Il ritorno dell’insalatiera e qualche motivo per difenderla

A Beethoven e Sinatra preferisco l’insalata

Franco Battiato

 

 

Matteo è una citazione moderna di Adriano. No. Si può dir meglio. Se Panatta giocasse oggi, sarebbe un Berrettini. Tutt’e due romani, tutt’e due con il servizio fra i colpi migliori del catalogo, tutt’e due sfacciatamente belli. Uno giocava le veroniche e le volèe, quando il tennis lo esigeva dalle sue figure di spicco. L’altro fa lo stesso con lo schema battuta-dritto, il principio elementare della catena di colpi con cui oggi si domina una partita.

Jannik è l’aggiornamento del sistema operativo di Corrado. No. Si può dir meglio. Se Barazzutti giocasse oggi, sarebbe chiamato a risolvere gli stessi nodi dinanzi ai quali i tecnici hanno messo Sinner: cercherebbe più varietà, più carte in mano. Tutt’e due del Triveneto, tutt’e due maratoneti, tutt’e due distanti per natura dalla zona nei pressi della rete e da un’interpretazione da showman del mestiere. Se per Simon Briggs del Telegraph, Sinner è un perfetto e noioso anti-Kyrgios, mezzo secolo fa Barazzutti era la controfaccia totale di un Nastase o un Connors. 

Lorenzo è una versione estesa di Paolo. No. Si può dir meglio. Se Bertolucci tornasse in campo oggi, avrebbe una valigia di soluzioni capiente quanto quella di Musetti, colpi non scontati, di braccio e di polso, in grado di spettinare il gioco a chiunque si trovasse da quell’altra parte. Tutt’e due toscani, uno viene da Forte dei Marmi e l’altro dai marmi di Carrara, duri, puri, titolari di un tennis per amatori, dietro le quinte dei primi due singolaristi. 

Manca uno Zugarelli, a questa nuova Italia del tennis che si è fatta aspettare per oltre quarant’anni. No, anche questa si può dir meglio. Manca uno Zugarelli perché in panchina ce ne son tanti. È la reale differenza tra il movimento contemporaneo e quella felicissima stagione. Se Zugarelli giocasse oggi, non sarebbe il lupo solitario condannato a macerarsi per un ruolo da riserva che non sentiva di meritare. Sarebbe uno dei molti protagonisti che sbucano di qua e di là nel mondo, di settimana in settimana, in un Paese che continua ad avere cinque giocatori tra i top-100 con Sonego e Fognini, più altri cinque a ridosso, entro il numero 150: il 21enne Passaro, il 19enne Nardi, il 20enne Cobolli, i più maturi Cecchinato e Agamenone. 

 

 

Quarantasei anni dopo la missione proibita a casa di Pinochet, sono gli uomini in cui l’Italia spera di trovare finalmente un’altra Squadra. Per riuscirci, si sente dire, deve trovare un doppio. A gennaio, in ATP Cup, hanno giocato due volte Berrettini-Sinner [vittoria sulla Francia, sconfitta dalla Russia], una Berrettini-Bolelli [sconfitta con l’Australia]. A marzo, nel turno preliminare, Sinner e Bolelli hanno perso dagli artigiani slovacchi Polasek e Zelenaj. La coppia Fognini-Bolelli dovrebbe essere considerata la titolare: ottavi di finale a New York, torneo vinto a Umag in luglio e a Rio in febbraio, finale a Bastad, semifinale a Roma e Miami. La profondità della rosa consente al Ct Volandri più rotazioni, ma i più affidabili e i più rodati sono loro. 


Cosa dice Panatta di tutti loro – «Matteo Berrettini è il tennis moderno; fisicità, gran servizio e gran dritto. È un bravissimo ragazzo che in campo si comporta bene, un bel biglietto da visita per l’Italia. Jannik Sinner è un grande talento; gran colpitore, sono convinto che diventerà fortissimo. Lorenzo Sonego mi piace molto: è uno che lotta fino all’ultima palla. Lorenzo Musetti è quello che ha un tennis più variato e anche divertente e a me piace molto. Nessuno ha però la mano di Fabio Fognini; avesse più equilibrio dal punto di vista nervoso avrebbe vinto molto di più e sarebbe arrivato tra i primi quattro al mondo. Solo lui sa stupirmi quanto Federer» – intervista di lorenzo fabiano, Corriere Veneto, 14 gennaio 2022

 

Cosa dice Bertolucci di tutti loro – Matteo è il prototipo del tennista moderno dotato di un servizio devastante e di un dritto difficilmente leggibile. Il rovescio ha trovato una buona continuità e solo la ribattuta lo espone a qualche rischio di troppo. Della solidità di Jannik Sinner ne abbiamo scritto a lungo così come della necessità di compensare i pochi difetti tecnici attraverso la componente mentale. Quello che ha messo in mostra a Wimbledon, dove è uscito dal consueto gioco monodimensionale per abbracciarne uno più vario e complesso, ha lasciato basiti anche gli osservatori più attenti. L’estroso Lorenzo Musetti, pur essendo il più giovane, sembrava in difficoltà nel seguire la scia degli altri due, ma con un colpo di coda improvviso ha trovato un successo prestigioso e fatto il pieno di fiducia. C’è materiale a sufficienza per accontentare anche i più esigenti e incontentabili” – scritto su La Gazzetta dello sport, 29 luglio 2022


 

  Povera Coppa Davis, che vi ha fatto?

 

 MEDUSE  Le accuse |  Quando invece la Squadra parla della Coppa Davis, allora cade nella trappola di non riconoscerla – o peggio: disconoscerla – perché signora mia, non è più come una volta, e finisce per essere vero solo quel che ci è appartenuto. Panatta dice addirittura che la Davis non esiste più, che questa d’oggi è un’altra cosa. Sarà in Rai per commentarla. Bertolucci, anche lui deve commentarla su Sky, nel week-end ha detto a Giorgia Mecca per il Foglio sportivo che «chiamarla Davis per me è sbagliato; la Davis storica, quella nata nel 1900 per volere di mister Davis non esiste più dal 2019. Sarà bella ugualmente, ma sarebbe meglio chiamarla con un altro nome, per me sono i Campionati del Mondo»

 

Ora. Per carità. La faccia mia sotto l’insalatiera vostra.

Ma le accuse alla Coppa Davis post 2019 sono accompagnate dal sospetto che si tratti solo di fastidio verso il suo nuovo organizzatore, la Kosmos, società di proprietà di Piqué, vergogna, un calciatore. La Kosmos ha fatto due cose: 

 

1] Ha ridotto la durata delle partite da cinque set a tre. Nulla di eretico. Anzi. È il format con cui i tennisti giocano durante l’anno il 94 percento dei loro impegni, 64 tornei su 68. È la stessa cosa accaduta dal 2007 alle finali dei tornei di Montecarlo, Roma, Indian Wells, Key Biscayne-Miami. Eppure si chiama ancora tennis, si chiamano Internazionali d’Italia. 

2] Ha sforbiciato il programma, tagliando due singolari. I match sono scesi da cinque a tre. La conseguenza è stata la crescita d’importanza del doppio. Pesava per il 20 percento nel risultato [1 punto su cinque], adesso pesa per il 33 percento. Ha fatto guadagnare attenzione a un esercizio trascurato e ha allargato il campo dei protagonisti. Quando un campo si allarga, non è mai un male. Sta perfino spingendo qualche numero 1 a rigiocarlo: proprio quello che i puristi si lamentavano non accadesse più. 

 

FUORI CATALOGO – C’è una terza cosa da dire. Questo pezzo di Gianni Clerici.

Se andiamo avanti di questo passo, dopo aver battuto la squadra B della Repubblica Ceca, l’Italietta di Gaudenzi si avvia a superare la formazione C degli Stati Uniti. Memore dell’infortunio con la Svezia che compromise il suo Us Open, Pete Sampras si è negato. Agassi ha trovato un ottimo spunto per affermare che “se non gioca Pete, non vedo perché dovremmo farlo Jim Courier e io”. Chiamato a salvare la patria in un terribilissimo match al Prater contro gli austriaci e poi messo da parte, Chang rimane sotto la tenda come Achille. Siamo arrivati a Martin e Krickstein. La squadra C. A questo punto, è doveroso ripetere la domanda tante volte rivoltami in passato. È ancora una cosa seria, la Coppa Davis? Vale la pena di tenerla in vita così com’è, o bisogna modificarla, o semplicemente abolirla?.

Ecco. Questo scriveva Gianni Clerici, nel febbraio del 1995. 

Modificarla o abolirla. 

Dopo altri 24 anni di immobilismo delle istituzioni del tennis, è calato quel barbaro di Piqué. 

La nuova Davis ha raccolto una montagna di soldi come montepremi. Il pezzo di Clerici non è un’eccezione. Gli archivi sono pieni di pezzi colmi di orrore per il fatto che i grandi campioni trascuravano la Nazionale, non ci venivano più, privilegiavano la volgarità del prize money. La Kosmos ha messo le mani nella volgarità e ha riportato le stelle in Coppa Davis. Alla Caja Magica di Madrid sembravano abbastanza contenti, nel novembre del 2019, di avere sia Djokovic sia Nadal

Gli organizzatori di quella Davis vennero scorticati perché le partite si giocavano in prevalenza di sera, non di pomeriggio quando la gente lavora, almeno i poveri. Fu una disfatta totale perché il prolungarsi dei match – troppi in coda sullo stesso campo – ne fece terminare diversi all’alba. Eppure, anche il Roland-Garros ha introdotto il programma notturno, e Sinner-Alcaraz è finita alle tre di notte agli ultimi US Open, dove Piqué al massimo era uno spettatore da casa sua.

L’avvocato delle cause perse aggiunge: 

1] la Coppa America di vela si chiama tuttora così, anche se nessuno cazza più la gomena, ma si vola sull’acqua con due braccia meccaniche mobili realizzate in fibra di carbonio

2] Ai Mondiali di calcio, il capitano della Nazionale campione riceve la stessa Coppa FIFA consegnata a Beckenbauer nel 74, anche se i portieri sul retropassaggio non toccano più la palla con le mani, e certe volte dribblano, addirittura.

3] La pallavolo è ancora pallavolo, sebbene un piccoletto con una maglia diversa dai suoi compagni di squadra si sia intrufolato sui campi da venticinque anni, si ostina a non schiacciare mai, e vuole solo ricevere.

Vostro onore, ho finito.

E Piqué, manco lo conosco. 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.