Ecco dov’erano finiti i palloni della nostra Bellezza perduta

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Ecco dov’erano finiti i palloni della nostra Bellezza perduta

 

L’account Twitter di Sport e Salute ha diffuso la fotografia delle operazioni di restauro del tetto della chiesa di San Tommaso ad Ascoli Piceno, scrivendo che sono emerse generazioni di palloni, a testimonianza delle giornate passate a giocare nei cortili e nelle piazze. Meraviglioso

 

 

DI MARCO CIRIELLO

 

Sono emersi come reperti archeologici, anzi sono piovuti dal cielo, tornando nella piazza che era stata immaginata come campo. Tanti palloni – consumati e no, bianchi e neri, anche colorati, ne ho contati 54, quindi 54 partite interrotte – che erano stati tiri sbilenchi, imperdonabilmente calciati senza coordinazione e finiti sul tetto della chiesa San Tommaso di Ascoli Piceno. Ed è subito Costantino Rozzi, Carletto Mazzone, Vujadin Boškov, Walter Casagrande e il Corinthians, Hugo Maradona, Dirceu e persino Oliver Bierhoff, e chiunque seguisse il calcio negli anni Ottanta e poi Novanta saprebbe continuare con altri nomi, quando le squadre anche quelle lontane dai posti dove abitavi erano il principio di una passione comune. Perché se Giorgio Manganelli poteva non credere all’esistenza di Ascoli era solo perché la squadra non era ancora arrivata in serie A.

Nel paese dei divieti e dei cancelli, dei muri e della divina proprietà, dove ormai tutti i posti hanno campi vuoti e scuole calcio piene, c’è stato un prima dove le partite andavano immaginate e poi giocate, dove il campo andava disegnato prima d’essere calcato, dove le regole si riscrivevano in base al campo e al numero di calciatori e si giocava con ostacoli e privazioni: auto parcheggiate come penalità, e portoni di chiese che diventavano porte senza reti ma con pali di pietre angolari scolpite con più sudore di quello colato facendo i gradoni di Zeman. Era un’altra Italia e un altro calcio, con altri bambini: più selvaggi e meno impauriti, irregolari e scomposti, con genitori molto imprudenti, ignari, era un paese con una geometria improbabile, dove i centri storici non erano stati vetrinizzati e si poteva anche usare una statua come principio d’una linea laterale da immaginare. Tutto era campo perché di campi veri ce ne voleva prima di arrivarci. E pazienza se cadendo ti strappavi i jeans, o ti sbucciavi un ginocchio, un gomito, uno zigomo, il pallone veniva prima di tutto. Era il calcio proletario: in porta ci vanno quelli che non sanno giocare, il resto gioca se sa farlo. Si facevano i conti con la realtà, almeno fino a quando non spariva il pallone.

 

Marco Ciriello, scrittore, 46 anni, è autore del blog Mexicanjournalist e di diverse opere sul calcio, tra cui Per favore non dite niente (2014), Il più maldestro dei tiri (2015), Il catenaccio mi sta antipatico (2017), Maradona è amico mio (2018). Scrive per Il Mattino. 

 

Che cosa direbbe il parroco se qualcuno andasse a sentirlo

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Intervista realizzata da Marco Ciriello, e non voglio nemmeno sapere come

 

Ha la tonaca macchiata di salsa, i capelli bianchissimi e lunghi sul collo, Don Giuliano Lucentini (67 anni), sembra un parroco uscito da un film di Marco Ferreri, era l’uomo di Dio nella chiesa San Tommaso di Ascoli Piceno, quella da dove sono spuntati 54 vecchi palloni. L’abbiamo intervistato nella sagrestia della sua chiesa di oggi, Santa Maria delle Grazie, poco prima della messa della sera.

  Don Giuliano non diceva niente ai ragazzi che giocavano fuori la chiesa di San Tommaso?

«Come potevo, era l’unico modo per farli venire a messa».

  ►  Un ricatto.

«Un premio, piuttosto».

  ►  Addirittura.

«Eh sì, una volta l’ho raccontato al cardinal Martini che mi disse che facevo bene».

  ►  Non era un do ut des?

«No, lui disse che c’era una logica cristiana».

  E quale era?

«Il paradiso coincideva con la concessione della piazza».

  ►  Ma la messa era l’inferno.

«E vuole negare?».

  ►  Beh, la sentisse oggi il papa.

«Guardi che il papa faceva uguale, e regolava le messe sulle partite del San Lorenzo».

  ►  Sta venendo fuori che il calcio era una concessione del vangelo.

«Ah, non è così? Io l’ho sempre inteso così. Lei preferisce le scuole calcio agli oratori?». 

  ►  No. Però il suo non era un oratorio, e lei sta disegnando un fútbol católico.

«Sicuramente meglio di quello catodico di oggi. E comunque San Filippo Neri le avrebbe detto che un oratorio è dove un bambino gioca felice, quindi quella piazza era un oratorio».

  ►  Quanti calciatori sono venuti fuori dal suo paradiso in concessione?

«Nessuno».

  ►  Quindi ha torto.

«Per niente, contava che si divertissero, non che diventassero Baggio».

  ►  Il gol più bello visto in piazza?

«Uhm, un ragazzino, Giacomo Bonaccia, gracilissimo, serpeggiò diverse volte senza riuscirci, poi ci riuscì, dribblò tre ragazzi più grandi, che tentarono anche di fermarlo, e poi mise il pallone a destra mentre il portiere andava a sinistra».

  Ma lei arbitrava?

«No. Le partite di strada non devono avere l’arbitro. È il pallone che governa».

  ►  Il campione mancato?

«Un ragazzino sordo, Ernesto, bravissimo, difensore, la squadra dove giocava poteva far a meno del portiere, era ovunque».

  ►  Il suo calciatore preferito?

«Che domande, Rivera».

 

sguardi Due letture dei palloni di Ascoli

  ◇  Gabriele Romagnoli, la Repubblica: Il pallone si è fermato ad Ascoli. Sul tetto della chiesa di San Tommaso. Decine di esemplari, risalenti all’età della pietra che rotola, quando il patrono era San-tos, Super San-tos, e tutti i ragazzi d’Italia correvano come Tardelli perché ogni partita era una finale mondiale, bastava ‘fare che’. Sparati lassù da tiri alla viva il parroco

In quella piazza non c’è un procuratore, non ci sono i presidenti di A con i loro diversi appetiti, non ci sono gli ambulanti del senno di poi. Magari c’è il mercato, non il calciomercato. E anche se la si liberasse, nonostante l’invito degli assessori a riprendersi le strade dopo due anni di ritiro cautelare per la pandemia, la sensazione è che bambini e adolescenti di siederebbero di lato, su qualche panca, a fissare lo schermo dei cellulari: «Oh guarda ‘sta foto dei palloni in piazza, te la mando!»

  ◇  Beppe Severgnini, Corriere della sera: Un piccolo museo sportivo del Novecento: modelli di plastica e di cuoio (c’è anche quello prodotto in occasione dei mondiali d’Argentina del 1978) che hanno resistito a pioggia, vento, sole d’estate e gelo d’inverno. Dice il sindaco di Ascoli Piceno, Marco Fioravanti: «Tra quei palloni, molti erano recenti. Ci sono bambini che si trovano a giocare in piazza ancora oggi. Meno di una volta, ma ci sono». Vogliamo credergli, nessuno chiederà la datazione dei palloni. Ma l’impressione, a giudicare dalle reazioni, è che rappresentino un rimpianto collettivo”

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