C’è un nuovo sceriffo in città, un nuovo capobranco nel branco dei velocisti, questa affascinante razza di corridori che pesta i pedali negli ultimi 300 metri come se fosse l’ultima cosa da fare al mondo, con la prua della bici puntata verso una linea di gesso, la testa sollevata appena dal manubrio. È una tribù parecchio cambiata nel tempo. Sono sempre di meno, quelli che si staccano al primo accenno di salita – la faccenda è parecchio evidente alla Sanremo – si sono trasformati nel corpo e nello spirito, sono ciclisti più ampi, più larghi, eppure non cambia il fatto che la loro ferocia emerga là, quando annusano l’odore del traguardo.
C’è un nuovo sceriffo dentro questa città e si chiama Jasper Philipsen, ieri ha vinto la sua quarta tappa al Tour de France. Alexandre Roos scrive allora stamattina su L’Équipe che “nei suoi ventuno episodi, la Grande Boucle deve sfamare un po’ tutti, scalatori come avventurieri, generali e spadaccini, ma Philipsen non ha la forza di aderire a questa idea di condivisione della gioia. Il belga ha vinto la volata come se ridesse, stavolta tutto solo, senza il suo rimorchiatore Mathieu Van der Poel, caduto e un po’ malconcio, dice il suo compagno di squadra, che allora si è affidato al suo istinto e ha succhiato le ruote a Dylan Groenewegen e Wout Van Aert, nel finale”.
Philipsen ha perso in volata solo sabato, da Mads Pedersen a Limoges, “ma il suo stomaco goloso deve restare a digiuno per una settimana, visto che non vedremo i velocisti in azione fino a Bourg-en-Bresse il prossimo giovedì prossimo”.
| Tutto solo, proprio no, fa notare Alessandra Giardini nelle sue pagelle per gli abbonati di Bicisport, dove scrive: “Non può contare sul malaticcio van der Poel, ma ha comunque Jonas Rickaert, non proprio uno qualunque: prima di due interventi all’arteria femorale era un lead-out clamoroso. Ma Philipsen adesso è il più forte del mondo senza discussione, anche da solo: quando si vede chiuso è furbo a prendere la ruota di Van Aert, poi battezza Kristoff e alla fine Groenewegen. Nell’ultimo km tiene una media di 65,7 km/h. Ha una punta di velocità superiore a tutti, tanto che dà una bici al secondo e ha anche il tempo di contare: fa 4 con la mano per dirci che in questo Tour nessuno è come lui” [a Bicisport ci si abbona qui]
| Nella sua bellissima newsletter per Bidon Magazine [si sostiene qui] Leonardo Piccione ha scovato che a Moulins c’è una brasserie [“colonne ghirlandate, eleganti lampadari in bronzo, soffitti affrescati, un lussuoso mezzanino per orchestra ed enormi specchi a occupare per intero le pareti laterali, estendendo lo spazio della sala centrale all’infinito”] dove ogni lunedì, mercoledì e venerdì veniva ospitato uno spettacolo propagandato a fine Ottocento come «uno spettacolo artistico e mondano senza rivali». Un prototipo di cosmorama, lo chiama. “Una delle sciantose del Grand Café – si legge – sarebbe stata la giovane sarta Gabrielle Chanel, che proprio a Moulins sarebbe divenuta Coco; uno dei frequentatori più assidui, l’aspirante romanziere Georges Simenon, che anni dopo, nel Caso Saint-Fiacre, vi avrebbe fatto accomodare Maigret”.
Simenon scriveva: “Era il locale più elegante di Moulins. Su una pedana tre musicisti accordavano gli strumenti, e con tre cartoncini su ciascuno dei quali c’era una cifra componevano il numero d’ordine del pezzo”. E allora, giocando col noir, Piccione aggiunge che “per confezionare la trama-tipo delle tappe pianeggianti del Tour 2023 non occorre la penna del maître dei polizieschi: l’assassino alla fine è sempre lo stesso”. Jasper.
scenari JASPER E I SUOI ► È singolare la storia della sua squdara, la Alpecin-Deceuninck, che ormai comanda ovunque, dal ciclocross al Giro delle Fiandre, fino al Tour de France, in linea con quello che il quotidiano francese chiamao “il folle sogno dei fratelli Roodhooft”. Pierre Callewaert racconta come una piccola squadra fiamminga di ciclocross nata nel 2009, sia diventata sotto la loro direzione – Philip e Christoph Roodhooft – la squadra guida che vediamo in azione allo sprint in questi giorni francesi, come ci sia riuscita soprattutto attraverso “l’irresistibile ascesa di Mathieu Van der Poel”
«Siamo solo una piccola squadra di ciclocross, in una piccola regione, di un piccolo paese», amava dire all’epoca Christoph Roodhooft, direttore sportivo di quella che all’epoca si chiamava BKCP- Powerplus, mentre adesso “Van der Poel vampirizza la bacheca dei trofei”. I due fratelli hanno creato un rapporto intimo di fiducia con il loro prodigio, così si legge che in questa squadra “Mathieu è il centro del sistema solare, Mathieu è il comico della band”.
| Mathieu dirige e Jasper vince. Sul giornale belga Het Nieuwsblad Wim Voos celebra il 25enne belga, “un anno dopo che Wout van Aert ha sorpreso tutti in Francia. Jasper Philipsen sta facendo a modo suo. Quattro vittorie di tappa su undici, compresi i Pirenei. Non è neppure la sua unica statistica più impressionante”. L’Het ne ha messe in fila altre. Philipsen è il primo belga con quattro vittorie di tappa in un Tour negli ultimi 25 anni ed è il sesto in assoluto dal 2000 in poi. Negli ultimi venti chilometri, a Moulins ha viaggiato alla velocità media di 60,1 chilometri all’ora. L’ultimo chilometro è riuscito a farlo a 65,6, con un picco di 71,1 nello sprint. Rispetto alla prima tappa vinta in questo Tour, la numero 3 a Bayonne, la sua velocità non è calata. Allora fu di 71,2 km/h. Ha fatto più punti di Van Aert l’anno scorso. Il Belgio non aveva un 25enne così indomabile al Tour dal 1976, quando Freddy Maertens vinse otto tappe e la maglia verde. Da quell’anno, solo altri sette belgi hanno portato a casa il simbolo del primato della classifica a punti. C’è qualcuno nel paese che si domanda se ai Mondiali del mese prossimo non sia il caso che van Aert faccia il pesce pilota in volata per Philipsen, così come nel team fa van der Poel.
Cosa sarà di Philipsen nei prossimi cinque-sei anni, dove potrà arrivare è già un bel tema di discussione. Rachel Jary sulla rivista Rouleur dice che forse è ancora “troppo presto per capire se raggiungerà mai il successo astronomico di un velocista come Cavendish nella sua carriera”, nel frattempo non c’è alcun dubbio che sia “una spanna sopra gli altri”.
DAGLI ANGOLI DEL TOUR
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camei DANIEL OSS ► Giovanni Battistuzzi scrive sul Foglio dell’italiano protagonista di un pezzo di tappa in acvanscoperta. “Daniel Oss è rimasto davanti per sottrazione. Per una vita ha aperto la strada a Peter Sagan, ne ha guidato i movimenti in gruppo, lo ha accudito e lanciato, gli è stato ombra, consigliere, gran visir. Per un giorno, qualche ora, ha preso le distanze dal capitano e amico. Lontano, in fuga, un cambiamento totale. Valeva la pena restare lì, godersi l’effetto che fa, anche se il finale era scontato e non c’era possibilità di alcun ribaltamento carnevalesco. Poteva andare peggio, poteva piovere. È piovuto. Ma d’estate, specie in bicicletta, specie al Tour de France, specie dopo un caldo appiccicoso, la pioggia non è mai così spiacevole. Il gruppo avrebbe preferito bagnarsi un po’ prima, avvicinarsi alla volata sull’asfalto asciutto. Anche perché ci sarebbe stato spazio e tempo per farlo. Inseguiti e inseguitori avevano giocato a chi andava meno forte per un pezzo, decine e decine di chilometri. La speranza era vedere una sfida di surplace, un traslocamento di ciò che faceva aprire le bocche agli spettatori nei velodromi, che cucinavano le gambe al pari di un Galibier o un Tourmalet. È andata male. E sì che di discreti pistard ce ne sono in gruppo”.
Un giorno da imboscate
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LA TAPPA DI OGGI
E oggi che si fa? Ce ne stiamo buoni buoni ad aspettare le montagne dei prossimi giorni? Difficile. Stephen Puddicombe su Rouleur racconta: “Incastonata tra il Massiccio Centrale e le Alpi, questa regione nota come “monts du beaujolais” è molto collinosa, troppo difficile per essere a portata di mano dei velocisti. Con un totale di cinque salite classificate tra la seconda e la terza categoria, il percorso sembra molto simile alla decima tappa, quindi molti degli stessi corridori protagonisti quel giorno potrebbero provare a tornare in fuga qui, dove Sylvain Chavanel vinse l’ultima volta, a Roanne nel 2008. Il suo profilo di tuttofare con istinto aggressivo e acume tattico è esattamente quel che servirà per vincere la tappa. Le ultime due salite, il Col de la Croix Montmain e il Col dele Croix Rosier, sono le più difficili, quindi non ha senso impegnarsi troppo in un attacco anticipato”.
Alexandre Roos su L’Équipe parla di una tappa che nei vigneti del Beaujolais è “una nuova promessa da luna park, sempre con più di 3.000 metri di dislivello, dove i guastatori, i finisseur, anche i corridori della classifica generale potrebbero essere risucchiati dalla frenesia collettiva”. Sciovinisticamente, aggiunge che spera di vedere i francesi “partecipare alla fanfara, e se possibile fino alla fine”. Da qualche giorno, la Francia si domanda che cosa stia accadendo al suo Julian Alaphilippe, che corre da pirata, o da moschettiere, fate voi, si infila anche nelle fughe giuste, ma non trova più l’ultimo scatto. Ne ha scritto Christophe Bérard su le Parisien qualche giorno fa.
Secondo Roos non dovremmo sorprenderci se Tadej Pogacar fosse “tentato di ingannare la sorveglianza prefettizia della maglia gialla per organizzare un rave selvaggio in mezzo alle vigne. Perché è imrpevedibile, ma anche perché i bonus in cima al Col de la Croix Rosier e quelli all’arrivo lo tentano come un pacchetto di caramelle. E non esiste mai una giornata inadatta per continuare a rosicchiare i secondi e il cervello al tuo rivale”.
IL PAESE INTORNO AL TOUR
▛ BEAUJOLAIS
«Mi piaceva il percorso perché mi piace il vino». Quando Armstrong si rilassa, diventa quasi gioviale. Generalmente, si rilascia quando vince. E ieri ha vinto la cronometro di 50 km, pedalata a 47 di media, quasi tutta tra i vigneti del Beaujolais, un vino rosso fresco e leggero che non si può definire grande ma simpatico sì. Regnie, paese di partenza Morgon, Fleurie, St. Amour, ci passa la corsa e sono quattro dei dieci crus del Beaujolais. Si differenziano per gli aromi, chi ci trova la ciliegia e l’albicocca, chi il lampone e la peonia – di gianni mura, Repubblica, 28 luglio 2002