Aspetti De Bruyne e arriva Emma Meesseman. Storia delle donne del Belgio fino al titolo europeo di basket

Non vincono il Tour de France dal 76 e il Giro d’Italia dal 78, eppure sono i signori dei muri e del pavé, abitano la terra del ciclismo, “i cubi di porfido, un acciottolato unto dalla geografia e arrotondato dalla storia“ [Marco Pastonesi]. Hanno avuto il bacio del cielo sui piedi di una intera generazione. Hanno imparato l’arte di tirar fuori gioielli dalle scuole calcio, sono saliti al numero 1 della classifica Fifa, ma non sono riusciti a vincere un Mondiale, un Europeo, nemmeno una Nations League. Aspettavamo De Bruyne, aspettavamo gli uomini, e adesso arriva Emma Meesseman, la stella delle stelle della pallacanestro femminile del Belgio, per la prima volta oro europeo. Le ragazze del Belgio han quel passo di pianura che è bello da incontrare, impossibile da contrastare, se ne sono accorte prima la Francia e poi la Spagna, due potenze dei canestri, soppiantate da questo vento nuovo che soffia dalle Fiandre e dalla Vallonia, dove ogni squadra nazionale deve fare i conti con due popoli e due lingue mescolate dentro un solo confine.   

 

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Un clima di semplicità e armonia, come ha raccontato l’Het Nieuwsblad, un gruppo di ragazze che in ritiro passa il tempo a giocare a carte Uno e caricare video su TikTok. Uno scenario che stride con quanto sta accadendo nella Nazionale di calcio maschile, dove le assenze di Courtois sono frequenti e polemiche, dove la fascia da capitano è un argomento imbarazzante e dove il nuovo Ct Tedesco non fa nulla per nascondere i tormenti interni, come ha scritto qui la rivista francese So Foot.

E invece. Emma Meesseman, ormai 30 anni, è la punta del movimento, giunta nell’età della maturità dove Lukaku non s’è mai spinto. Una delle più forti giocatrici al mondo, cinque volte campionessa in Eurolega, fresca di nomina di mvp nel torneo nel mese di aprile. Ha vinto un titolo WNBA, migliore giocatrice dei play-off. Segna, prende rimbalzi e serve assist. Era il suo settimo grande torneo. Prima donna in assoluto a realizzare una tripla doppia in un campionato europeo. Intorno a lei una squadra di 24-25enni in media. Elise Ramette è andata a costruirsi una base di esperienza internazionale nel campionato spagnolo. Laure Resimont ha giocato con una maschera protettiva per una frattura al naso in preparazione e un intervento chirurgico. È la sola della nazionale che giochi ancora nel suo paese.  Le altre sono sparse fra Turchia, Spagna, Francia, Stati Uniti. Bethy Mununga era l’esordiente, nata a Kinshasa, cresciuta in Belgio, per cinque anni studentessa alla University of South Florida, fisicamente potente, il pezzo che mancava al puzzle della squadra. Il profilo ideale per offrire a Emma Meesseman un po’ di riposo in più in questo Europeo, nota il giornale fiammingo. Serena-Lynn Geldof si è portata a lungo dietro l’etichetta di eterna promessa sul punto di esplodere, Becky Massey è la gemella di Billie, chiacchierona, a differenza dell’altra, taciturna. Maxuella Lisowa è passata anche dal campionato italiano. Julie Vanloo è una giramondo passata dall’Australia e dalla Siberia, una tiratrice da tre punti mai così implacabile. Julie Allemand è forse la miglior guardia d’Europa. Segna e lascia segnare. Ha vinto il titolo francese e l’EuroCup in questa stagione.

L’allenatore

In panchina il 43enne Rachid Méziane, con la nazionale belga da meno di un anno. Lui ne ha 43 anni, francese, i suoi sono emigrati dal Marocco, padre di due figli, sposato con una donna francese di Clermon-Ferrand. Con lui la squadra ha puntato su un ritmo più alto nella circolazione della palla e nel contrattacco, aggiungendo le caratteristiche a una tradizionale fermezza in difesa. Un CT assai diverso dal predecessore Valéry Demory, accusato di essere poco comunicativo. “Méziane parla, parla, parla – ha scritto l’Het Nieuwsblad – vuole sapere in continuazione cosa sta succedendo nel gruppo, alle giocatrici e alle donne. Offre apertura e ne riceve. È il prototipo del moderno allenatore di basket. Volutamente non dirige con mano pesante, ma dà molta libertà agli assistenti Pascal Angillis e Jill Lorent“. Angillis lavora sull’attacco, Lorent sulla difesa. Dopo la semifinale, sono rimasti in piedi fino alle 3 del mattino per montare un video sulle caratteristiche della Spagna, l’avversario della finale, basato sul filmato della partita precedente. È la vita dei secondi.

Lo sport femminile in Belgio

 

Questa tabella curata da Roberto Liberale racconta il processo di crescita degli sport di squadre nel movimento femminile belga. Un bronzo europeo nella pallavolo nel 2013, due bronzi nel basket prima dell’oro di domenica, i quarti di finale nel calcio, dove curiosamente la nazionale non si è mai qualificata per un Mondiale. La prima donna belga ai Giochi è arrivata solo nel 1912, l’unica in mezzo a 34 uomini, si chiamava Claire Guttenstein, in piscina per i 100 stile libero, cinque volte campionessa del suo paese, era stata primatista del mondo fino al 29 settembre del 1911. Guttenstein era il cognome del marito, un economista che in seguito se lo accorciò in Gutt. Durante la seconda guerra mondiale fu ministro delle finanze per il governo del paese in esilio, dopo la guerra portò avanti la ristrutturazione finanziaria nota come proprio Operazione Gutt. Lei era nata come Claire Frick, figlia di Henri, il sindaco di Sint-Joost-ten-Node.

Per trovare la prima donna medaglia d’oro ai Giochi, il Belgio ha dovuto aspettare il 1996, l’arrivo di Ulla Werbrouck, judoka, dal 1994 al 2001 sette titoli europei, quattro volte sul podio ai Mondiali ma senza titolo, con due sconfitte in finale contro Sibelis Veranes nel 1995 e nel 1999. Ai Giochi di Atlanta batté in finale la giapponese Yoko Tanabe per ippon. Era allenata da Jean-Marie Dedecker, e quando il coach si è buttato in politica fondando un suo partito, un movimento liberale di destra, lei lo ha seguito. È stata eletta alla Camera due volte, membro del parlamento regionale fiammingo nel 2009 e nel 2014 non è stata più candidabile.

Le donne nella società

Due storie olimpiche da prima volta e due storie finite in politica. Curioso. O forse no. La rappresentanza delle donne in parlamento è in costante aumento dal 1995. Nelle Camere basse, dopo le elezioni del 2007, le donne erano rappresentate per il 36,7%. Nel 2014, il numero è salito al 38% e nella Camera alta al 50%. Il Belgio ha una legge che richiede ai partiti politici di nominare almeno il 33% di donne in lista. Anche sul divario di genere nel mondo delle professioni, le donne belghe sono da tempo più avanti che nel resto d’Europa. Nel 1999 il guadagno medio di una ragazza era arrivato al 91% dello stipendio di un uomo. Sul fronte dei diritti: nel 1979 la Corte d’appello di Bruxelles riconobbe lo stupro coniugale. Il legame tra matrimonio e fertilità è scesa ai minimi storici nel 2012, quando il 52,3% delle nascite del paese è avvenuto al di fuori del matrimonio.

L’età dell’oro nel tennis

Sono gli anni dei successi di Kim Clijsters e Justine Henin. Quattro Slam, la prima, uno a Melbourne e tre a New York, dove nel 2009 vinse da mamma, come non accadeva dai tempi di Evonne Goolagong, 1980, a Wimbledon. Emanuela Audisio su Repubblica scrisse: “Prendete, ragazzine, e portate a casa. Soprattutto imparate: si può giocare, mettere a letto la figlia, vincere. Tra biberon e pannolini. Mothers do it better. Mamma tira forte, sfonda le altre, anche le due sorellone Williams, con l’aria di chi sbatte il materasso, e poi torna a dare il latte. Si può considerare la maternità non un impedimento alla carriera, ma un evento che può far rinascere: voglie, ambizioni, appetiti. Una possibilità, non un laccio“. Kim era la potenza, Justine era la grazie, sette Slam, quattro a Parigi, due a New York, uno a Melbourne, ovunque tranne che a Wimbledon, dove perse due finali. Secondo Gianni Clerici, si trattava di una “grandissima tennista, dotata di genio e priva di muscoli, addirittura gracile, e all’apparenza disadatta agli sport. Un’infanzia complicatissima, turbata, per quanto un estraneo ne possa sapere, da un padre con cui non era possibile convivere. Sostituito, il genitore, da una figura paterna, al contempo allenatore, a nome Carlos Rodriguez. Uno capace di gestire un talento troppo grande, e quindi pericoloso, soprattutto in una ragazza turbata, incerta sino alla confusione, all’autolesionismo. Una vita, quella della Henin, trapunta da scelte e immediati pentimenti, su su fino al tentativo di imitare i più, gli altri, con un matrimonio borghese, un bel giovanotto qualunque e squattrinato che molti avevano presto soprannominato Monsieur Henin, figurarsi. Matrimonio terminato con un precoce divorzio, e alimenti allo sposo. Non rappresenta una novità che la vita privata delle dive sia disseminata da ripetute ferite. Né oso credere a qualcuno molto vicino a Justine, che mi parlò un giorno di propositi suicidi“.

Ora sono arrivate le signore dei canestri.

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