: Al Nassr, Al Hilal, Al Ittihad e Al Ahli. Più indietro ci sono Al Shabab (che ha Ever Banega da 3 anni) e Al Ettifaq, che ha preso Steven Gerrard e Jordan Henderson. Poi le piccole, neopromosse o realtà locali molto seguite: come l’Abha di Tatarusanu – di filippo maria ricci, la Gazzetta dello sport

 

Cosa dice Carlo Nohra, Ceo del campionato saudita

 ➣  A chi dice che vengono solo per i soldi cosa risponde?

«Che questo è un grande progetto, ambizioso, audace, attrattivo. I giocatori hanno capito che fanno parte di qualcosa di diverso e di grande, che possono contribuire a sviluppare. Storicamente, solo l’Europa ha prodotto qualcosa di simile, la novità è che siamo un Paese extraeuropeo».

 ➣  E a chi dice che spendete troppo drogando il mercato?

«Facciamo ciò che loro facevano prima. Questa competizione tra i vari tornei esiste da sempre, e ora c’è un nuovo giocatore». – di filippo maria ricci, la Gazzetta dello sport

 

  Le dimissioni di Mancini

 

Le sue parole stamattima

« Non sono scappato da nessuna parte. Non ho ucciso nessuno. Non credo di meritare tutto il fango che mi stanno buttando addosso. Non ho ammazzato nessuno, merito rispetto. E l’Arabia Saudita non c’entra nulla. Proprio nulla». 

 ➣  Gli italiani non hanno capito perché lascia la Nazionale, qual è il motivo? 

«Perché dopo cinque anni e mezzo può succedere, ne mancavano altri due e mezzo di contratto, era da mesi che ci stavo pensando, forse era arrivato il momento di lasciare, perché quando certe cose, certe situazioni, cambiano all’interno, vuol dire che comunque si sta andando verso la fine. Lo ripeto, non credo di aver ammazzato e di aver mancato di rispetto. Non ho ucciso nessuno. Mi dispiace aver letto e sentito certe cose. Ho sperato di poter andare avanti perché allenare l’Italia mi piaceva moltissimo, però, quando poi le situazioni cambiano e capisci che è arrivato il momento di lasciare, devi anticipare i tempi delle tue decisioni e, ripeto, con grande dispiacere, l’ho fatto. Lo so, il momento, ma c’è anche una squadra che ha fatto la Nations a giugno, non la lascio per la strada e non parte il campionato domani mattina, anche se c’è poco tempo. Quando prepari una Nazionale hai una sola settimana di allenamento. Questo è il nostro lavoro purtroppo, ma non mi sembra giusto tutto quello che ho sentito. Era il momento di lasciare». 

 ➣  In Federazione e non solo sostengono che Mancini abbia deciso per una questione di soldi, allettato da una ricchissima offerta. Si parla di Arabia Saudita. 

«Guardate, di offerte ne ho sempre avute, ne ho avute dopo l’Europeo, durante l’Europeo, prima e dopo l’eliminazione dal Mondiale. Ne ho sempre avute e ne ho, perché faccio questo lavoro. Sono un allenatore e nel momento in cui mi capiterà la proposta che mi piace la accetterò. Il motivo per cui ho lasciato la Nazionale non è sicuramente questo, altrimenti lo avrei fatto prima. Per me l’Italia è venuta sempre prima di tutto. Poi, dopo tanti anni, ho ricevuto diverse proposte che valuterò nelle prossime settimane (anche il Messico, ndr), ma al momento non c’è niente di concreto. Faccio l’allenatore, non è che possa stare fermo. Certo, se capita qualcosa che m’interessa… Però l’Arabia Saudita non c’entra nulla».  

 ➣  Dunque nel momento dell’indecisione avrebbe voluto avvertire più fiducia. Questo sta dicendo? 

«Se mi avessero dimostrato che mi volevano comunque… Ho pensato una cosa che non mi è stata poi dimostrata. Io avevo bisogno di tranquillità per lavorare perché secondo me si è iniziato a toccare un po’ di cose, sono venute meno certe  situazioni. Questo è il mio dispiacere».  – intervista di xavier jacobelli e fabrizio patania, Corriere dello Sport-Stadio

 

Che cosa ne pensa il presidente della Lega, Casini

 Le dimissioni improvvise di Mancini non sono un buon segno. Addirittura uno choc: che impressione ha ricavato?

«Sorpresa, come tutti. Non me le aspettavo. Ma rispetto le ragioni personali. E comunque va ringraziato per il lavoro svolto in questi cinque anni e per l’Europeo vinto».

 ➣  E per il futuro azzurro che si aspetta?

«Un allenatore serio, preparato, vincente: la panchina della Nazionale è tra le più belle, difficili e importanti al mondo».

 ➣  Luciano Spalletti?

«È una questione di pertinenza esclusiva della Federcalcio. Se invece mi chiedete un giudizio su Spalletti, è l’allenatore campione d’Italia e a Napoli ha fatto un grande lavoro».

 ➣  Non crede che questo terremoto possa in qualche modo penalizzare, o perlomeno indebolire, il governo federale all’inizio di una stagione così delicata?

«No. Manca un anno e mezzo alla fine del quadriennio olimpico e alle elezioni. Non sono preoccupato».

 ➣  Come sono i suoi rapporti con Gravina?

«Sono sempre stati buoni e lo sono tuttora, al netto di inevitabili attriti istituzionali che fanno parte del gioco». – intervista di alessandro bocci e daniele dallera, Corriere della sera

 

E adesso?

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Per avere Luciano Spalletti in panchina, la federazione dovrebbe pagare i 3 milioni e passa di clausola fissati dall’allenatore con De Laurentiis nel momento in cui è uscito di scena, 3 milioni per essere libero di tornare ad allenare prima del 2024. Il Corriere dello Sport-Stadio titola: Se la clausola vale un sacrificio

Alessandro F. Giudice ricorda che nel mondo anglosassone le clausole di non concorrenza sono molto frequenti, non solo per dirigenti apicali ma, altrettanto spesso, per semplici dipendenti. Soprattutto in industrie ad elevato grado di tecnologia, dove la conoscenza di certe dinamiche gestionali danneggerebbe l’azienda se il dipendente andasse subito a utilizzarle al servizio di un’azienda rivale.  Ma in questo caso, senza un club di mezzo, stiamo parlando davvero di concorrenza? 

La Nazionale, evidentemente, non lo è – chiarisce Giudice – ma le previsioni contrattuali sottoscritte a suo tempo non farebbero differenze tra squadre di club e nazionali.  Da questa situazione non si esce senza il pagamento dei circa 3 milioni che Spalletti dovrebbe versare al suo vecchio club per liberarsi. Una federazione non può, scrive Giudice. Si tratterebbe, a tutti gli effetti, di una buonentrata che difficilmente una federazione, ovvero un soggetto pubblico, potrebbe sostenere senza creare un precedente assai delicato. In alternativa, potrebbe accollarsela l’allenatore, se il desiderio di iscrivere il suo nome nella storia della Nazionale azzurra fosse davvero così intenso. Difficile, in tempi di mercantilismo sfrenato. Tutti si attendono, quindi, un beau geste di De Laurentiis. Se non dovesse arrivare, il presidente partenopeo non darebbe certo una spinta alla sua popolarità

Secondo Alessandro Barbano, condirettore del Corriere dello Sport-Stadio, questo passaggio annuncia a Spalletti quale clima troverà. Il neocandidato cittì sta toccando con mano la stessa solitudine che ha fiaccato le energie e la fiducia del suo predecessore. Niente gli sarà regalato e nessun club rinuncerà ai suoi egoistici interessi in nome della solidarietà nazionale. Che è ancora un concetto sconosciuto per questa singolare classe dirigente, allevata sotto il campanile a coltivare il cinismo come fosse una virtù. De Laurentiis non prova nessun orgoglio che l’allenatore del suo scudetto sia chiamato a rappresentare l’Italia, pretende che il suo contratto capestro sia onorato, anche di fronte a una circostanza eccezionale come la guida della Nazionale. La sua ambizione di furbo mercante è volta a massimizzare i propri risultati, non a condividere grandi progetti con gli altri. Lo stesso fanno molti suoi colleghi, quando fanno carte false – talvolta in senso non metaforico – per scongiurare la convocazione in azzurro dei propri gioielli, se c’è in vista un’importante partita di campionato o di coppe

 

Luigi Garlando sulla Gazzetta dello sporti si domanda: Toccherà a un giudice risolvere la questione? Auguriamoci di no e che basti semplicemente il buon senso. In una famosa intervista, Sophia Loren spiegava: «Non sono italiana, sono napoletana. È un’altra cosa…». Una battuta, un vezzo d’amore per la città. Nei fatti però l’attrice è stata per anni una delle più celebrate icone di italianità nel mondo. Alla luce del buon senso, il Napoli dovrebbe provare solo orgoglio davanti all’ipotesi di vedere sulla panchina più importante d’Italia il proprio ex allenatore. Il “napoletano” Spalletti icona di italianità. Che senso avrebbe mettere il bastone tra le ruote dell’allenatore che ha riportato lo scudetto in città dopo 33, lunghi, anni? Uno sgarbo che non rispecchierebbe la natura generosa e inclusiva di Napoli che da sempre spalma su tutto lo Stivale spirito, cultura e lavoratori

Ora. De Laurentiis non è il re dei simpatici e ha già uno stuolo di avvocati che lo difendono. Della clausola se ne occuperanno loro. Invece. Non è abbastanza chiaro cosa c’entri in questa storia la città di Napoli, con la sua “natura generosa e inclusiva” così complimentosamente esibita dalla Gazzetta. Qui si parla di un contratto tra un privato cittadino – peraltro romano – con un altro cittadino – peraltro toscano. Si parla di affari, di interessi, di patti liberamente sottoscritti da due parti. Si parla di un accordo messo nero su bianco, lo stesso che a Mancini viene rimproverato di avere disatteso. La città di Napoli è spettatrice di questa storia come Rovigo. Andrebbe tenuta fuori. A meno di non immaginare uno sforzo del Comune per pagare la clausola al posto della federcalcio, una donazione, ecco, una sontuosa e magnifica colletta cittadina per dimostrare al resto d’Italia che vuole Spalletti Ct la natura generosa, il buon cûore che cotanto paternalismo riconosce. Usare così quella frase di Sophia Loren è peraltro fuori luogo. È un pericoloso seme di zizzania. Alimenta l’idea, il sospetto, in qualche minoranza la tentazione, che esistano un sentimento-un interesse dell’Italia diversi da quelli che circolano a Napoli.

Ma se l’Italia è così centrale, come mai i quotidiani sportivi mettono la Nazionale a pagina 17-20 e 24?

 

Corriere dello Sport-Stadio: E De Laurentiis diventa il mago delle postille

Stavolta è Antonio Giordano che racconta come l’uomo che con i cinepanettoni «ha fatto ridere per decenni mezz’Italia», ora tiene in pugno pure l’altra metà. La passione di Adl per le clausole [e però pure di soldi, dei quali preferisce in genere non parlare «perché è cafone farlo»], quella che costrinse la Juventus a spendere 94 milioni per Higuain, l’ultima con Osimhen, costata una inversione ad U sui propri principi etici-economici, ma al di là delle analisi di una pancia e di una simpatia che non riuscirà mai a guadagnarsi se non allo specchio al mattino mentre sistema la barba, Adl ha dimostrato di essersi impadronito rapidamente della materia, il calcio, e di saperlo dominare dall’alto di uno scudetto. Lo sceicco è lui, e agli arabi che non hanno mai bussato alla porta con i piedi non ha neppure dovuto rispondere: Osimhen se l’è tenuto, ha prolungato il contratto, e adesso ha virato verso Veiga e Koopmeiners

 

     La riabilitazione di Michel Platini

 ➣  Quanto ha sofferto per la vicenda che l’ha riguardata per gli scandali Fifa e che si è conclusa con la sentenza a suo favore del Tribunale svizzero?

«Io niente, sapevo di non avere nulla da rimproverarmi, ho sempre fatto tutto correttamente. Ho visto la sofferenza della mia famiglia e delle persone che mi sono vicine. La battaglia che ho condotto era contro l’ingiustizia. L’obiettivo di quella campagna era di farmi fuori dalla Fifa. Mi hanno messo sotto accusa le commissioni della Fifa che gestiscono “loro”. Appena si è usciti dal mondo dei funzionari del calcio, che volevano impedirmi di diventare presidente, la giustizia ordinaria mi ha dato ragione. E per me, ovviamente, conta quello. Fuori dagli apparati del calcio ho vinto, dentro ho perso. Per questo non mollerò, è stata un’ingiustizia. C’è gente che mi ha fatto del male, molto. Non mi interessa tanto dell’universo Fifa. Per Infantino, Ceferin quel mondo è tutto perché non hanno vissuto niente prima e, fuori da lì, sono nessuno. Non hanno mai giocato al calcio. Loro, come Blatter, sono diventati importanti là, dentro quei palazzi, e sono importanti solo là. Ho sofferto per dieci giorni, mi sono battuto per difendermi ma poi ho presto capito che la verità era solo che volevano farmi fuori, e basta».

 ➣  Per paradosso lei sarebbe stato, nella storia della Fifa, l’unico giocatore di calcio a diventare presidente. Era una colpa?

«Non so se fosse una colpa, certo è che l’amministrazione della Fifa si è schierata contro di me. I presidenti delle federazioni nazionali mi volevano presidente, gli apparati della Fifa no.

Si può capire perché. E hanno cercato qualcosa per bloccarmi. Hanno trovato un pagamento fatto cinque anni prima e qui è l’ironia della cosa: la Fifa prima mi paga per il mio lavoro e poi mi punisce per avermi pagato. Assurdo, questo è il massimo. Il calcio mi voleva, la politica del calcio no». 

 ➣  Cosa pensa di questo spostamento dell’asse del calcio verso il mondo arabo?

«I calciatori, i migliori calciatori, sono come uccelli che migrano cercando i luoghi dove vivere meglio. E dove sono attesi dalla gente e quindi ci sono più soldi. Io sono venuto in Italia, all’inizio degli anni Ottanta, perché era il Paese che pagava di più, era il cuore del calcio mondiale. Maradona, Falcao, Zico giocavano qui. Erano gli anni di Mantovani, di Berlusconi, dell’Avvocato, gli azzurri avevano vinto il campionato del mondo, l’economia andava bene, il terrorismo stava finendo. Si sentiva un’aria di ripresa, di entusiasmo nella società italiana. E quindi anche nel calcio. Oggi i calciatori vanno dove gli danno più soldi. Io credo che ci sia stato un errore della Commissione Europea nello sposare integralmente la Bosman senza un disegno complessivo per lo sport europeo. Ora i ricchi possono comprare chi vogliono. E quei Paesi sono ricchi, molto ricchi».

 ➣  Ma questo sistema regge? Le società calcistiche, non solo in Italia, sono piene di debiti…

«Il sistema è fatto per produrre debiti. Il sistema è: tanti soldi arrivano e tante persone li prendono. Il meccanismo dei trasferimenti è questo. Tu prendi dei calciatori sperando che due anni prima della scadenza del contratto vengano venduti per fare soldi. Io negli anni Settanta ho fatto sciopero per consentire ai calciatori di scegliere loro, a fine contratto, dove andare a giocare. Sono andato al Saint Etienne quando ero libero e lo stesso alla Juve.

Deve essere il calciatore a scegliere, è la sua vita. Poi attorno al mondo del calcio c’è tanta gente… Dove circolano tanti soldi arrivano quelli a cui i soldi piacciono tanto, troppo». – intervista di walter veltroni, Corriere della sera

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