Il primo giorno nella nuova vita dell’atletica italiana si apre con una ragazza romana che faceva judo e una veronese che aveva preso una sbandata per la ginnastica artistica. Roberta ha preso una laurea in scienze forestali dopo essere uscita dal liceo scientifico con indirizzo biologico e quando s’arrampica in cielo con un’asta tocca i 4 metri e 70, centimetro più, centimetro meno. Anche Elisa ha fatto lo scientifico, è stata insegnante di pattinaggio, aveva trovato un lavoro in un ufficio, finché la polizia non l’ha arruolata nel corpo atlete. Il suo personale è di 4 metri e 56 e cercherà nel pomeriggio la qualificazione alla finale.
Roberta Bruni, Elisa Molinarolo.
Sono le prime canottiere azzurre in gara nel giorno uno d.C., il dopo Ciucca, la briaca, la sbronza. Il giorno uno nel quale sono caduti i veli anche per chi finora non aveva voluto guardare. Marcell Jacobs fuori dalla finale dei 100 metri è una delusione, una scoperta, una sorpresa, solo per chi aveva ripartito il mondo tra il carro e i rosiconi. Era una domenica d’agosto ai Giochi, era una domenica d’agosto ieri a Budapest. L’Italia dell’atletica leggera non era quella dei cinque ori olimpici, a questo punto non vale nemmeno più la pena chiedersi come arrivarono. Sarà meglio accettare la nuova dimensione, che non è neppure così piccina come qualche anno fa.
Sayonara Tokyo, andiamo avanti. È dura dirselo nello stesso giorno in cui Larissa Iapichino ha sbagliato gara per quattro quinti del pomeriggio, trovando un 6,82 finale buono per sedersi a 6 centimetri dal podio e scoppiare in lacrime. Come presagio, al mattino c’era stato Gianmarco Tamberi quasi fuori nella finale di salto in alto [2 metri e 28 al terzo tentativo].
Immaginare Jacobs in finale era un esercizio da sognatori. Per questo la sua sconfitta è un passaggio di sport puro. Finalmente l’ha affrontata, l’ha accettata e l’ha commentata con le parole giuste. È caduto nella retorica del metterci la faccia, ma non si può avere tutto. In realtà ci ha messo le scarpe. Se non avesse corso nemmeno i Mondiali, alla Puma – il nuovo fornitore di scarpe dopo l’oro giapponese griffato Nike – non l’avrebbero presa benissimo. Ma non è questo il punto. Adesso conta che Jacobs sia più asciutto, nel fisico e nell’anima, si vede a occhio nudo. È bello credere che dentro di sé e intorno a sé sia stata accettata l’idea di aver corso quel 9.80 fuori da ogni scala possibile, come una meravigliosa anomalia in carriera, non come punto di partenza per un altro viaggio ancora più ambizioso, per seguire virtute e canoscenza. È bello pensare che da stamattina l’atletica italiana accetti l’idea che avere uno sprinter da 9.95-10.05 è comunque una gran bella cosa.
I commenti ai 100 metri di Jacobs
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Dopo tanto trash-talking con Fred Kerley, pure l’altro è rimasto freddato dal vento di Budapest, anche lui fuori in semifinale per un 10.02 assai ordinario. Emanuela Audisio su Repubblica ha definito una magnifica vertigine da 9”83 l’oro di Noah Lyles, un duecentometrista che si è messo in testa l’idea di prendersi tutto. “Cento metri da far girare la testa – ha scritto Audisio – anzi un nuovo turbinio. Estasi di velocità, 100 metri pieni di chiasso e di futuro. Tutto cambia. Il re dei SuperMan è il rapper dello sprint: Noah Lyles, 26 anni, americano, riccioli rasta, nato in Florida, bimbo asmatico, cresciuto in un sottoscala con madre, fratello e sorella, dopo l’abbandono del padre. Mai visto uno così stabile e reattivo nella corsa, così aderente al suolo, sempre molto spaccone. Ha dimostrato di non essere solo uno eccentrico nel vestire (Lady Gaga a confronto è una dilettante), nel promettere, nel twittare, a velocità vertiginosa anche lì, ma nel realizzare imprese mostruose”.
Gaia Piccardi sul Corriere della sera sottolinea allora che “lo sprint resta negli Usa ma cambia indirizzo, da Fred Kerley il texano imbruttito a Noah Lyles la pop star del nuovo decennio: sette atleti su otto per qualificarsi sono scesi sotto i 10”, l’ottavo (Omanyala) è rimasto aggrappato al treno per un centesimo (10”01) e in questo mondo che corre in apnea senza voltarsi indietro non c’è posto per Marcell Jacobs, il campione olimpico convalescente a cui riesce un piccolo progresso (dal 10”15 della batteria a 10”05) però non l’impresa. È uno sprint a cui Jacobs, questo Jacobs legnoso e troppo assente, atleta a intermittenza, non appartiene”.
Giulia Zonca su la Stampa sottolinea come i 3 millesimi di distanza che tengono giù dal podio il giamaicano Seville, 9″88, identico cronometro al centesimo del bronzo Hughes e dell’argento Tebogo, Botswana, “primo africano a salire sul podio della gara cosmopolita. Li provano tutti, li imparano in pochi, li vincono in un selezionatissimo numero di atleti che se li tengono raramente. Dopo il dominio Bolt, fuori quota, un continuo cambio al vertice e in questa finale assenti il campione mondiale in carica e quello olimpico, nessuna riconferma dai migliori tre di Tokyo”.
Anche la Gazzetta deve prendere atto che l’incantesimo è finito. Tutto quel che è stato salvato, protetto e giustificato in questi due anni, stamattina viene più facile da condannare. Giorgio Specchia nota che dopo la favola di Tokyo, la “stupenda creatura” del coach Camossi “si è mostrata vulnerabile”. Un suono di violini accompagnò l’oro nei 60 metri ai Mondiali indoor e nei 100 agli Europei. Jacobs era l’eroe che metteva l’indice davanti alla bocca a zittiva i critic, i grilli parlanti, i rosiconi. Al posto dei violini stamattina rintoccano le campane. Specchia per esempio è energico nel chiedere che “bisogna invertire la rotta con decisioni drastiche e coraggiose sia nella preparazione sia nella programmazione. Che bisogno c’è, per esempio, di correre ancora le indoor? È evidente che Jacobs vada gestito in maniera diversa rispetto a quanto fatto fino all’1 agosto 2021”. Tutte le obiezioni che si potevano diluire in due anni si concentrano nelle righe di stamattina. La Gazzetta vede che “da quella formidabile serata, culminata con l’oro olimpico sui 100 metri, è finita una storia e se ne è aperta un’altra. Completamente diversa e che coinvolge anche coach Camossi. Da olimpionici adesso giocano un altro campionato e ci vogliono le risorse per giocarlo al meglio. Il “soli contro tutti” non basta più, va creata una struttura tecnica a supporto e dedicata al campione che nasce ogni cento anni. Jacobs non può più permettersi un’”altra Budapest” che ci consegna l’immagine di un atleta coraggioso ma battuto, senza potersela nemmeno giocare con gli altri. Non è stato un bello spot”.
In effetti quello della Tim è migliore.
LE STELLINE DELL’ATTESA
★★★★★ Le semifinali e la finale dei 100 metri femminili
Tira aria di triello fra Shelly-Ann Fraser-Pryce, Shericka Jackson e Sha’Carri Richardsn, miglior tempo in batteria con 10.92. Sotto gli 11 netti sono scese anche Ewa Swoboda e Julien Alfred. L’Africa non ha mai vinto l’oro della velocità e sotto sotto ci fa un pensierino con Ta Lou, 11.08 in batteria.
quando ore 20.35 e 21.50
★★★★☆ La finale del triplo maschile
Sono andati in due sopra i 17 metri nelle quyalificazioni, il cinese Yaming Zhu e Hugues Fabrice Zango del Burundi. Pichardo può diventare il terzo della storia a vincere l’oro più di una volta, mentre Hibbert punta a portare per la prima volta la Giamaica sul podio di questa gara. In finale Emmanuel Imeheje con la settima misura.
quando ore 19.40
★★★☆☆ La finale del disco maschile
Una delel gare in cui la mappa è più cambiata rispetto allo scorso decennio, tanto che ci sono in finale due giamaicani. A Stahl manca un bronzo per completare il set delle medaglie con tutti i metalli. Sia lui, sia Ceh sia Gudzius possono replicare un oro già raggiunto in passato. C’è in finale pure Mykolas Alekna, figlio di Virgilijus.
quando ore 20.30
★★☆☆☆ La semifinale e la finale dei 110 ostacoli
Holloway punta al terzo oro, a quel punto avrebbe pareggiato Gregg Foster, mettendosi uno dietro Allen Johnson nella storia. Spettacolare ricostruzione de L’Équipe sul giornale di ieri. Un albero genealogico che dal capostipite Guy Drut arriva fino ai contemporanei Zhoya, Belocian e Kwaou-Mathey. Gli ostacoli sono “una passione francese”
quando ore 20.05 e 21.40
★☆☆☆☆ I 400 ostacoli
Si apre la sarabanda delle batterie femminili, con Femke Bol che punta all’oro in assenza di Sydney McLaughlin. Diventerebbe la seconda europea di sempre. Quattro anni fa l’alter-Sydney era Muhammad, che cerca almeno la quinta medaglia.
Gli uomini corrono invece le semifinali. Con Mario Lambrughi nella prima e Alessandro Sibilio nella terza, insieme con Karsten Warholm.
quando ore 18.50 e 19.35
CLIC
Quando cadono le olandesi
Sifan Hassan era già caduta qualche minuto prima. Aveva l’oro in pugno fino a una ventina di metri dal traguardo. Quando Gudaf Tsegay stava provando a passarla dall’esterno, ha prima allargato i gomiti e poi ha toccato con i suoi tacchetti il ginocchio dell’etiope. Era già caduta qualche minuto prima, le sanguinava il gomito e non poteva piegare il ginocchio, in zona mista s’è messa davanti al monitor per vedere l’assalto all’oro delle compagne di nazionale nella staffetta 4×400. Quando la maledizione degli ultimi cinque metri hanno invece colpito Femke Bol. Anche lei insidiata, da Alexis Holmes, USA, anche lei giù per terra. Nello stesso punto, più o meno. I giornali olandesi non possono crederci. De Volkskrant parla di un’ondata di orrore nel giro di 20 minuti. “Che razza di scenario improbabile è mai questo?”. Due fenomeni da otto ori – tra Mondiali e Giochi – che cadono allo stesso modo, mentre ne stringevano altri due.
Improbabile e maledetto, come scenario, almeno quanto quello noto alle fuoriclasse olandesi del ciclismo. Le compagne di Annemiek van Vleuten pensavano fosse morta ai Giochi di Rio, una caduta le procurò la frattura di tre vertebre della schiena. Era in testa, da sola, a 11 km dal traguardo, perse il controllo della bicicletta, batté contro un marciapiede picchiando la testa. A Tokyo fu invece Anna van Der Breggen a finire per terra mentre provava la crono, spinta giù dalla bici da membri della sicurezza del circuito di Fuji. Ai Mondiali di Ponferrada, sette anni prima, si era fratturata il bacino. Tra parentesi, ai Giochi di Tokyo, caddero pure Mathieu van der Poel su una tavola rimossa nella mountain bike e Niek Kimmann nella Bmx, rompendosi la rotula dopo essersi scontrato con un ufficiale di gara che aveva attraversato improvvisamente la strada. Una macumba, chissà se esiste una parola del genere in olandese.
Van Vleuten è tornata a vincere, van der Breggen pure, van der Poel lo stesso. Il Telegraaf ricorda che Femke ha i 400 ostacoli da affrontare, da favorita, senza la McLaughlin rimasta a casa per un infortunio. Sifan Hassan ha la finale dei 1.500 domani e la batteria dei 5.000 mercoledì, la distanza su cui si ripeterà il duello con Tsegay. Paula Radcliffe ha detto alla BBC che la caduta aggiunge un po’ di fuoco al resto della settimana. Vallo a dire in Olanda.