Novantadue passaggi su 100 non vanno verso la porta
Il calcio italiano perduto in 212 mila passaggi interlocutori
▻ Una delle frasi più pronunciate dai cronisti di campo al cospetto della mitologica figura del Calciatore-che-chiede-spiegazioni è da sempre: «I titoli non li faccio io». In questo caso – ehm – al massimo si può concedere che il titolo è brutale, una sintesi estrema. Ma segue ragionamento. Per chi avrà pazienza.
In mezzo alle molte certezze che circolano in questi giorni intorno al fallimento della Nazionale, Slalom ha cercato di capire quanta solidità contenesse ogni elemento d’analisi e quanta dose di obiezione portasse dentro di sé: la percentuale di stranieri impiegati, i giovani che non giocano, i settori giovanili che non formano.
Una tra le voci ascoltate nel dibattito ha lasciato un tarlo.
La voce di Alessandro Costacurta, intervistato da Maurizio Crosetti per Repubblica.
➣ Da dove si ricomincia? «Dal campionato Primavera. Ne avete visto qualche partita, di recente? Io sì. E ho scoperto che i giovani non corrono più, non crossano e non dribblano. Nessuno glielo insegna. Invece di occupare l’area avversaria, girano al largo».
➣ Anche gli azzurri, veramente. «Da cosa nasce cosa, oppure non nasce niente. Stiamo diventando il calcio dei tremila passaggi all’indietro e della terribile costruzione dal basso: non serve a nulla, anzi produce danni incalcolabili».
➣ Chi allena gli allenatori? Che fine hanno fatto i centri federali? «Io istituirei una scuola di cross, con due modelli del Liverpool: Alexander-Arnold e Robertson. Ricominciamo da lì».
Se queste considerazioni fossero giunte da un conservatore, forse sarebbero state meno interessanti. No, meno interessanti no. Ma sarebbero state ideologiche. Costacurta non lo è. Non lo sembra. È stato lui, da subcommissario di Roberto Fabbricini, a scegliere Roberto Mancini come Ct. Può ritenersi uno degli artefici dell’indirizzo nuovo dato al calcio italiano, con quella ricerca del gioco di proposta che dalla Nazionale ha finito per contagiare buona parte degli allenatori di serie A. Costacurta non è Don Fabio Capello, convinto che i portieri dovrebbero usare le mani e non i piedi. Quando dice quel che dice, allora bisogna ascoltare. Se l’interpretazione è giusta, la sua tesi è che lo stile di gioco egemone abbia avuto un ruolo nell’involuzione del movimento e alla fine della catena – all’ultima casella – pure sul risultato di Palermo.
Uno stile non dovrebbe essere altro che un indirizzo. Uno dei molti possibili. Ma in nome di uno stile, nel calcio italiano sono state condotte crociate para-religiose, dal catenaccio di Brera alla zona di Sacchi, con accoliti, fedeli, eretici, traditori. Nell’ultimo ventennio il confronto si è tenuto su idee nate dentro laboratori aperti altrove, nella Catalogna di Guardiola con il tiki-taka (radice: Luis Aragonés), nella Westfalia di Klopp con il gegenpressing (radice: Ralf Rangnick). È finita che i due si sono contaminati reciprocamente e noi siamo rimasti a discutere su schemi nel frattempo mutati.
Le parole di Costacurta hanno avuto un’eco altrettanto interessante in quelle rilasciate a Paolo Tomaselli del Corriere della sera da Maurizio Viscidi, coordinatore delle Nazionali giovanili in federcalcio. Se parlate a lui di carenza di materia prima, vi risponderà con alcuni dati e una considerazione. I dati sono che negli ultimi sei anni l’Italia ha avuto la Under 20 terza ai Mondiali 2017 e quarta nel 2019, la Under 19 seconda agli Europei 2016 e 2018, la Under 17 seconda agli Europei 2018 e 2019. La considerazione è la seguente:
«Il problema del centravanti c’è, perché veniamo da un decennio di tiki taka nei settori giovanili, che ha creato profili disabituati ai fondamentali del classico numero 9».
Gulp. Nemmeno Viscidi è un nostalgico del catenaccio di Nereo Rocco – e comunque sia: Nereo Rocco ha avuto per tre campionati la miglior difesa ma i suoi due scudetti al Milan li ha vinti quando ha avuto il miglior attacco (gli è successo 4 volte in tutto in carriera), un primato di gol che per esempio Arrigo Sacchi non ha mai raggiunto. Le etichette sono brutte bestie.
Costacurta riferisce una percezione che hanno in tanti ogni domenica. L’ala arriva al limite dell’area di rigore e anziché sfidare il terzino nell’uno contro uno, anziché puntarlo, rincula, prende il largo, torna indietro, appoggia – alcuni dicono: scarica – al massimo tira da fuori area a giro. L’obiettivo è: non perdere la palla.
Non c’è niente di male. Non è vietato. È la ricerca della superiorità numerica per vie diverse dal vecchio dribbling, attraverso la rete di passaggi, la ricerca dello spazio, spalancarsi così la strada, arretrare per avanzare, la costruzione dal basso. Non c’è niente di male in assoluto, se accettiamo allo stesso modo che non c’è niente di bene in assoluto. Parliamo di uno stile. Una ipotesi. Una possibilità. Se resta l’unica, diventa un problema. Se manca un modello d’attacco alternativo, se nessuno dribbla e nessuno crossa, ecco che Costacurta e Viscidi alzano il sopracciglio. L’anno scorso la squadra con il maggior numero di passaggi nella propria trequarti difensiva del campo è stata il Sassuolo di De Zerbi (8672), modello di bel gioco per vox populi. Era davanti al Crotone, al Parma e alla Juventus di Pirlo. Nell’area di rigore avversaria era solo la settima del campionato per tocchi di palla. L’Atalanta di Gasperini entrava più di tutti.
Secondo i dati della Lega Calcio, in ogni partita di serie A ci sono 50 minuti di possesso palla. Si va dai 29’55” della Lazio ai 18’56” della Salernitana. Ma per 29 di questi 50 minuti ci si passa la palla nella propria metà del campo, per 17’34” sempre la squadra di Sarri, per 10’22” la Salernitana. Le cinque squadre che trascorrono più tempo dall’altra parte sono il Napoli (14’28” a partita), l’Atalanta (14’17”), l’Inter (13’20”), la Juventus (12’48”) e il Torino (12’45”).
Undici dei primi 15 giocatori per numero di passaggi sono dei difensori. Le eccezioni sono il sontuoso Maxime Lopez del Sassuolo, primo in serie A con 2088 passaggi, davanti a Brozovic, Fabian Ruiz e Milinkovic-Savic. Tutti non convocabili da Mancini.
I dati di StatsBomb dicono che i passaggi completati finora in serie A sono stati 230.999. Ma la quasi totalità di essi sembra pensata in funzione dello stile egemone. Vanno all’indietro. Nella lingua delle statistiche le eccezioni si chiamano passaggi progressivi. Sono quelli che spostano la palla verso la rete avversaria di almeno 9 metri dal suo punto più lontano nell’arco degli ultimi 6 tocchi, oppure sono i passaggi completati all’interno dell’area di rigore avversaria. Il conteggio esclude i passaggi provenienti dal 40% del terreno di gioco difensivo. Ebbene, i passaggi progressivi sono stati 18.530. L’8 percento del totale. Se non vi impressiona ancora abbastanza, tagliando con l’accetta, potremmo dire che ci sono stati allora 212 mila e 469 passaggi inutili. Inutili nel senso di interlocutori, al servizio di quella collana di gesti che un tempo erano sostituiti da un dribbling.
Tra i 15 calciatori che oggi in serie A lo cercano più spesso, gli italiani sono quattro: Zaniolo è secondo dietro Leao, Caprari terzo, Lorenzo Pellegrini decimo, Zaccagni 15esimo. Quando restringiamo il campo ai dribbling riusciti, gli italiani sono Caprari secondo sempre dietro Leao, Zaniolo, Zaccagni e il Bastoni spezzino.
I leader dei passaggi progressivi sono in serie A il solito Maxime Lopez (con 169) davanti a Berardi (164), Brozovic (161), Lazovic (156) e Candreva (152). I due giocatori che entrano più volte con la palla al piede in area di rigore sono lo spagnolo Deulofeu e il portoghese Leao. Chi guadagna più metri avanzando palla al piede è Di Lorenzo (con Felipe Anderson), poi viene Candreva davanti a Leao e Lukic, tra i primi 10 ancora Insigne e Caprari. Ma per frequenza di azioni con la palla al piede nell’ultima trequarti il primo è Luis Alberto, ancora davanti a Di Lorenzo: Candreva è quarto, Caprari quinto, Barella settimo e spunta un Bonaventura nono.
Se allarghiamo lo sguardo ai primi cinque tornei dell’élite, tra i primi 10 per passaggi nell’ultimo terzo di campo, l’Italia piazza il solo Cristante nono (i primi sono Laporte e Cancelo di Guardiola). Per passaggi progressivi, l’unico tra i primi 10 è Maxime Lopez. Sappiate che in questa classifica Messi è quarto e non saremo noi a stupirci del fatto che i primi tre sono tre terzini: Alexander-Arnold, Cancelo e Kimmich. Il ruolo chiave del calcio contemporaneo. Tra i primi 10 d’Europa per passaggi in verticale non c’è nessuno della serie A, come nessuno per palle al piede progressive totali (il migliore è Vinicius), un solo italiano (Di Lorenzo) fra i primi 10 per palle al piede nell’ultima trequarti (primo Cancelo, secondo Faivre). Con la palla al piede in area di rigore, nessuno della A fra i primi 10, se non Deulofeu.
Se è uno stile, dovrebbe essere uno fra gli altri. Ma allora perché solo uno? Soprattutto: se stiamo seguendo un modello, com’è che i giocatori delle matrici hanno altri parametri? Non sarà che abbiamo frainteso e stiamo copiando male?