La gloria dell’atipico Jokić, preso al Draft durante la pubblicità

Ci trovammo all’improvviso ai piedi della montagna, sopra la pianura di Denver vasta come un mare; l’afa si levava come da una stufa. Cominciammo a cantare

Jack Kerouac, Sulla Strada

 

Le cose adesso stanno così. Ci sono una città e una squadra che una finale NBA non l’avevano giocata mai. Il viaggio on the road dei Nuggets è finito. Una lunga traversata senza gloria, ma piena d’eccitazione, l’eccitazione per la vita intensa, spericolata, il brivido, come quello che fa Sal-Kerouac verso la casa di Dean. Che è a Denver, appunto. 

Non è la regolarità che di solito eccita, non possono essere le 53 vittorie raccolte durante la stagione regolare contro le 29 sconfitte. È un’altra, la storia. La storia è aver fatto fuori i Lakers, aver spinto LeBron James sull’orlo del ritiro anziché attendere l’arrivo di suo figlio in campionato, aver portato a una manciata di partite dall’anello il giocatore che oggi è forse il numero uno al mondo. 

Nella macchina perfetta dei Nuggets, come dice la Abc, Jokić mostra pepite. 

È valsa la pena aspettare, scrive Nick Kosmider per The Athletic, forse tutto il dolore dei 27 tentativi precedenti sarebbe stato più facile da digerire, se i tifosi avessero saputo che un giorno sarebbe arrivato un salvatore dalla Serbia

Un salvatore per giunta inatteso. Jokić fu la 41esima scelta assoluta al Draft NBA 2014, venne scelto quando la ESPN non era nemmeno collegata, stavano trasmesso uno spot di Taco Bell. Durante la sua prima partita di Summer League, era fuori forma. Pesava 136 chili. 

Finalmente ha twittato Alex English, attaccante Hall of Fame. Era nei Nuggets quando persero contro i Lakers nelle finali di Conference.

La storia del lungo inseguimento è cominciata nel 1976. Nel giro di due anni, la finale di Conference era stata centrata. I Nuggets parevano destinati a grandi cose. Invece finirono sull’orlo della bancarotta, era il 1982, lo stesso anno in cui mettevano le maglie con lo skyline arcobaleno. Dodici anni più tardi sarebbero diventati i primi con la testa di serie numero #8 a sconfiggere una testa di serie numero #1, fecero fuori i Sonics al primo round dei play-off. Nel 2009 giunsero a ​​​​due partite di distanza dalla finale. Lampi li chiama Athletic. Di questo ha vissuto Denver. Fino alla notte scorsa, quando è finalmente diventata l’ultima delle quattro franchigie arrivate dalla ABA [gli Spurs, i Nets e i Pacers sono state le altri] a raggiungere le finali NBA. 

Così adesso viene facile rivolgere un pensiero alle stelle del passato, a Issel e David Thompson, Fat Lever e LaPhonso Ellis, e Mutombo, e il vecchio Alex English. Si ruppe un pollice nel momento in cui la corsa all’anello parve finalmente possibile, The Athletic la definisce una foto perfetta dei disastri vissuti dalla squadra nel corso degli anni. I tifosi sono arrivati ​​​​a etichettarla come NuggLyfe, l’idea che speranze, sogni e illusioni alla fine sarebbero stati infranti nel modo più ridicolo che si possa immaginare, una specie di legge di Murphy del basket

 

Mentre i Lakers si chiedono che cosa sarà di noi [Nessuna vergogna in questo 0-4, hanno lottato in ogni periodo della serie, scrive Bill Plaschke sul Los Angeles Times], i Nuggets si sentono una nuova super potenza. Giocano i play-off ininterrottamente dal 2019, dopo più di cinque anni di assenza dalle otto migliori squadre a Ovest. Mike Malone ha allestito un ingranaggio con poche crepe. 

 

Marco D’Ottavi su Ultimo Uomo racconta com’è stata costruita la squadra che ha portato per la prima volta la città di Denver a una finale di NBA. 

Per nove lunghi anni, invece, Denver ha coltivato: ha trovato in Nikola Jokić quello che probabilmente sarà ricordato come il più incredibile furto nella storia del Draft (preso alla 41, sì alla 41, nel 2014); due anni dopo gli ha messo vicino Jamal Murray e poi con pazienza e qualche errore, intorno a loro ha costruito una squadra. Nel 2018, sempre dal Draft, è arrivato Michael Porter Jr, una scelta azzardata visti i suoi problemi fisici che lo avevano fatto scivolare alla 14, ma che oggi sta pagando. Dopo la bolla ha perso Jerami Grant, che era sembrato potesse essere il pezzo mancante, sostituendolo poi con Aaron Gordon (preso per una prima scelta), che è effettivamente diventato il pezzo mancante. Intorno a questi quattro nella passata estate è riuscito ad aggiungere a prezzo di saldo una serie di gregari e veterani che sembrano disegnati apposta: Kentavious Caldwell-Pope, Bruce Brown, Jeff Green, Christian Braun, ognuno con le sue qualità ma soprattutto tutti capaci di difendere forte Senza gli infortuni, probabilmente, questo discorso lo avremmo fatto prima

 

Buona parte del merito è di questo gigante serbo, per fortuna distante dal campo quando la Nazionale italiana dovette andare a giocarsi a Belgrado la partita decisiva per qualificarsi alle Olimpiadi, e andò a vincerla lì. Il prototipo del centro contemporaneo, i vecchi pivot che hanno imparato a giocare lontano dal canestro. Lui serve assist alla stessa frequenza con cui prende rimbalzi. La tripla-doppia è la cornice dentro la quale infila le sue partite.

Riccardo Pratesi sulla Gazzetta racconta che in effetti, però,

l’attacco di Jokić non è solo finesse, non è solo licenze poetiche, visioni anzi premonizioni di gioco, assist celestiali e tocchi morbidi. L’ultimo canestro della partita, quello decisivo per il 113-111 finale, l’ha segnato da lungo vero. Di 130 chili e 211 centimetri. Prepotente, perché più grosso degli altri. Ha attaccato il canestro, seminato Davis, il miglior lungo difensore della lega, alla sua velocità, da crociera, ma scalando le marce, di tecnica, ha evitato di sfondare sul raddoppio di marcatura di Schroeder — lo raddoppiano sempre, noblesse oblige — e ha griffato un appoggio di seta che ha mosso la retina. Sì, i 27.8 punti, con 14.5 rimbalzi e 11.8 assist di contorno di media, tirando col 50.6% dal campo, col 47% da 3 punti, +39 di plus minus nei 4 episodi con cui ha chiuso la serie coi Lakers, fanno impressione. Cifre epocali, persino. Ma c’è molto di più. Non vi fate ingannare dall’atteggiamento scanzonato, ciabatte e birra come stile di vita ideale, le corse di cavalli, parliamo di trotto, come passatempo preferito. Jokić è un agonista feroce per quei 48’ di campo. Vuole vincere, fortissimamente vincere. Più ancora vuole battere gli avversari, dimostrarsi il più forte. Solo che poi, dopo la sirena finale, tira giù la saracinesca. E torna a casa ad abbracciare l’ex fidanzatina di sempre, conosciuta a scuola a Sombor, poi sposata e diventata madre di sua figlia.

 

Kurt Streeter sul New York Times si domanda quale sia l’arte di Nikola Jokić, dover averlo visto giocare ripetutamente, tenere un pallone da basket sopra la testa come un pompelmo appena colto, averlo visto ruotare, fermarsi, servire un passaggio che ha mandato un compagno di squadra a segnare in campo aperto. Qual è la migliore descrizione in una sola parola per tutto questo? Lentezza? Bene, forse ci siamo. È la velocità a cui gioca, o meglio la mancanza di essa, che lo distingue nell’NBA. Quando è in campo, indipendentemente dalle circostanze, sembra controllare il tempo. Si muove dove vuole, quando vuole, mentre tutti gli altri sfrecciano freneticamente. Pesa quasi quanto un frigorifero. Ha delle braccia che potrebbero essere ali di pterodattilo. Ha 28 anni, è nel pieno degli anni migliori, ma potrebbe serenamente inciampare mentre va a recuperare il giornale della domenica. Eppure domina la NBA. Jokić è Zen. Aspetta pazientemente, libera la mente, calma il corpo, vede il campo, colpisce. Questo è Jokić.

E adesso, Espn, vediamo se mandi la pubblicità.

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