Il successo è deformante. Rilassa. Inganna
Marcelo Bielsa
Al patatrac rumoroso della Juventus si è unito quello del Barcellona, per il secondo anno di fila fuori dalla Coppa ai gironi. Non succedeva dal biennio 1997-1998 e 1998-1999. È la caduta della seconda delle tre squadre ancora determinate a spaccare il calcio con la creazione della Superlega, un progetto nato di pari passo con la loro profonda instabilità economica e con conti in rosso da record
CAMPO PRINCIPALE
0-3 | Prima di perdere contro il Bayern, il Barcellona sapeva già di essere fuori, eliminato per via della vittoria pomeridiana dell’Inter a San Siro sul Viktoria Plzen. Prima ancora di essere travolto di nuovo dal Bayern, come a Lisbona due anni fa, come all’andata, era proprio con una parola tedesca che James Horncastle spiegava su The Athletic l’atteggiamento che circonda la Juventus, e che vale per il Barcellona. Schadenfreude. La gioia per le disgrazie altrui. Una gioia che nel resto d’Europa sarebbe generata dal loro attivismo per la creazione della Superlega. Anche su Slalom ogni tanto ci siamo presi la pizzicata, abbiamo schadenfreudizzato sghignazzando: ah ah ah, vogliono fare la Superlega e perdono con l’Osasuna.
E però. Un attimo.
Stamattina più che in passato, dopo l’uscita ai gironi sia della Juventus sia del Barcellona nel giro di 24 ore, appare chiaro che la Superlega non ha i suoi piedi dentro un progetto sportivo – dove per sportivo si intende: chi vince avanza, chi perde è fuori. Stamattina è più chiaro che mai perché la Superlega sia necessaria a chi si batte per organizzarla.
In termini di filosofia aziendale, la Superlega è un paradosso.
Ragionando sul nuovo nome del ministero dell’Istruzione, con l’aggiunta del Merito, Marco Balzano sul Domani ricorda come non molti anni fa Giuseppe Fioroni, per il dicastero che avrebbe dovuto dirigere, si era preoccupato di affiancare alla parola “istruzione” il termine “pubblica”.
“Inserendo la parola “merito” nella denominazione – scrive il Domani – si vogliono certamente inviare messaggi che sarebbe stato più trasparente dichiarare ad alta voce, piuttosto che sottendere così ambiguamente. Leggo questa nuova dicitura e mi chiedo: chi non ha merito e non porta a casa risultati soddisfacenti che posto ricoprirebbe oltre a quello di rallentare o impedire la corsa dei più meritevoli? Ci sarebbe ancora spazio, in questa idea di scuola, per la fragilità e la povertà? O diventerebbe un agone dove si riconoscono ed educano solo i meritevoli proprio come nelle competizioni concorrenziali?”.
Ecco.
Se è vero che un’istituzione pubblica ha il dovere di occuparsi di chi resta indietro, delle sacche di fragilità e di povertà, un concetto di meritocrazia così legato a una visione industriale non può essere calpestato proprio da chi fa industria, da chi rivendica in modo aperto di volerne fare attraverso il calcio. Non c’è più molto da schadenfreudizzare, ridere delle sconfitte con le più piccole.
Sul Wall Street Journal, uno dei giornali che racconta il capitalismo, Joshua Robinson stamattina ricapitola le vicende del Barcellona e scrive che la chiusura di questa era a Barcellona non ha altro nome che umiliazione. In termini economici lo definisce “un flame-out”, cioè “un fallimento che si misurerà nelle decine di milioni di euro che non finiranno nei conti del Barcellona”.
La partita è doppia. Ma proprio perché è doppia, aggiungiamo qui, più perderanno nel campo della tradizione, più Barcellona e Juventus [e Real] cercheranno sbocchi di sopravvivenza altrove. Stamattina dovrebbe essere chiaro che non vogliono la Superlega perché la gente non vuol vedere il Monza, perché la gente vuole vedere più Barça-Juventus. Vogliono la Superlega anche e soprattutto perché con i Monza, con i Maccabi, cominciano a perdere più spesso. Meglio perdere tra di loro. Il punto vero è che la Superlega non è ancora nata perché non ha trovato un mercato. Non c’è nessuno disposto a mettere oggi 2 miliardi di dollari per un circo dove gli acrobati non afferrano più i trapezi. Il denaro non è stupido.
Spiega il Wall Street Journal che il Barça potrebbe ancora vincere l’Europa League – e dunque sarebbe un successo, aggiungiamo qui su Slalom, una soddisfazione, un evento che in ogni altra città del calcio verrebbe salutata con una bella sfilata del pullman scoperto in centro. Ma sai cosa se ne fanno del pullman scoperto a Barcellona, se l’Europa League porta 10 milioni di premio in denaro, “e in giorni come questi – dice il Wall Street Journal – le finanze del club non possono permettersi il colpo”.
Segue una ricostruzione di come Laporta ha attivato quelle che ha chiamato le leve economiche, presentandosi come un uomo che non sopporta le sconfitte e mandando via Koeman. È stata tua la colpa, e allora adesso che vuoi. Tua di Koeman, diceva Laporta. Solo che il vero problema del Barça stava in amministrazione, dove si è ritrovato con più di 1 miliardo di dollari in rosso, in contrasto con le regole di pareggio di bilancio del calcio spagnolo. La situazione è degenerata. È stato costretto a separarsi da Lionel Messi. Il calcio spagnolo è allora insorto contro i nuovi ricchi che da Parigi glielo portavano via. Anche questo è assai bizzarro. I nuovi ricchi, non molto tempo prima, avevano staccato il più corposo degli assegni mai visto nel calcio per l’acquisto di un giocatore. Quell’assegno – per Neymar – è finito sull’IBAN del Barcellona. È vero, come scrive il Wall Street Journal, che “pagare lo stipendio astronomico di Messi per più di un decennio ha contribuito in primo luogo alla crisi del club”, ma è anche vero che i 200 e passa milioni incassati per Neymar, il Barcellona se li è mangiati stravalutando Coutinho e Dembelé. Questo è. Errori. Solo dopo vengono tutte le presunte analisi di sistema sulla Gen Z che non guarda le partite e preferisce gli highlights.
Lo stesso amministratore delegato di Laporta, come ricorda il Wsj, ha ammesso l’anno scorso che il Barcellona era tecnicamente in bancarotta. Possiamo credere che la colpa sia delle Spal e dei Getafe che abitano la sua stessa divisione, oppure chiedersi quali siano stati gli errori dei manager arroganti, la scarsa consapevolezza della singolare anomalia del calcio come industria, dove un business plan fa i conti con una traversa al 90esimo.
Laporta è il presidente che si è inventato “una grande svendita – parole sempre del Wall Street Journal – di tutto ciò che il Barcellona poteva vendere, incluso il nome del suo stadio storico. Quello che è stato il Camp Nou per tutta la sua esistenza è diventato lo Spotify Camp Nou”. Si è venduto ogni spazio possibile sulle maglie, il 49,9% del suo braccio di branding e merchandising, una quota del 25% dei diritti televisivi per i prossimi 25 anni, il 24,5% del suo braccio di produzione, i Barca Studios. Per far cosa? Per poi permettersi il tesseramento di Robert Lewandowski, bravissimo, fortissimo, eccellente, la faccia mia sotto i piedi suoi, ma sono i piedi di un tipo che ha compiuto 34 anni in agosto, in quella che Laporta chiamava «la stagione per gettare le basi e tornare a un recitare un ruolo di primo piano».
Juan I. Irigoyen su El Pais parla di infinita angoscia del Barcellona in Europa, “un’angoscia senza fine che le leve di Laporta non riescono a salvare. Il passato bussa alla porta del presente”. Ricorda che il precedente biennio di uscite premature dalla Coppa arrivò sotto la guida tecnica di Louis Van Gaal – una volta con l’ultimo posto in un girone che comprendeva Dinamo Kyiv, PSV e Newcastle; un’altra con Manchester United, Bayern Monaco e Brondby. In entrambi i casi, il Barça vinse il titolo in Spagna. Oggi è tre punti dietro il Real e “l’eliminazione della Champions – scrive El Pais – aggrava il susseguirsi di calamità, una crisi economica che non trova soluzioni calcistiche”.
Julian Ruiz su El Mundo calca la mano e risolve alcuni conti politici in sospeso. Scrive l’editorialista del giornale madrileno: “Il Barcellona è semplicemente una squadra ridicola in Europa. Nella sua manifesta superiorità, il Bayern sembrava giocare con un “coniglio” spaventato. Patetico. Una squadra depressa, incapace di creare una situazione da gol. Nel primo tempo il Barça non ha tirato nemmeno una volta in porta”. Cita Lewandowski, “le critiche per il suo declino”, “la sua irrilevanza nelle partite decisive” e sostiene che quando Xavi lo ha sostituito nel finale, quel gesto è stato “come renderlo colpevole della tragedia. Come dirgli che il suo Bayern non era stato toccato” dalla cessione. “Non so chi sia più responsabile di questo disastro del Barça – continua Ruiz su El Mundo – dopo aver speso più di ottocento milioni di euro. Il panorama è terrificante, Laporta ha lasciato il club nel suo peccato. Ha venduto pezzi di società a chiunque, non voleva Xavi ma l’ha ingoiato. Adesso lo usa come scudo, ma è Laporta il colpevole assoluto del fatto che il Barcellona sia ai margini dell’Europa, incapace di battere qualunque squadra solo con il suo prestigio. Ma per la fanatica causa indipendentista, è tutta colpa del fatto che in Europa lo perseguitano, che gli arbitri sono nemici della Catalogna, che la Spagna ruba e che il Barça è più di un club. Non vedono altro che fantasmi e nemici. Questo è l’aspetto più terribile e ridicolo del nazionalismo”.
E infatti. Il Mundo Deportivo parla di “un altro arbitraggio UEFA”. In prima pagina adopera una parola in italiano e una in tedesco, le due lingue dell’eliminazione. “Ciao” per l’Inter e “kaputt” per il Bayern. Foto: il capitano in ginocchio. Nel suo editoriale, direttore Santi Nolla dice: “Non bisogna cercare troppe parole. Andare fuori ai gironi per il secondo anno consecutivo è un fallimento. Bayern e Inter hanno segnato nove gol in quattro partite. Il Barça ha battuto solo il Viktoria Plzen, che non ha vinto una sola partita. Il giocatore con più tiri in porta è stato Ansu Fati, entrato al 68esimo”.
Scrive il Mundo Deportivo che c’erano state aspettative durante l’allestimento della rosa e fissando l’obiettivo di rivincere la Champions. Nolla parla di frustrazione e insoddisfazione e poi aggiunge che si tratta di “un club a volte dominato dalla propaganda, ma la realtà lo ha cacciato dall’Europa in malo modo”.
Lasciamo stare il passaggio sulla propaganda. Sarebbe un tiro a porta vuota.
“Adesso – scrive il giornale catalano – si sente dire che si tratta di una squadra in costruzione, ma prima era una squadra tornata al vertice. La scommessa di Laporta era sull’immediatezza. Aveva bisogno di vincere presto. Ha usato la vendita di beni per formare una rosa che doveva superare la fase a gironi. Non gli veniva stato chiesto di vincere la Champions, ma almeno di passare il turno. La Liga, la Coppa del re e l’Europa League restano titoli da conquistare, ma la grande illusione è svanita. Il Barça non è all’altezza delle migliori squadre d’Europa. Non abbastanza. E il marchio ne soffre”.