Con Dibiasi e Mennea, l’Italia sul podio va dall’Alto Adige alla Puglia

       4 settembre 1972 Una giornata piena di medaglie per la spedizione italiana ai Giochi olimpici in Germania. Klaus Dibiasi vince l’oro nei tuffi dalla piattaforma, con Giorgio Cagnotto di bronzo. Oro anche per la sciabola a squadre: il totale sale a cinque. Ma è soprattutto il terzo posto di Pietro Mennea nei 200 metri, alle spalle del sovietico Borzov e dello statunitense Black, a essere celebrato, dopo le polemiche dei giorni precedenti per aver risparmiato a Mennea l’impegno sui 100. 

 

Un giorno Mennea sarà oro

di giovanni arpino, La Stampa

 

Glielo possiamo inargentare noi il bronzo, a Pietrino Mennea. Ha conquistato un terzo posto olimpionico che sarebbe sfuggito a chiunque. Non è (non ancora) un re degli sprinters, ma è sicuramente il più qualificato erede al trono. Aver «messo dietro» gente come Chuck Smith, come Jellinghaus e Schenke (che correvano in casa o quasi), come l’altro americano Burton, è un’impresa che va ricordata a lungo. Valeri Borzov è un Merckx ma carrozzato dalla Ferrari. Il nero Black è un «curvista» che riesce non solo a mantenere il suo eccezionale equilibrio prima di entrare nel rettilineo finale ma addirittura si esalta dovendosi piegare. Contro i due «mostri». Pietrino ha giocato la sua briscola senza patire. Un altro, al posto suo, uscendo dalla curva con un disperante ritardo e pur essendo scattato bene, sarebbe stato colto da chissà quale angoscia, fino a deviare, arrendendosi, sul prato. Ma Mennea. cavaliere di Barletta, no. Recupera e si piazza. Ed il suo bronzo guardiamolo pure come un oro nostrano, anche se fatto battere sul marmo della banca olimpica, non manda lo stesso suono delle altre medaglie. Doveva farcela, Mennea. Per sé, per il clan, per la necessità di piazzare un uomo nella specialità nobile. Non poteva fallire, e ha rischiato di fallire

C’è un ideale «corridoio dei passi perduti» anche sulle piste olimpiche. Sono quei metri che gli atleti compiono, avanti e indietro, prima della partenza. Sono ancora in tuta, camminano su e giù, respirando, cercando di immagazzinare ossigeno. Non si guardano in faccia o forse si lanciano solo qualche occhiata storta, da onesti spioni reciproci. Mennea aveva le labbra appena schiuse, le spalle che si «riscaldavano» in movimento leggero. Accanto a lui, ma in effetti lontano come un uomo di altri pianeti, Valeri Borzov. Passeggiava tranquillo, guardando il cielo. E poi Black, nero in calze bianche, un colosso che sogna baseball: gli occhi iniettati di antichissima angoscia, malgrado i gesti abituati di spalle, polpacci, cosce in tremolante tensione. Black è anche quello che. già chinato sul «blocco», frusta un paio di volte le gambe all’indietro per richiamarle all’ordine, come se fossero puledri

È il bronzo più meritato di Olimpia tutta. Rincuora, e tra l’altro riscatta una squadra di atletica che era ottima tre mesi fa e via via è rimasta assottigliata da incidenti e superallenamenti tanto indispensabili quanto pericolosi. Quel metro dì svantaggio che sempre deve subire scattando in partenza: come i centimetri per ogni vasca che Novella Calligaris, minuta, perde nella doppia virata in piscina e deve recuperare in corsia a furia di braccia. È anche un destino. Perché i due graciletti — Novella e Pietro, la ragazzina del Nord e il ragazzino del Sud — non vantano certo imponenza fisica, ma debbono anzi gettarsi nella mischia per farsi vedere. Vestiti e a spasso non gli daresti due soldi (atleticamente parlando). Poi la furia della gara li trasforma in lottatori antichi.

Ora non è che Mennea debba esser tenuto nell’ovatta. Ma neppure deve logorarsi con impegni inutili. Una «rondine da piscina», come Novella, una «freccia del Sud» come Pietrino. Questa folle, stupenda, Olimpiade vede l’azzurro. E non sono briciole, ma squarci di cielo. Da una terra di sportivi caduti è scaturito un campione. Che può crescere e valere il quaranta per cento in più di quanto vale e ha dimostrato oggi. Un posto vicino al traguardo è possibile e ti aspetta

 

Più palestre e meno telegrammi

di gian paolo ormezzano, Tuttosport

È la prima Olimpiade assunta dall’Italia tutta in presa diretta, con una televisione dirompente, che a Roma 1960 non ci fu, con marchingegni televisivi per far vedere tutto di tutti, per fare l’autopsia delle sconfitte e le radiografie delle vittorie, le quali, come ben si sa, sono faccende immortali. Sarà interessante valutare le reazioni della gente nostra al di là della soddisfazione immediata, o dell’amarezza immediata, si tratta di un esperimento assai importante. Ci dicono dall’Italia di essere martellati di sport: ed escludiamo che l’italiano possa accedere alle delizie del masochismo o sostarvi per troppo tempo. Chiaro che questo martellamento piace, fra l’altro fa scordare molti altri mali.

Qualsiasi governante sarebbe felice di avere una Olimpiade così all’anno, o anche al mese: non c’è miglior tranquillante che al tempo stesso ecciti, e non si tratta di un gioco di parole. In certi club di vacanze riservati ai giovani, si dà vino gratis e in abbondanza, però nel vino si mette il bromuro. Fare autentico buon uso di quanto sta accadendo è difficile. Dodici anni e un giorno fa a Roma, in un sole simile a quello di oggi e con lo stesso venticello (il Ponentino qui si chiama Fohn), Livio Berruti vinse i duecento metri olimpici, e ci ponemmo la stessa domanda, quale uso cioè avrebbe fatto la nostra gente di quel successo. Non è stato un uso brillante, da allora è finito lo sport nella scuola, Mennea è stato una scintilla minerale, non vorremmo che certi successi servissero più ai cavalli, finalmente rispettati, che agli uomini: più ai nobiluomini che ricordano duelli e motivi di duelli, che alle ragazze italiane.

Fare buon uso dei metalli di Monaco è un impegno non solo nostro, ma anche vostro. Noi pensiamo di cominciare bene, secondo coscienza, ricordando i mali nel momento della gioia. E sperando che i politici facciano (facciano fare, mica li vogliamo muratori: fra l’altro non sarebbero bravi muratori) palestre più che telegrammi.

Le medaglie delle eccezioni al sistema

di marcello del bosco, L’Unità

 

Sopravviene tristezza nel constatare quanto assai più potremmo rendere e incassare, solo che in casa nostra si facesse realmente qualcosa per aiutare lo sport e incoraggiare la pratica. È troppo facile cavarsela ogni volta con la battuta che siamo «sportivi d! gradinata»; cominciate col diffondere passione, costruire attrezzature, e poi ne riparliamo. Insomma, grazie a Mennea e agli altri – se ce la caviamo e possiamo anche figurare fra i primi della classe il merito è soltanto della loro buona volontà e del fatto che, piaccia o meno, sono «professionisti» seri. Fosse per il sistema e l’organizzazione, saremmo a pallini.

 

Il miglior velocista bianco del mondo

di eddy ottoz, Corriere dello sport

 

Pietro è stato favoloso, perché le Olimpiadi non sono altro che le Olimpiadi, e cioè quanto di più diverso ci si può immaginare dalle gare dell’oratorio. Tenuto conto degli avversari che aveva di fronte, Mennea è stato grande come Berruti a Roma. Anche John Carlos con i suoi amici negri diceva in tribuna: «Niente male per un bianco, il miglior bianco, non un negro d’accordo, ma il miglior bianco del mondo».

 E Borzov, John?

«Borzov non è un bianco, se lo sezioni puoi trovarci solo fili elettrici e microcircuiti»

 

L’ascesa dell’Africa ai Giochi olimpici

di aldo giordani, La Gazzetta dello sport

 

Ci si chiede quanto tempo possa ancora mancare, prima che gli atleti neri dominino completamente i Giochi Olimpici. Fino a questo momento i bianchi si difendono ancora accanitamente, ferocemente, riescono a contendere il successo o a prevalere in molte discipline, specie quelle più tecniche. ma negli sport naturali, già gli africani, emergono con tutte le loro riserve innate. con tutta la freschezza delle loro prorompenti energie. Quel che ha fatto Akii Bua non ha bisogno di molte parole per essere spiegato, anche se egli si è allenato e preparato fuori del suo paese.

Si sostiene qui che fatalmente l’uomo bianco sia portato ormai ad orientarsi verso lo sport considerato come sano passatempo per il tempo libero, mentre i neri sono ancora nella necessità di considerare una vittoria in Olimpia come trampolino di lancio per un loro miglioramento sociale. Il bianco non ha più voglia di allenarsi e sacrificarsi per un nonnulla, perché ha modo nei paesi più ricchi di emergere in altri campi, mentre gli uomini di colore, se li interpelli, dicono chiaramente che emergendo nello sport, fanno un salto enorme nella considerazione sociale del loro paese. Questo accade in America, e accade ancor di più in Africa.

I silenzi di  Klaus Dibiasi

di mario gherarducci, Corriere della sera

Gli esperti lo ritengono il più grande tuffatore di tutti i tempi: ma Klaus Dibiasi si schermisce e dice che qualcuno migliore di lui ci deve essere stato. Fu medaglia d’argento a Tokio, quando non aveva che 17 anni ed i giudici si guardarono increduli fra loro perché nessuno lo conosceva: avrebbe meritato la vittoria, ma gli fu preferito un americano più anziano e famoso. Quattro anni più tardi in Messico fu un trionfo: primo dalla piattaforma e secondo dal trampolino. Adesso a Monaco un’altra medaglia d’oro: ancora dai 10 metri, la specialità di cui è inguaribilmente innamorato. Forse perché è un introverso che ama la solitudine, ha spiegato uno psicologo e soltanto lassù si sente proprio agio.

Klaus Dibiasi è nato in un paesino austriaco presso Innsbruck a Sobadhall ma fin da bambino risiede a Bolzano, dove è stata costruita una piscina coperta al solo scopo di evitargli faticosi trasferimenti invernali a Trento per gli allenamenti. Non ha ancora 25 anni: li compirà fra un mese. È un bel ragazzo biondo, misura un metro e 80 per 77 chili di peso, adora lo sci e la pesca subacquea, vanta turbe di ammiratrici ma la sua fidanzatina è una tuffatrice romana, Bruna Rossi, che in questi giorni è stata operata ad un occhio e dovrà abbandonare l’attività. C’era anzi chi temeva che l’infortunio occorso alla ragazza potesse influire psicologicamente su Dibiasi: ma lui ce l’ha fatta egualmente.

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