RUOTE | QUATTRO GIORNI AL MONDIALE DI F1
Domenicali dice che sullo sportswashing vi state impressionando
Dice Stefano Domenicali che la F1 non va in Medio Oriente a cercar soldi, potrebbe guadagnarne anche altrove. Se la vedremo nel prossimo week-end in Bahrain, se la vediamo solcare le piste dell’Arabia Saudita e del Qatar, non fate cattivi pensieri: i 42 milioni di sterline all’anno del contratto non c’entrano. No, no, perbacco, la F1 va lì perché così «può guidare un vero cambiamento in quelle società». Quanto sono affascinanti i tipi che vogliono stravincere.
L’ex capo della Ferrari posto da Liberty Media alla guida del gran circo ha dato un’intervista al Guardian alla vigilia del Mondiale.
«Ne sono orgoglioso – dice del calendario in Medio Oriente – so che è facile criticarmi, ma non ho paura, perché con il soft power, nel giusto contesto, nel modo giusto, credo si possano ottenere risultati». I due incisi sono la chiave di tutto.
«Oggi ho il compito di gestire uno sport che è più di uno sport – ci spiega Domenicali – e ho bisogno di mantenere lo sport nella dimensione sportiva. Ma sento pure che, grazie alle relazioni di cui dispongo, grazie alla rete che stiamo creando nel mondo, possiamo raggiungere effetti positivi».
Giles Richards, il giornalista del Guardian, scrive di aver visto i documenti riservati a piloti e scuderie, non diffusi pubblicamente, secondo cui l’Arabia Saudita sta mantenendo gli impegni assunti con la F1. Domenicali insiste che altrimenti il Mondiale se ne andrebbe.
«Assolutamente – dice – e loro lo sanno. Sanno molto bene che è nel contratto. Ecco perché per loro, questo è un riflettore utile a dimostrare la voglia di cambiamento».
Le organizzazioni in difesa dei diritti umani un filo meno sicure, nella loro critica alla presenza della F1 in Bahrain, Arabia Saudita e Qatar. Joey Shea, ricercatore emiratino presso Human Rights Watch, ha detto: «Se la F1 opera in un paese che ha un record orribile in materia di diritti umani e non dice nulla, allora non è più un attore neutrale. Sta attivamente aiutando a mascherare gli abusi».
Quando l’obiezione viene presentata a Domenicali, il manager insiste sul fatto che la F1 impegna un team di revisori indipendenti, meravigliosa parafrasi per indicare nelle associazioni umanitarie delle entità che invece indipendenti non sarebbero. Scrive il Guardian che “Domenicali sostiene che un approccio conflittuale, o semplicemente non coinvolgente, sarebbe controproducente”.
È vero. Da quando è arrivato Domenicali alla guida di Liberty Media, tutto è più soffuso. Lewis Hamilton è stato invitato a farla finita con quella storia di inginocchiarsi sulla griglia. La federazione internazionale ha trovato spazio per invitare i piloti a non rilasciare dichiarazioni politiche. Un missile è piovuto nei pressi del circuito di Gedda nei giorni del GP, ma il GP è andato avanti, senza approcci conflittuali. La pilota araba che doveva fare un reclamatissimo giro di pista alla guida di una delle macchinine di Domenicali, alla fine non l’ha vista nessuno.
«Ho imparato che se vuoi essere rispettato da persone che la pensano diversamente da te – dice Domenicali – il modo migliore è non urlare contro di loro. Non dobbiamo creare barriere. Lo sport può essere utile per trovare un punto di connessione e di contatto, anziché punti di differenza». Parole sacrosante che ignorano qual è davvero il punto: i 42 milioni di sterline all’anno che rendono viziati i ragionamenti.
Il Bahrain Institute for Rights and Democracy (Bird) afferma che la F1 non ha condotto un vero processo di due diligence nella valutazione dei diritti umani, prima di aggiudicarsi il nuovo contratto e sostiene come «sparizioni forzate, uccisioni extragiudiziali e torture» continuano a verificarsi nel paese, senza alcun miglioramento da quando la F1 ha messo ruota su quel suolo la prima volta. Il gruppo ha scritto lunedì alla F1 chiedendo anzi di affrontare un «peggioramento della situazione dei diritti umani in Bahrain».
Domenicali adotta il Metodo Conte Mascetti e risponde: «Direi che non è quello che vediamo, è una differenza di visione e opinione. Siamo totalmente fiduciosi dei rapporti che stiamo ricevendo da revisori indipendenti [di nuovo, ndSl] – secondo i quali non ci sono segni che confermino quanto alcuni gruppi vanno dicendo. Vediamo un paese che è molto desideroso di essere aperto alla discussione, ma ha una propria indipendenza in cui non possiamo essere coinvolti. Altrimenti in ogni paese dovremmo discutere delle decisioni di quel governo».
Il Guardian ricorda che “i paesi della regione sono disposti a pagare fee che fanno impallidire quelle degli altri circuiti europei. Gli accordi con l’Arabia Saudita e il Qatar valgono 42 milioni di sterline all’anno, Bahrain e Abu Dhabi non sono lontani da quella cifra”.
Domenicali dice che pensate male, «l’idea che siano i soldi a guidarci non è reale. I soldi potrebbero arrivare da altri Paesi, disposti a offrire la stessa cifra. In questo momento la F1 è così forte che abbiamo molte opzioni per andare altrove».
Ma stanno sempre là.
PUZZLE Che cosa si dice in giro
◇ La Stampa: “Hamilton, il patriarca” – Alla vigilia del Mondiale di F1 (potrebbe essere l’ultimo per lui) il campione inglese tra la pista e le battaglie sociali, il glamour e la discussione sul contratto La Mercedes insegue “Devo scalare una montagna”
Stefano Mancini scrive: “Sembra proprio che neanche la monoposto messa in pista negli ultimi tre giorni di test sia una meraviglia, tanto che gli sviluppi in programma da qui a metà stagione la renderanno più simile alla concorrenza, rinnegando di fatto una filosofia costruttiva diversa che non funziona. Le fiancate strettissime cresceranno di volume e la Mercedes dovrà inseguire le scelte progettuali di Red Bull e Ferrari con due anni di ritardo. Lewis cerca innanzitutto di sfatare una maledizione statistica: nessun pilota ha mai vinto dopo aver toccato quota 300 Gran premi. Lui è arrivato a 310, contro i 356 di Alonso. Più facile che ci riesca lo spagnolo, che guida una Aston Martin riuscita decisamente bene. … Tanto per far capire che non cambierà idea [sui divieti, ndSl], Lewis si è presentato in Bahrein con due nuovi piercing al naso. L’avessero fatto Ocon o Tsunoda sarebbero rimasti ai box, ma la Formula 1 non può privarsi del suo patriarca”
◇ Repubblica: “Formula videogame, sorpassi e brividi con gli occhi del pilota” – Alessandra Retico scrive: “In ciascun week end, verranno scelti i piloti (circa 6) sui quali montare il “Driver’s Eye”, o helmet camera , il sistema più compatto e leggero al mondo per la trasmissione di immagini in diretta. 8×8 mm per 1,43 grammi. Sta su un polpastrello. Ed è tutto fatto in Italia”.